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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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mercoledì 24 settembre 2014

Paradossi sentimentali

«L’Occidente, come è noto, pre­fe­ri­sce in pre­va­lenza non vedere le con­di­zioni di povertà, insta­bi­lità, ten­sioni e guerra in cui vivono tan­tis­simi abi­tanti del pia­neta, e men­tre,  siamo tutti a parole favo­re­voli all’uguaglianza e all’apertura, con­ti­nuiamo a costruire for­tezze per pro­teg­gerci dalle minacce locali  e rin­sal­diamo i con­fini dei nostri paesi per impe­dire che "gli altri" vi entrino, o che ne entrino troppi». Il manifesto,  24 settembre 2014

Un incontro a Pordenonelegge con la studiosa dell'«istituzione famiglia», in Italia per presentare il suo ultimo libro «L'amore a distanza», scritto con il marito Ulrich Beck.

Isa­beth Beck-Gernscheim ha una for­ma­zione cul­tu­rale che nelle facoltà ita­liane potrebbe essere con­si­de­rata eccen­trica, anche se ormai la trans­di­sci­pli­na­rietà tra filo­so­fia, socio­lo­gia e psi­co­lo­gia comin­cia ad essere pre­sente. Almeno tra chi rie­sce a supe­rare le for­che cau­dine dei tagli alla ricerca scien­ti­fica, che carat­te­rizza da oltre un ven­ten­nio l’Italia. Apprez­zata stu­diosa sull’«istituzione fami­glia», è docente da molti anni presso l’Università di Monaco. In Ita­lia è stato tra­dotto solo il volume scritto assieme a Ulrich Beck, teo­rico della «società del rischio», non­ché suo com­pa­gno di vita (L’amore a distanza, Bol­lati Borin­ghieri). Eli­sa­beth Beck è stata ospite a Por­de­no­ne­legge. Ed è nella città friu­lana che è avve­nuta l’intervista.

Il suo nuovo libro «L’amore a distanza», scritto con Ulrich Beck, è un’analisi ricca e sfac­cet­tata dello sce­na­rio, pro­fon­da­mente cam­biato, delle rela­zioni d’amore nel mondo glo­ba­liz­zato. Esa­mina le modi­fi­ca­zioni che si sono pro­dotte, i rischi insiti nei dif­fe­renti codici cul­tu­rali di cui, il più delle volte, si è ignari, i para­dossi e le oppor­tu­nità inat­tese che offrono per ali­men­tare la mixo­fi­lia, cioè il pia­cere di incon­trare e inte­ra­gire con chi è diverso da noi. Lei scrive di «fami­glie glo­bali». Cosa intende con que­sta espressione?

Il pro­blema, quando si parla delle nuove con­fi­gu­ra­zioni fami­liari che coin­vol­gono appunto l’amore a distanza e l’intersecarsi del Primo e del Terzo Mondo, è la foca­liz­za­zione su ambiti spe­ci­fici come le cop­pie bina­zio­nali o le ado­zioni trans­na­zio­nali. Le fami­glie glo­bali coin­vol­gono que­sti ma anche molti altri aspetti e a noi inte­res­sava svi­sce­rare, sullo sfondo di un qua­dro dram­ma­ti­ca­mente dise­guale, l’interconnessione di tutte que­ste tema­ti­che: per descri­verle, dalle «fami­glie glo­bali mul­ti­lo­cali» in cui i part­ner vivono in nazioni o con­ti­nenti diversi ma con­di­vi­dono la stessa cul­tura, alle «fami­glie mul­ti­na­zio­nali o mul­ti­con­ti­nen­tali» in cui le cop­pie vivono insieme ma i cui mem­bri pro­ven­gono da cul­ture dif­fe­renti. Ma anche per cer­care di com­pren­dere se tutti gli sforzi e spesso le sof­fe­renze a cui si assog­get­tano i pro­ta­go­ni­sti di que­ste nuove costel­la­zioni fami­liari con­ten­gano il germe di un miglio­ra­mento della salute del nostro mondo.

Il «qua­dro dram­ma­ti­ca­mente dise­guale» che men­ziona è reso con acu­tezza quando parla dei tra­pianti di organi dei poveri del mondo in corpi dei ric­chi che pos­sono com­prarli, in una «moderna forma di sim­biosi» in «pae­saggi cor­po­rei degli indi­vi­dui» dove «si fon­dono ’razze’, classi, nazioni e reli­gioni», con i «corpi dei ric­chi (che) si tra­sfor­mano in pat­ch­work com­po­sti arti­fi­cial­mente, men­tre quelli dei poveri diven­tano magaz­zini di ricam­bio». O quando descrive le donne che devono abban­do­nare i loro figli e mariti per andare in un altro paese per pren­dersi cura di figli di per­sone agiate. Come si può imma­gi­nare che que­sto spec­chio del capi­ta­li­smo glo­bale possa miglio­rare il mondo in cui viviamo?

L’Occidente, come è noto, pre­fe­ri­sce in pre­va­lenza non vedere le con­di­zioni di povertà, insta­bi­lità, ten­sioni e guerra in cui vivono tan­tis­simi abi­tanti del pia­neta, e men­tre, pre­scin­dendo dai fasci­smi che rico­min­ciano a rispun­tare in Europa come con­se­guenza della crisi e del risen­ti­mento che suscita, siamo tutti a parole favo­re­voli all’uguaglianza e all’apertura, con­ti­nuiamo a costruire for­tezze per pro­teg­gerci dalle minacce locali (che spesso assu­mono le sem­bianze di uno stra­niero) e rin­sal­diamo i con­fini dei nostri paesi per impe­dire che «gli altri» vi entrino, o che ne entrino troppi. In realtà, per un verso, men­tre si pro­clama la fine del cosmo­po­li­ti­smo, che si occupa di norme, noi con­fi­diamo nella cosmo­po­li­tiz­za­zione, cioè l’interdipendenza non solo eco­no­mica e poli­tica, ma anche etica tra sin­goli, gruppi e nazioni, che si occupa di fatti e che si svi­luppa dal basso e dall’interno, in ciò che avviene quo­ti­dia­na­mente, e che spesso resta inav­ver­tita. Per esem­pio, le donne che dal Sud del mondo arri­vano in Occi­dente, pren­dono atto di una tan­gi­bile pos­si­bi­lità di vivere il rap­porto con l’uomo su un altro piano, molto meno avvi­lente per loro.

Pare però che l’Occidente, anche nelle rela­zioni amo­rose, si stia avvi­tando su se stesso in una dimen­sione indi­vi­dua­li­stica che pre­scinde dalle «per­sone», dove il verbo «per-sonare» implica il «sonare attra­verso» altre per­sone, inten­dendo la libertà come un qual­cosa che si rea­lizza insieme agli altri, come scrive Magatti nel suo ultimo libro «Gene­ra­tivi di tutto il mondo, uni­tevi». Jac­ques Attali nel 2007 ha pub­bli­cato « Amours», in cui esal­tava l’amore mul­ti­plo, la poliu­nione, la poli­fe­deltà e imma­gi­nava un futuro di rela­zioni aperte in cui la bises­sua­lità sarebbe la norma, un netlo­ving in cui «per­sonne n’appartiendra à per­sonne». Ma il «nostro» mondo è solo un ottavo del mondo intero, e altrove il desi­de­rio di una fami­glia sta­bile, di un luogo dove sen­tirsi dav­vero «a casa» è par­ti­co­lar­mente sentito…

Ogni movi­mento implica una bidi­re­zio­na­lità, e certo le tra­sfor­ma­zioni avven­gono attra­verso un reci­proco con­di­zio­na­mento. Il rispetto e l’onore, che gover­nano le tran­sa­zioni e gli equi­li­bri di tanta parte del Sud del mondo, sono stati smar­riti nella sfre­na­tezza indi­vi­dua­li­stica della nostra civiltà, ma gra­zie alle nuove rap­pre­sen­ta­zioni che emer­ge­ranno potremo forse tor­nare a con­si­de­rarli valori fondanti.

Sono nume­ro­sis­simi gli esempi let­te­rari che pun­teg­giano la sua ricerca socio­lo­gica, etno­gra­fica e antro­po­lo­gica. Si impara molto dal romanzo di Moh­sin Hamid «Il fon­da­men­ta­li­sta rilut­tante», non solo rispetto allo scon­tro di civiltà e all’«inversione bio­gra­fica» di cui lei parla nel libro, ma anche rispetto alla rela­zione del pro­ta­go­ni­sta con la ricca e fra­gile ragazza ame­ri­cana di cui si inna­mora. Zyg­munt Bau­man sostiene nella sua ultima opera «La scienza della libertà» che la let­te­ra­tura è una sorella della socio­lo­gia. Può essere pre­ziosa per­ché le per­mette di cogliere que­gli ele­menti dell’esperienza sog­get­tiva che sono costi­tu­tivi del nostro essere nel mondo e che fini­reb­bero altri­menti nel dimen­ti­ca­toio qua­lora ci si limi­tasse ad ana­lisi quan­ti­ta­tive pun­tuali quanto aride. È d’accordo con lui?

Cer­ta­mente. Infatti, fin dal primo capi­tolo, pun­tello il mio stu­dio men­zio­nando tre romanzi che sono diven­tati dei best-seller e che ren­dono più vivido il mio discorso. Il primo, di Marina Lew­ycka, che riprendo poi nel quinto capi­tolo per par­lare delle migranti che cer­cano marito in paesi più for­tu­nati, rende con evi­denza sen­si­bile «l’altra fac­cia della luna» dell’emigrazione fem­mi­nile, voli­tiva e rapace, attra­verso la sto­ria di una bel­lis­sima donna ucraina di 36 anni che sposa un inglese ottan­ta­quat­trenne e ricor­rendo alle sue affi­late armi di sedu­zione lo spreme come un limone fin­ché il suo patri­mo­nio si esau­ri­sce e con esso fini­sce anche il matri­mo­nio.
Il secondo, di Betty Mah­moody, è la sto­ria auto­bio­gra­fica di una donna del nor­da­me­rica che sposa un ira­niano e si lascia con­vin­cere da lui a seguirlo nel suo paese d’origine con la figlia per ritro­var­visi seque­strata, defrau­data di qua­lun­que libertà d’espressione, fin­ché dopo un anno e mezzo non rie­sce a fug­gire e a ridare così a sé e alla figlia la libertà. È molto impor­tante cogliere il punto di vista, le per­ce­zioni e le emo­zioni di chi vive una situa­zione e senza nar­rarne la sto­ria tutto que­sto ovvia­mente non è pos­si­bile.

Nel terzo romanzo men­zio­nato pre­do­mina l’umorismo che sca­tu­ri­sce dal confronto-scontro fra la gio­iosa ten­denza all’improvvisazione degli ita­liani e il rigore tal­volta un po’ cupo dei tede­schi. Penso che anche il cinema rive­sta un ruolo impor­tante nel ren­dere «carne e san­gue» le tra­sfor­ma­zioni in atto. Parlo anche del libro tra­spo­sto nel film Lost in Trans­la­tion dove per la pro­ta­go­ni­sta si alter­nano, alla domanda «spo­sarsi, sì o no?», la rispo­sta polacca, di ripulsa, e quella ame­ri­cana, di accet­ta­zione.
In que­sta meta­mor­fosi che stiamo vivendo, le nostre ambi­va­lenze si accre­sce­ranno, ma alla fine spe­riamo pre­val­gano rispo­ste che ren­dano migliori le nostre vite comuni.
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