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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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sabato 15 novembre 2014

Cariche democratiche per giovani indisciplinati

Sciopero sociale. Migliaia di studenti e precari sfilano a Milano sfidando i manganelli. La cattiva gestione della piazza della polizia non rovina la strana giornata milanese percorsa da tre cortei, diversi ma uniti dalla stessa voglia di tornare a lottare per difendere i diritti ed estenderli a tutti». Il manifesto 15 novembre 2014 (m.p.r.)

Non per enfa­tiz­zare le solite maz­zate che «rovi­nano» i giorni di lotta, ma le cari­che demo­cra­ti­che distri­buite gra­tui­ta­mente ieri a Milano dimo­strano ancora una volta che in que­sto paese c’è una gran voglia di menare le mani. Sul campo è rima­sto qual­che con­tuso e un punto inter­ro­ga­tivo sul per­ché a un certo punto la poli­zia abbia deciso di dare una’energica rior­di­nata alla strana gior­nata mila­nese, con tre cor­tei diversi (ma non troppo) che per tutta la mat­tina hanno girato intorno alla que­stione «più diritti per tutti». A volte incro­cian­dosi, spesso igno­ran­dosi, e sem­pre desi­de­rando di con­ver­gere tutti insieme chissà dove, forse in un mondo nuovo con un popolo nuovo che ha perso memo­ria di sigle, sette, som­ma­to­rie e impos­si­bili «unità» a sini­stra. Erano tutti lì, con­cen­trati in pochi chi­lo­me­tri qua­drati. Decine di migliaia grif­fati Fiom diretti in Duomo, qual­che migliaio die­tro agli stri­scioni dei sin­da­cati di base sbu­cati in piazza San Babila dopo tanto giro­va­gare e più di 5.000 scio­pe­ranti sociali, una prima asso­luta, un espe­ri­mento tanto sug­ge­stivo quanto com­pli­cato che ha anche emo­zio­nato alcuni lavo­ra­tori — «ho preso mezza gior­nata, que­sto è il mio primo scio­pero». A 32 anni, sono con­qui­ste.

Nei din­torni di piazza Duomo, quando lo scio­pero sociale arriva al dun­que, è il caos orga­niz­zato come fuori da un for­mi­caio: un palco qui, uno spea­ker cor­ner lag­giù, un camion che fa piazza davanti a trenta per­sone e poi uno, tre, dieci comizi strada facendo. Una con­fu­sione socia­liz­zante, l’idea che tutti abbiano incro­ciato le brac­cia per dav­vero. E’ in quel momento che la poli­zia ha voluto met­terci del suo, facen­dosi sfug­gire di mano il cor­teo meno bel­li­coso degli ultimi anni. A pren­derle, in due riprese, alcuni stu­denti delle supe­riori, la massa trai­nante del primo dif­fi­cile scio­pero sociale (per chi ha uno schifo di lavoro è ancora un lusso), quasi tutti mino­renni alle prime espe­rienze di piazza.
La trap­pola è scat­tata in piazza Santo Ste­fano, a cen­to­cin­quanta metri da piazza Fon­tana, il tra­guardo che gli stu­denti ave­vano con­cor­dato con la que­stura. Sem­bra che l’altolà incom­pren­si­bile sia stato cau­sato da una non meglio pre­ci­sata pre­senza di altri mani­fe­stanti nella mede­sima piazza, «anar­chici!», o da un taf­fe­ru­glio, «momenti di ten­sione», in piazza Duomo, forse con sedici mili­tanti No Tav. In realtà nulla osta­co­lava il per­corso del cor­teo degli stu­denti. Da qui, il testa a testa, gli spin­toni e le man­ga­nel­late ai ragazzi nasco­sti die­tro allo stri­scione «La buona scuola siamo noi». Con tanto di lan­cio di lacri­mo­geni. Un fuori pro­gramma che forse ha impe­dito a Mau­ri­zio Lan­dini di incon­trare gli stu­denti dopo il comi­zio. 

Fine? Mac­chè. Dopo un ripie­ga­mento in Sta­tale, il cor­teo è stato cari­cato di nuovo all’ingresso dell’Arcivescovado dove (forse) si teneva un incon­tro della Cei con un espo­nente del mini­stero della pub­blica istru­zione: ancora botte, nella stret­toia di un por­tone. «Se la forza pub­blica non rie­sce a gestire l’ordine pub­blico e carica da die­tro un cor­teo auto­riz­zato di stu­denti, rite­niamo che le dimis­sioni del que­store di Milano siano un atto dovuto», scrive l’Unione degli Stu­denti.

Prima delle man­ga­nel­late, lungo il per­corso diverse realtà hanno segnato il ter­ri­to­rio con «azioni» comu­ni­ca­tive per sot­to­li­neare quella plu­ra­lità di riven­di­ca­zioni che non tro­vano sboc­chi poli­tici o sponde sin­da­cali. Tutti die­tro lo stri­scione «Non c’è futuro nella pre­ca­rietà» in disor­dine sparso. Sto­rie, pro­getti e bio­gra­fie diverse. Gio­va­nis­simi che can­tic­chiano rime da spe­ri­men­tare nelle pros­sime occu­pa­zioni sco­la­sti­che, pre­cari over 30, disoc­cu­pati in cerca di qual­che scin­tilla, uni­ver­si­tari con passo fel­pato per un’incursione. Una rin­corsa a tappe. Sono con­te­sta­zioni con­tro le scuole pri­vate, «san­zioni» al can­tiere Expo della Dar­sena — due stri­scioni — un len­zuolo calato dal Museo del Nove­cento in piazza Duomo, «Gra­tis non vi avrei tagliato nem­meno una fetta di torta», e poi slo­gan con­tro lo scan­dalo del lavoro volon­ta­rio per l’Expo. E per finire anche un’assemblea, final­mente in piazza Fon­tana. Per spar­lare di scuola. E delle botte della polizia.
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