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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

sabato 15 novembre 2014

Il comando populista a volte non basta

«Chi comanda in Italia? Tagliati i corpi intermedi, manomessa la Costituzione, respinto il dissenso e il pluralismo, governare diventa difficile. Specialmente se cresce il malessere sociale». Il manifesto, 12 novembre 2014


Alla fine, chi comanda in Ita­lia? Uno, tutti, o nessuno? La domanda ci tor­menta da quando Renzi ha con vee­menza negato che ci sia un uomo solo al comando. Ma può acca­dere che l’uomo solo al comando ci sia, e tut­ta­via non comandi alcunché.

Il capi­tolo Ue si è chiuso senza grandi risul­tati per l’Italia, e le scher­ma­glie ver­bali che con­ti­nuano – l’ultima con Junc­ker – sono puro tea­tro. I trion­fa­li­smi gover­na­tivi sono stati rapi­da­mente spenti non da gufi e par­ruc­coni, ma dalle valu­ta­zioni Istat e Ban­ki­ta­lia. Le misure messe in campo non daranno risul­tati impor­tanti per la cre­scita, e soprat­tutto non ci saranno miglio­ra­menti in tempi brevi. Chi tiene la barra vuole cam­biare rotta, ma il timone non risponde.

E allora chi comanda, a chi? A nulla ser­vono gli inter­venti volti a con­cen­trare sulle stanze di Palazzo Chigi stru­menti di con­trollo appa­rente, come si fa quando si vuole ripor­tare la diri­genza pub­blica — con la riforma della Pub­blica ammi­ni­stra­zione — sotto l’ombrello della pre­si­denza del con­si­glio. Certo può ser­vire a raf­for­zare il pre­mier e la cer­chia a lui più vicina, inde­bo­lendo ancora un con­si­glio dei mini­stri popo­lato di esan­gui cori­sti. Ma è un potere spic­ciolo per l’uomo al comando che non comanda.

Inol­tre, Renzi non sem­bra con­si­de­rare che non basta il mero diniego, per quanto forti siano gli accenti, a riget­tare l’accusa di ecces­siva per­so­na­liz­za­zione. Né basta il con­senso di sedi di par­tito che non hanno più alle spalle un’organizzazione radi­cata negli iscritti e nel ter­ri­to­rio, sono dro­gate da sele­zioni popu­li­sti­che del ceto poli­tico come le pri­ma­rie aperte, vedono la mino­ranza interna ridursi alla pas­siva accet­ta­zione della lealtà alla ditta. Né basta il plauso di pla­tee di impren­di­tori attenti solo – come è per­sino giu­sto che sia – al pro­fitto delle pro­prie aziende e ai van­taggi che pos­sono trarre dalla bene­vo­lenza gover­na­tiva. Né ancora basta richia­mare un par­tito della nazione, con ciò impli­ci­ta­mente spin­gendo il dis­senso nella cate­go­ria del tra­di­mento piut­to­sto che del con­fronto neces­sa­rio con opi­nioni, idee, pro­getti di cui biso­gna tener conto. Né infine basta l’accusa che altri lavo­rino per spac­care il mondo del lavoro, e magari il paese, e rifiu­tare, con que­sta e altre fan­ta­siose moti­va­zioni, di sedersi a un tavolo in vista per la ricerca delle media­zioni possibili.

Come si può affer­mare che miri alla rot­tura chi vuole uguali – e mag­giori – diritti per tutti? O rite­nere che lavori invece per l’unità chi legge l’eguaglianza – pila­stro della Costi­tu­zione — come livel­la­mento verso il basso, minore dignità e qua­lità di vita, più debole difesa dei pro­pri diritti? È que­sto lo sce­na­rio verso il quale le scelte di governo ci stanno portando.

Il pre­mier è pale­se­mente infa­sti­dito che intorno al suo pro­getto non cre­scano entu­sia­stici e una­nimi con­sensi, e che anzi si pre­pari una sta­gione di forti con­tra­sti. Ma era scritto. Si pos­sono chie­dere a un paese sacri­fici anche gravi, che però i tweet o face­book non bastano a far metabolizzare.

Ci vor­reb­bero par­titi radi­cati, capaci di por­tare moti­va­zioni e capa­cità di con­vin­ci­mento dal ponte di comando ai luo­ghi di lavoro, nelle case, nelle fami­glie. Ma quei par­titi sono stati sman­tel­lati, con il plauso miope di molti. Ci vor­reb­bero orga­niz­za­zioni capil­lari come i sin­da­cati, con i quali ci si vanta invece di rifiu­tare ogni dia­logo. Ci vor­reb­bero isti­tu­zioni capaci di dare voce a tutte le posi­zioni, anche le più lon­tane, per­ché l’azione di governo ne tenga per quanto pos­si­bile conto. Invece, si fa l’esatto con­tra­rio, can­cel­lando spazi di rap­pre­sen­tanza, tagliando pre­senze poli­ti­che vitali con soglie di sbar­ra­mento e premi di mag­gio­ranza, ridu­cendo all’obbedienza i riot­tosi e dando all’esecutivo il con­trollo dei lavori parlamentari.

Quel che accade è quanto un certo costi­tu­zio­na­li­smo della crisi rite­neva e ritiene neces­sa­rio per fron­teg­giare l’emergenza eco­no­mica e il riag­giu­sta­mento delle ragioni di scam­bio tra nord e sud del mondo. Non fun­ziona, in spe­cie quando l’inversione di rotta nella crisi non è vicina come si spe­rava. Come si pensa di spie­gare, di con­vin­cere, di gover­nare e con­te­nere il males­sere sociale? Sono false le gioie di una poli­tica senza corpi inter­medi, par­titi, sin­da­cati. Non serve dare la sca­lata a un par­tito con il leve­ra­ged buy­out delle pri­ma­rie aperte. È mera rap­pre­sen­ta­zione tea­trale che basti l’investitura di un turno elet­to­rale per garan­tire a qual­siasi ese­cu­tivo una effet­tiva e dura­tura capa­cità di governo. Né ovvia­mente sup­pli­scono cari­che di poli­zia e man­ga­nelli. Che serve man­ga­nel­lare le spe­ranze perdute?

Renzi non può cavar­sela con le invet­tive o le com­par­sate tele­vi­sive. Dovrebbe leg­gere la Costi­tu­zione, a par­tire dall’art. 2 per cui la Repub­blica richiede l’adempimento dei doveri inde­ro­ga­bili di soli­da­rietà poli­tica eco­no­mica e sociale. Se poi stu­diare la Costi­tu­zione fosse troppo, potrebbe leg­gere il discorso di Papa Fran­ce­sco ai Movi­menti popo­lari del 28 otto­bre. Soli­da­rietà – dice il Papa – «è anche lot­tare con­tro le cause strut­tu­rali della povertà, la disu­gua­glianza, la man­canza di lavoro, la terra e la casa, la nega­zione dei diritti sociali e lavo­ra­tivi … intesa nel suo senso più pro­fondo, è un modo di fare la storia … ».

È pro­prio que­sto ele­mento di soli­da­rietà che manca nel mes­sag­gio del pre­mier e nella azione di governo. Certo, non sarebbe poli­ti­ca­mente cor­retto che i Papi aves­sero tes­sere di par­tito. Del resto, a veder bene, se Papa Fran­ce­sco la chie­desse al Pd pro­ba­bil­mente gliela rifiu­te­reb­bero. È un comunista
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