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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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domenica 23 novembre 2014

Il terrorismo non è un romanzo

La narrativa controversa come il decennio. «Periodo così cupo e con­tro­verso nell’immaginario collettivo, anche il momento di mas­sima appli­ca­zione dei prin­cipi costi­tu­zio­nali» (Gabriele Vitello, L’album di fami­glia. Gli anni di piombo nella nar­ra­tiva ita­liana). Il manifesto, 23 novembre 2014

Il rap­porto fra i cosid­detti «anni di piombo» e la nar­ra­tiva ita­liana è al cen­tro del bel sag­gio di Gabriele Vitello, stu­dioso for­ma­tosi alla scuola di Romano Lupe­rini e dot­tore di ricerca all’Università di Trento (L’album di fami­glia. Gli anni di piombo nella nar­ra­tiva ita­liana, Tran­seu­ropa, euro 14,90). L’autore si chiede per­ché non esi­sta un grande romanzo sul ter­ro­ri­smo ita­liano, nono­stante quasi tutti i nostri mag­giori scrit­tori si siano acco­stati al tema: da Leo­nardo Scia­scia a Nata­lia Ginz­burg, da Pier­paolo Paso­lini ad Alberto Mora­via. Vitello affronta la que­stione con gli stru­menti della cri­tica e della sto­ria let­te­ra­ria, aprendo all’occorrenza anche la cas­setta degli attrezzi dei cul­tu­ral stu­dies.

Vitello esa­mina un nucleo con­si­stente di testi let­te­rari sugli «anni di piombo» apparsi fra gli anni 70 e oggi, sce­glien­doli fra quelli che hanno posto al cen­tro della nar­ra­zione le dina­mi­che fami­liari. Un topos che risulta cen­trale nella pro­du­zione let­te­ra­ria sul ter­ro­ri­smo, spe­cie quello di sini­stra. Si spiega così il titolo pre­scelto, L’album di fami­glia, il quale riprende la cele­bre for­mula uti­liz­zata da Ros­sana Ros­sanda nel 1978, su que­sto gior­nale, per descri­vere i legami fra la cul­tura dei ter­ro­ri­sti e quella della tra­di­zione comu­ni­sta. La scon­tata let­tura edi­pica del ribel­li­smo gio­va­nile e della stessa lotta armata – come lotta dei figli con­tro i padri – non con­vince l’autore. Muo­vendo dalla rifles­sione del laca­niano Mas­simo Recal­cati sulla «eva­po­ra­zione del padre», Vitello evi­den­zia piut­to­sto la fra­gi­lità della figura paterna e l’esaurimento del suo ruolo tradizionale.

I romanzi stu­diati dall’autore attra­ver­sano due fasi distinte della nar­ra­tiva ita­liana: quella post­mo­derna, segnata da una sorta di «divor­zio» con la sto­ria, e quella più vicina ai canoni rea­li­sti, affer­ma­tasi a par­tire dalla metà degli anni 90. Se i romanzi della prima fase pre­fe­ri­scono evo­care le paure e gli spet­tri della sta­gione ter­ro­ri­stica, quelli più recenti cer­cano di ricu­cire un rap­porto con i fatti reali, rita­glian­dosi uno spa­zio fra altri stru­menti di comu­ni­ca­zione, come il cinema o la tele­vi­sione, forse più capaci di influen­zare il discorso pub­blico sul ter­ro­ri­smo. La pro­du­zione let­te­ra­ria esa­mi­nata, tut­ta­via, nel com­plesso non sem­bra essere stata all’altezza delle cir­co­stanze rie­vo­cate.

Per­ché? Forse, seguendo l’analisi di Vitello, si potrebbe indi­vi­duare come causa una certa dif­fi­coltà da parte degli intel­let­tuali di cogliere le reali poste in gioco e la por­tata delle tra­sfor­ma­zioni in atto negli anni 70. Si è trat­tato tal­volta di una con­sa­pe­vole sfi­du­cia nella pos­si­bi­lità di giun­gere a una rico­stru­zione razio­nale della sto­ria di que­gli anni, talal­tra di una rimo­zione delle cir­co­stanze reali e delle respon­sa­bi­lità dei sog­getti sociali coin­volti nel terrorismo.

Gli anni 70 sono, d’altra parte, fra i più com­plessi della sto­ria dell’Italia repub­bli­cana. Come ricorda l’autore, la cate­go­ria di «anni di piombo» non rende ragione delle tante sfac­cet­ta­ture di quel decen­nio. Quel periodo, così cupo e con­tro­verso nell’immaginario col­let­tivo, è anche il momento di mas­sima appli­ca­zione dei prin­cipi costi­tu­zio­nali. Lo Stato sociale (sep­pure mal­con­cio e sbi­lenco) che ormai da anni è sotto attacco ha cono­sciuto pro­prio allora i momenti fon­da­men­tali della sua costru­zione. Tutto que­sto è avve­nuto in un con­te­sto in cui la vio­lenza poli­tica sem­brava con­no­tare molte delle espres­sioni di rin­no­va­mento sociale, innal­zando il livello di tol­le­ranza della società e degli stessi intel­let­tuali nei con­fronti delle armi
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