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Il 23 settembre Edoardo Salzano ci ha lasciato. La commemorazione laica si è tenuta mercoledì 25, alle ore 15, presso la sede di Ca' Tron dell'Università IUAV di Venezia, Santa Croce 1957. Dalle 12 alle 14 abbiamo dato l'ultimo saluto a Eddy, presso la camera ardente dell'ospedale civile di Venezia.

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VENEZIA

venerdì 26 settembre 2014

Stiglitz, l’età della depressione

«Crisi dell’euro: cause e rimedi. La miscela esplosiva: un modello che mescola declino economico e speculazioni, produzione all’osso e controllata dalle grandi imprese, risparmi familiari che finanziano consumi impoveriti, società disuguale, frammentata e disorientata». Il manifesto,  26 settembre 2014

Non ho biso­gno spie­gare quanto sia dram­ma­tica la situa­zione eco­no­mica in Europa, e in Ita­lia in par­ti­co­lare. L’Europa è in quella che può defi­nirsi una «tri­ple dip reces­sion», con il red­dito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una reces­sione vera­mente inusuale.

Così l’Europa ha perso la metà di un decen­nio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è infe­riore a quello del 2008, prima della crisi; se si estra­pola la serie del Pil euro­peo sulla base del tasso di cre­scita dei decenni pas­sati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l’Europa sta per­dendo 2000 miliardi di dol­lari l’anno rispetto al pro­prio poten­ziale di crescita.

Oggi abbiamo a dispo­si­zione una grande quan­tità di dati sull’impatto delle poli­ti­che di auste­rità in Europa. I paesi che hanno adot­tato le misure più dure, ad esem­pio chi ha intro­dotto i mag­giori tagli al pro­prio bilan­cio pub­blico, hanno avuto le per­for­mance peggiori.

Non solo in ter­mini di Pil, ma anche in ter­mini di defi­cit e debito pub­blico. Era un esito pre­vi­sto e pre­ve­di­bile: se il Pil decre­sce anche le entrate fiscali si ridu­cono e que­sto non può far altro che peg­gio­rare la posi­zione debi­to­ria degli stati.

Tutto ciò avviene non per­ché que­sti paesi non abbiano rea­liz­zato poli­ti­che di auste­rità, ma pro­prio per­ché le hanno seguite. In molti paesi euro­pei siamo di fronte non a una reces­sione, ma a una depressione. La Spa­gna, ad esem­pio, può essere descritta come un paese in depres­sione se si guar­dano gli impres­sio­nanti dati sulla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile di quel paese. La disoc­cu­pa­zione media è al 25% e non ci sono pro­spet­tive di miglio­ra­mento per il pros­simo futuro (…).

Quali sono le cause? Devo dirlo con molta fran­chezza: l’errore dell’Europa è stato l’euro.

Quando fac­cio que­sta affer­ma­zione voglio dire che l’Euro è stato un pro­getto poli­tico, un pro­getto voluto dalla poli­tica. Robert Mun­dell, pre­mio Nobel per l’economia, soste­neva fin dall’inizio che l’Europa non pre­sen­tava le carat­te­ri­sti­che di un’«area valu­ta­ria otti­male», adatta all’introduzione di un’unica moneta per più paesi. Ma a livello poli­tico si rite­neva che la moneta unica avrebbe reso l’Europa più coesa, favo­rendo l’emergere delle carat­te­ri­sti­che pro­prie di un area valu­ta­ria otti­male. Que­sto non è suc­cesso; l’euro, al con­tra­rio, ha con­tri­buito a divi­dere e fram­men­tare l’Europa.

Vediamo gli errori con­cet­tuali alla base del pro­getto dell’euro (…). Quando si crea un’area mone­ta­ria si vanno ad eli­mi­nare due mec­ca­ni­smi di aggiu­sta­mento, i tassi di cam­bio e i tassi di inte­resse. Gli shock sono ine­vi­ta­bili e in assenza di mec­ca­ni­smi di aggiu­sta­mento si va incon­tro a lun­ghi periodi di disoc­cu­pa­zione. I 50 stati fede­rati degli Usa hanno un bilan­cio uni­ta­rio a livello fede­rale e due terzi della spesa pub­blica negli Stati Uniti sono a livello fede­rale. Quando uno stato come la Cali­for­nia ha un pro­blema, può con­tare ad esem­pio sull’assicurazione pub­blica con­tro la disoc­cu­pa­zione, che è finan­ziata da fondi fede­rali. Se una banca in Cali­for­nia è in crisi, viene atti­vato un fondo di emer­genza anch’esso dotato di risorse fede­rali. Un’altra dif­fe­renza di fondo tra gli stati che com­pongo gli Usa e quelli dell’Unione Euro­pea è che nes­suno negli Stati Uniti si pre­oc­cu­pe­rebbe per lo spo­po­la­mento del Sud Dakota a seguito di una crisi occu­pa­zio­nale, anzi, l’emigrazione è vista come un mec­ca­ni­smo fisio­lo­gico. Ma in Europa un’emigrazione come quella che ha carat­te­riz­zato la com­po­nente più gio­vane e istruita della popo­la­zione del sud Europa - dove la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile è a livelli ele­va­tis­simi - ha effetti nega­tivi di impo­ve­ri­mento di quei paesi, con ten­sioni sociali e fran­tu­ma­zione delle fami­glie. Sono costi sociali che non sono cal­co­lati dal Pil. Tutto ciò era stato in qual­che modo pre­vi­sto nel momento in cui si è deciso di intro­durre l’euro (…).

Non c’è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei criteri fossero sbagliati

Quali altri errori sono stati com­piuti? Innanzi tutto l’idea che le cose si sareb­bero risolte se i paesi aves­sero man­te­nuto un basso rap­porto tra defi­cit o debito pub­blico e Pil. È l’idea che sta die­tro al Fiscal com­pact. Ma non c’è nulla nella teo­ria eco­no­mica che offra un soste­gno ai cri­teri di con­ver­genza adot­tati in Europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei cri­teri fos­sero sba­gliati: Spa­gna e Irlanda ave­vano un bilan­cio pub­blico in avanzo prima del 2009, non ave­vano spre­cato risorse. Eppure hanno avuto delle crisi gra­vis­sime. Il debito ed il disa­vanzo di que­sti paesi si sono creati suc­ces­si­va­mente, per effetto della crisi, e non vice­versa. Il fatto di aver intro­dotto un Fiscal com­pact che impone vin­coli fer­rei al disa­vanzo e al debito non risol­verà i pro­blemi, né aiu­terà a pre­ve­nire la pros­sima crisi.

Un altro ele­mento che non è stato valu­tato appieno è che quando un paese si inde­bita in euro, piut­to­sto che in una moneta emessa dal paese che con­trae il debito, si creano auto­ma­ti­ca­mente le con­di­zioni per una crisi del debito sovrano. Il rap­porto debito/Pil negli Stati Uniti è ana­logo a quello euro­peo ma gli Usa non avranno mai una crisi del debito sovrano come quella che ha inve­stito l’Europa. Per­ché? Per­ché l’America si inde­bita in dol­lari, e quei dol­lari ver­ranno sem­pre rim­bor­sati per­ché il governo degli Stati Uniti può stam­pare i pro­pri dollari.

La crisi che ha col­pito i debiti sovrani di nume­rosi paesi euro­pei negli ultimi anni è simile a quanto ho visto molte volte quando ero capo eco­no­mi­sta della Banca Mon­diale: paesi come l’Argentina o l’Indonesia hanno vis­suto pro­fonde crisi cau­sate pro­prio dal fatto che si erano inde­bi­tati in valute che non pote­vano con­trol­lare. Quando que­sto avviene c’è sem­pre il rischio di una crisi del debito, e in Europa le con­di­zioni per que­sto tipo di crisi sono state create con l’introduzione dell’euro. L’unica solu­zione pos­si­bile nell’attuale situa­zione euro­pea è piut­to­sto sem­plice e si chiama Euro­bond. Tut­ta­via, sem­brano esserci osta­coli poli­tici a que­sta solu­zione che la ren­dono impra­ti­ca­bile, ma que­sta sem­bra l’unica via d’uscita logica.

Inol­tre, con l’euro si è creato un sistema fon­da­men­tal­mente insta­bile. L’obiettivo ini­ziale era quello di favo­rire la con­ver­genza tra gli stati euro­pei, attra­verso la disci­plina fiscale dei paesi mem­bri. Il sistema che è stato creato in realtà pro­duce diver­genza. Il mer­cato unico, la libera cir­co­la­zione dei capi­tali in Europa sem­brava essere la strada verso una mag­giore effi­cienza eco­no­mica. Ma non ci si rese conto del fatto che i mer­cati non sono per­fetti. Negli anni ottanta c’erano alcuni eco­no­mi­sti con­vinti del per­fetto fun­zio­na­mento dei mer­cati, men­tre oggi siamo con­sa­pe­voli delle innu­me­re­voli imper­fe­zioni che li carat­te­riz­zano. Ci sono imper­fe­zioni da lato della con­cor­renza, imper­fe­zioni sul ver­sante del rischio e dell’informazione. I mer­cati non sono quelli descritti dai modelli eco­no­mici semplificati (…).

Oggi si insi­ste molto sulle riforme strut­tu­rali che i sin­goli stati dovreb­bero intro­durre (…) Quando si sente la parola riforma si è por­tati a pen­sare a qual­cosa dagli esi­sti sicu­ra­mente posi­tivi, ma sotto quest’etichetta pos­sono nascon­dersi misure dagli esiti pro­fon­da­mente nega­tivi. Le riforme strut­tu­rali in realtà sono quasi tutte viste dal lato dell’offerta, con obiet­tivi come l’aumento dell’offerta o della pro­dut­ti­vità. Ma, è real­mente que­sto il pro­blema dell’Europa e dell’economia glo­bale? No. I pro­blemi oggi sono legati a una debo­lezza della domanda, non dell’offerta. Le riforme strut­tu­rali sba­gliate aggra­ve­ranno, attra­verso la ridu­zione dei salari o l’indebolimento degli ammor­tiz­za­tori sociali, la debo­lezza della domanda aggre­gata, con ovvie con­se­guenze su disoc­cu­pa­zione e dina­mica macroe­co­no­mica. E’ neces­sa­rio anche riflet­tere sul momento in cui si pos­sono adot­tare tali riforme.

Senza scen­dere nel merito delle riforme del mer­cato del lavoro nei diversi paesi euro­pei, vor­rei farvi notare che i paesi carat­te­riz­zati da un mer­cato del lavoro for­te­mente fles­si­bile non hanno evi­tato le gravi con­se­guenze della crisi. Gli Stati uniti erano appa­ren­te­mente il paese con il mer­cato del lavoro più fles­si­bile, ma hanno avuto una disoc­cu­pa­zione al 10%. E anche oggi, quando viene pro­pa­gan­data la grande ripresa dell’economia sta­tu­ni­tense, con una disoc­cu­pa­zione ridotta al 6%, biso­gna pen­sare che c’è una fetta della popo­la­zione ame­ri­cana sfi­du­ciata al punto tale da aver smesso di cer­care un’occupazione. Il tasso di disoc­cu­pa­zione reale degli Stati Uniti è attorno al 10% (…).
Quello che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo

Che cosa dovrebbe dun­que fare l’Europa? Sem­bra vera­mente dif­fi­cile che si possa risol­vere la crisi inter­ve­nendo con riforme nei sin­goli paesi senza rifor­mare la strut­tura dell’eurozona nel suo com­plesso. Su alcuni di que­sti inter­venti strut­tu­rali sem­bre­rebbe esserci un discreto consenso.

In primo luogo, una vera Unione ban­ca­ria, fatta di vigi­lanza e di assi­cu­ra­zione comune sui depo­siti, faci­li­te­rebbe la riso­lu­zione con­giunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l’urgenza è data dai nume­rosi fal­li­menti di imprese e ban­che, che pos­sono dan­neg­giare seria­mente le pro­spet­tive di cre­scita future.

In secondo luogo, è neces­sa­rio un mec­ca­ni­smo fede­rale di bilan­cio in Europa che potrebbe pren­dere, ad esem­pio, la forma degli Euro­bond, una solu­zione pra­tica e facile che con­sen­ti­rebbe all’Europa di uti­liz­zare il debito in fun­zione anti­ci­clica, come hanno fatto gli Stati Uniti in que­sti anni. Se l’Europa potesse inde­bi­tarsi a tassi di inte­resse nega­tivi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe sti­mo­lare molti inve­sti­menti utili, raf­for­zare l’economia e creare occu­pa­zione. E i soldi che oggi ven­gono spesi per il ser­vi­zio del debito dei sin­goli paesi potreb­bero essere uti­liz­zati per poli­ti­che di sti­molo alla crescita.

In terzo luogo, l’austerità va abban­do­nata e va adot­tata una stra­te­gia arti­co­lata di cre­scita. I paesi euro­pei sono molto diversi tra loro, ad esem­pio in ter­mini di pro­dut­ti­vità. Sono dun­que neces­sa­rie poli­ti­che indu­striali che favo­ri­scano la cre­scita della pro­dut­ti­vità nei paesi più deboli, ma tali poli­ti­che sono pre­cluse dai vin­coli di bilan­cio impo­sti agli stati mem­bri. Un osta­colo ulte­riore è rap­pre­sen­tato dalla poli­tica mone­ta­ria. Negli Stati Uniti la Fede­ral Reserve ha un man­dato arti­co­lato su quat­tro obiet­tivi: occu­pa­zione, infla­zione, cre­scita e sta­bi­lità finan­zia­ria. Oggi il prin­ci­pale obiet­tivo della Fede­ral Reserve è l’occupazione, non l’inflazione. Al con­tra­rio la Banca Cen­trale Euro­pea ha come unico man­dato l’inflazione, si con­cen­tra uni­ca­mente sull’inflazione. Que­sto viene da un’idea che era molto di moda, ben­ché non com­pro­vata da alcuna teo­ria eco­no­mica, quando lo Sta­tuto della BCE è stato redatto.

L’idea con­si­steva nel con­si­de­rare la bassa infla­zione come l’elemento di traino fon­da­men­tale e quasi esclu­sivo per la cre­scita eco­no­mica. Nem­meno il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale con­di­vide più que­sta con­vin­zione, ma l’Europa non sem­bra in grado di abban­do­narla. Que­sta poli­tica mone­ta­ria sba­gliata, può pro­durre e sta pro­du­cendo con­se­guenze eco­no­mi­che gravi. Se gli Stati Uniti man­ten­gono bassi i loro tassi di inte­resse per sti­mo­lare la crea­zione di nuovi posti di lavoro, men­tre in Europa i tassi con­ti­nuano a man­te­nersi più ele­vati, in una logica anti-inflazionistica, que­sto favo­ri­sce l’afflusso di capi­tali e l’apprezzamento dell’euro. E que­sto, ovvia­mente, rende ancora più dif­fi­cile espor­tare le merci euro­pee con un evi­dente impatto nega­tivo sulla cre­scita. Quando gli Stati uniti hanno comin­ciato ad adot­tare un poli­tica mone­ta­ria for­te­mente espan­siva ricor­rendo al «Quan­ti­ta­tive easing», l’esito posi­tivo di que­sta poli­tica è stato faci­li­tato dal fatto che l’Europa non ha fatto lo stesso.

Se l’Europa avesse abbas­sato i pro­pri tassi di inte­resse nello stesso modo in cui l’ha fatto la Fede­ral Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arri­vata molto più len­ta­mente. Il para­dosso, dun­que, è che gli Stati Uniti dovreb­bero rin­gra­ziare l’Europa per aver aiu­tato la ripresa dell’economia ame­ri­cana tra­mite le sue poli­ti­che mone­ta­rie sba­gliate. Ci sono altri aspetti da con­si­de­rare. Viviamo oggi in un eco­no­mia for­te­mente legata all’innovazione tec­no­lo­gica e alla cono­scenza. Ma per favo­rire l’innovazione sono neces­sari inve­sti­menti costanti e di grandi dimen­sioni in com­parti come l’istruzione e le infra­strut­ture. Si tende a pen­sare agli Stati Uniti come a un’economia inno­va­tiva. Que­sto è vero, ma è neces­sa­rio ricor­dare negli Stati Uniti le inno­va­zioni più impor­tanti, come Inter­net ad esem­pio, sono state soste­nute e finan­ziate atti­va­mente dal governo. C’è stata una poli­tica attiva dell’innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei con­si­glieri eco­no­mici della Casa bianca, veri­fi­cammo che i bene­fici degli inve­sti­menti pub­blici in inno­va­zione erano supe­riori a quelli pro­dotti dagli inve­sti­menti pri­vati. Si tratta di esempi di poli­ti­che attive per la cre­scita che avreb­bero effetti molto posi­tivi e che vanno in una dire­zione oppo­sta a quella del rigore che sta stran­go­lando l’Europa.

Infine, dob­biamo ren­derci conto che sia l’economia euro­pea che quella sta­tu­ni­tense erano affette da un pato­lo­gia ancor prima dell’esplosione della crisi. Fino al 2008 l’economia euro­pea e quella ame­ri­cana erano soste­nute da una bolla spe­cu­la­tiva che inte­res­sava prin­ci­pal­mente il set­tore immo­bi­liare. In assenza di quella bolla si sareb­bero visti tassi di disoc­cu­pa­zione molto più ele­vati. Ovvia­mente non vogliamo tor­nare a una cre­scita fon­data su bolle spe­cu­la­tive (…). È neces­sa­rio com­pren­dere, dun­que, quali sono i pro­blemi di fondo che col­pi­vano le nostre eco­no­mie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affron­tati sino ad oggi, sono peg­gio­rati durante la reces­sione. Il primo pro­blema sono le disu­gua­glianze cre­scenti nelle nostre società. La crisi ha con­tri­buito ad aumen­tarle ovun­que, negli Stati uniti i bene­fici della ripresa sono andati quasi com­ple­ta­mente all’1% più ricco della popo­la­zione. Negli Usa il valore del red­dito mediano (quello che vede metà degli ame­ri­cani con red­diti più alti e l’altra metà con red­diti infe­riori) al netto dell’inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Que­sto fa si che la fami­glia ame­ri­cana media non abbia soldi da spen­dere e, di con­se­guenza, la domanda aggre­gata rimane debole. Il secondo ele­mento è legato alla neces­sità di una tra­sfor­ma­zione strut­tu­rale verso l’economia della cono­scenza. Una tra­sfor­ma­zione che i mer­cati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di sti­molo di tali tra­sfor­ma­zioni dev’essere eser­ci­tato dei governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto que­sto compito (…)

La poli­tica indu­striale sarà senz’altro uno degli stru­menti fon­da­men­tali per uscire da que­sta situa­zione. È neces­sa­rio un Fondo euro­peo per la disoc­cu­pa­zione e un Fondo euro­peo per le pic­cole imprese, inve­sti­menti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca euro­pea degli investimenti.

Oltre alle cose che andreb­bero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mer­cato del lavoro, ho già detto che mag­giore fles­si­bi­lità non aiu­terà a risol­vere i pro­blemi attuali, anzi li aggra­verà aumen­tando le disu­gua­glianze e depri­mendo ulte­rior­mente la domanda. La situa­zione ita­liana, ad esem­pio, vede già pre­sente un ele­vato grado di fles­si­bi­lità; aumen­tarla ancora inde­bo­li­rebbe l’economia senza por­tare van­taggi. Biso­gna essere molto cauti.

Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sot­to­scri­vere il Trat­tato tran­sa­tlan­tico sul com­mer­cio e gli inve­sti­menti (Ttip). Un accordo di que­sto tipo potrebbe rive­larsi molto nega­tivo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scam­bio, vogliono un accordo di gestione del com­mer­cio che favo­ri­sca alcuni spe­ci­fici inte­ressi eco­no­mici. Il Dipar­ti­mento del Com­mer­cio sta nego­ziando in asso­luta segre­tezza senza infor­mare nem­meno i mem­bri del Con­gresso ame­ri­cano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle impor­ta­zioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicu­rezza ali­men­tare, per la tutela dell’ambiente e dei con­su­ma­tori in genere. Ciò che si vuole otte­nere con que­sto accordo non è un miglio­ra­mento del sistema di regole e di scambi posi­tivo per i cit­ta­dini ame­ri­cani ed euro­pei, ma si vuole garan­tire campo libero a imprese pro­ta­go­ni­ste di atti­vità eco­no­mi­che nocive per l’ambiente e per la salute umana. La Phi­lip Mor­ris ha fatto causa con­tro l’Uruguay per­ché l’Uruguay vuol difen­dere i pro­pri cit­ta­dini dalle siga­rette tos­si­che. La Phi­lip Mor­ris nel ten­ta­tivo di con­tra­stare le misure adot­tate in Uru­guay per tute­lare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appel­lata pro­prio ai quei prin­cipi di libero scam­bio che si vor­reb­bero intro­durre con il Ttip. Sot­to­scri­vendo un accordo simile l’Europa per­de­rebbe la pos­si­bi­lità di pro­teg­gere i pro­pri cit­ta­dini. Que­sto tipo di accordi, inol­tre aggra­vano le disu­gua­glianze e, in una situa­zione come quella euro­pea, rischie­reb­bero di appro­fon­dire la recessione.

L’Europa può ancora per­met­tersi di aspet­tare? Se non si cam­bia la strut­tura dell’eurozona, se l’Europa con­ti­nua sulla strada attuale, si can­dida a per­dere un quarto di secolo, dovete esserne con­sa­pe­voli. Quando era­vamo nel mezzo della Grande Depres­sione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mon­diale e la mas­sic­cia spesa pub­blica che l’ha accom­pa­gnata. Non dob­biamo augu­rarci che l’attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l’Europa ha le mani legate.

Infine, la que­stione della demo­cra­zia. C’è un defi­cit di demo­cra­zia creato dall’introduzione dell’euro. Gli elet­tori votano a favore di un cam­bia­mento delle poli­ti­che, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse poli­ti­che euro­pee». Que­sto com­pro­mette la fidu­cia nella demo­cra­zia. Oltre alle argo­men­ta­zioni eco­no­mi­che che ren­dono neces­sa­rio un cam­bia­mento c’è que­sta disaf­fe­zione nei con­fronti della poli­tica, che porta al raf­for­za­mento delle forze estre­mi­ste. Non è sol­tanto l’economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europee.

(tra­du­zione del Ser­vi­zio inter­preti della Camera dei Depu­tati, tra­scri­zione e revi­sione di Dario Guarascio)

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