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mercoledì 24 settembre 2014

Paradossi sentimentali

«L’Occidente, come è noto, pre­fe­ri­sce in pre­va­lenza non vedere le con­di­zioni di povertà, insta­bi­lità, ten­sioni e guerra in cui vivono tan­tis­simi abi­tanti del pia­neta, e men­tre,  siamo tutti a parole favo­re­voli all’uguaglianza e all’apertura, con­ti­nuiamo a costruire for­tezze per pro­teg­gerci dalle minacce locali  e rin­sal­diamo i con­fini dei nostri paesi per impe­dire che "gli altri" vi entrino, o che ne entrino troppi». Il manifesto,  24 settembre 2014

Un incontro a Pordenonelegge con la studiosa dell'«istituzione famiglia», in Italia per presentare il suo ultimo libro «L'amore a distanza», scritto con il marito Ulrich Beck.

Isa­beth Beck-Gernscheim ha una for­ma­zione cul­tu­rale che nelle facoltà ita­liane potrebbe essere con­si­de­rata eccen­trica, anche se ormai la trans­di­sci­pli­na­rietà tra filo­so­fia, socio­lo­gia e psi­co­lo­gia comin­cia ad essere pre­sente. Almeno tra chi rie­sce a supe­rare le for­che cau­dine dei tagli alla ricerca scien­ti­fica, che carat­te­rizza da oltre un ven­ten­nio l’Italia. Apprez­zata stu­diosa sull’«istituzione fami­glia», è docente da molti anni presso l’Università di Monaco. In Ita­lia è stato tra­dotto solo il volume scritto assieme a Ulrich Beck, teo­rico della «società del rischio», non­ché suo com­pa­gno di vita (L’amore a distanza, Bol­lati Borin­ghieri). Eli­sa­beth Beck è stata ospite a Por­de­no­ne­legge. Ed è nella città friu­lana che è avve­nuta l’intervista.

Il suo nuovo libro «L’amore a distanza», scritto con Ulrich Beck, è un’analisi ricca e sfac­cet­tata dello sce­na­rio, pro­fon­da­mente cam­biato, delle rela­zioni d’amore nel mondo glo­ba­liz­zato. Esa­mina le modi­fi­ca­zioni che si sono pro­dotte, i rischi insiti nei dif­fe­renti codici cul­tu­rali di cui, il più delle volte, si è ignari, i para­dossi e le oppor­tu­nità inat­tese che offrono per ali­men­tare la mixo­fi­lia, cioè il pia­cere di incon­trare e inte­ra­gire con chi è diverso da noi. Lei scrive di «fami­glie glo­bali». Cosa intende con que­sta espressione?

Il pro­blema, quando si parla delle nuove con­fi­gu­ra­zioni fami­liari che coin­vol­gono appunto l’amore a distanza e l’intersecarsi del Primo e del Terzo Mondo, è la foca­liz­za­zione su ambiti spe­ci­fici come le cop­pie bina­zio­nali o le ado­zioni trans­na­zio­nali. Le fami­glie glo­bali coin­vol­gono que­sti ma anche molti altri aspetti e a noi inte­res­sava svi­sce­rare, sullo sfondo di un qua­dro dram­ma­ti­ca­mente dise­guale, l’interconnessione di tutte que­ste tema­ti­che: per descri­verle, dalle «fami­glie glo­bali mul­ti­lo­cali» in cui i part­ner vivono in nazioni o con­ti­nenti diversi ma con­di­vi­dono la stessa cul­tura, alle «fami­glie mul­ti­na­zio­nali o mul­ti­con­ti­nen­tali» in cui le cop­pie vivono insieme ma i cui mem­bri pro­ven­gono da cul­ture dif­fe­renti. Ma anche per cer­care di com­pren­dere se tutti gli sforzi e spesso le sof­fe­renze a cui si assog­get­tano i pro­ta­go­ni­sti di que­ste nuove costel­la­zioni fami­liari con­ten­gano il germe di un miglio­ra­mento della salute del nostro mondo.

Il «qua­dro dram­ma­ti­ca­mente dise­guale» che men­ziona è reso con acu­tezza quando parla dei tra­pianti di organi dei poveri del mondo in corpi dei ric­chi che pos­sono com­prarli, in una «moderna forma di sim­biosi» in «pae­saggi cor­po­rei degli indi­vi­dui» dove «si fon­dono ’razze’, classi, nazioni e reli­gioni», con i «corpi dei ric­chi (che) si tra­sfor­mano in pat­ch­work com­po­sti arti­fi­cial­mente, men­tre quelli dei poveri diven­tano magaz­zini di ricam­bio». O quando descrive le donne che devono abban­do­nare i loro figli e mariti per andare in un altro paese per pren­dersi cura di figli di per­sone agiate. Come si può imma­gi­nare che que­sto spec­chio del capi­ta­li­smo glo­bale possa miglio­rare il mondo in cui viviamo?

L’Occidente, come è noto, pre­fe­ri­sce in pre­va­lenza non vedere le con­di­zioni di povertà, insta­bi­lità, ten­sioni e guerra in cui vivono tan­tis­simi abi­tanti del pia­neta, e men­tre, pre­scin­dendo dai fasci­smi che rico­min­ciano a rispun­tare in Europa come con­se­guenza della crisi e del risen­ti­mento che suscita, siamo tutti a parole favo­re­voli all’uguaglianza e all’apertura, con­ti­nuiamo a costruire for­tezze per pro­teg­gerci dalle minacce locali (che spesso assu­mono le sem­bianze di uno stra­niero) e rin­sal­diamo i con­fini dei nostri paesi per impe­dire che «gli altri» vi entrino, o che ne entrino troppi. In realtà, per un verso, men­tre si pro­clama la fine del cosmo­po­li­ti­smo, che si occupa di norme, noi con­fi­diamo nella cosmo­po­li­tiz­za­zione, cioè l’interdipendenza non solo eco­no­mica e poli­tica, ma anche etica tra sin­goli, gruppi e nazioni, che si occupa di fatti e che si svi­luppa dal basso e dall’interno, in ciò che avviene quo­ti­dia­na­mente, e che spesso resta inav­ver­tita. Per esem­pio, le donne che dal Sud del mondo arri­vano in Occi­dente, pren­dono atto di una tan­gi­bile pos­si­bi­lità di vivere il rap­porto con l’uomo su un altro piano, molto meno avvi­lente per loro.

Pare però che l’Occidente, anche nelle rela­zioni amo­rose, si stia avvi­tando su se stesso in una dimen­sione indi­vi­dua­li­stica che pre­scinde dalle «per­sone», dove il verbo «per-sonare» implica il «sonare attra­verso» altre per­sone, inten­dendo la libertà come un qual­cosa che si rea­lizza insieme agli altri, come scrive Magatti nel suo ultimo libro «Gene­ra­tivi di tutto il mondo, uni­tevi». Jac­ques Attali nel 2007 ha pub­bli­cato « Amours», in cui esal­tava l’amore mul­ti­plo, la poliu­nione, la poli­fe­deltà e imma­gi­nava un futuro di rela­zioni aperte in cui la bises­sua­lità sarebbe la norma, un netlo­ving in cui «per­sonne n’appartiendra à per­sonne». Ma il «nostro» mondo è solo un ottavo del mondo intero, e altrove il desi­de­rio di una fami­glia sta­bile, di un luogo dove sen­tirsi dav­vero «a casa» è par­ti­co­lar­mente sentito…

Ogni movi­mento implica una bidi­re­zio­na­lità, e certo le tra­sfor­ma­zioni avven­gono attra­verso un reci­proco con­di­zio­na­mento. Il rispetto e l’onore, che gover­nano le tran­sa­zioni e gli equi­li­bri di tanta parte del Sud del mondo, sono stati smar­riti nella sfre­na­tezza indi­vi­dua­li­stica della nostra civiltà, ma gra­zie alle nuove rap­pre­sen­ta­zioni che emer­ge­ranno potremo forse tor­nare a con­si­de­rarli valori fondanti.

Sono nume­ro­sis­simi gli esempi let­te­rari che pun­teg­giano la sua ricerca socio­lo­gica, etno­gra­fica e antro­po­lo­gica. Si impara molto dal romanzo di Moh­sin Hamid «Il fon­da­men­ta­li­sta rilut­tante», non solo rispetto allo scon­tro di civiltà e all’«inversione bio­gra­fica» di cui lei parla nel libro, ma anche rispetto alla rela­zione del pro­ta­go­ni­sta con la ricca e fra­gile ragazza ame­ri­cana di cui si inna­mora. Zyg­munt Bau­man sostiene nella sua ultima opera «La scienza della libertà» che la let­te­ra­tura è una sorella della socio­lo­gia. Può essere pre­ziosa per­ché le per­mette di cogliere que­gli ele­menti dell’esperienza sog­get­tiva che sono costi­tu­tivi del nostro essere nel mondo e che fini­reb­bero altri­menti nel dimen­ti­ca­toio qua­lora ci si limi­tasse ad ana­lisi quan­ti­ta­tive pun­tuali quanto aride. È d’accordo con lui?

Cer­ta­mente. Infatti, fin dal primo capi­tolo, pun­tello il mio stu­dio men­zio­nando tre romanzi che sono diven­tati dei best-seller e che ren­dono più vivido il mio discorso. Il primo, di Marina Lew­ycka, che riprendo poi nel quinto capi­tolo per par­lare delle migranti che cer­cano marito in paesi più for­tu­nati, rende con evi­denza sen­si­bile «l’altra fac­cia della luna» dell’emigrazione fem­mi­nile, voli­tiva e rapace, attra­verso la sto­ria di una bel­lis­sima donna ucraina di 36 anni che sposa un inglese ottan­ta­quat­trenne e ricor­rendo alle sue affi­late armi di sedu­zione lo spreme come un limone fin­ché il suo patri­mo­nio si esau­ri­sce e con esso fini­sce anche il matri­mo­nio.
Il secondo, di Betty Mah­moody, è la sto­ria auto­bio­gra­fica di una donna del nor­da­me­rica che sposa un ira­niano e si lascia con­vin­cere da lui a seguirlo nel suo paese d’origine con la figlia per ritro­var­visi seque­strata, defrau­data di qua­lun­que libertà d’espressione, fin­ché dopo un anno e mezzo non rie­sce a fug­gire e a ridare così a sé e alla figlia la libertà. È molto impor­tante cogliere il punto di vista, le per­ce­zioni e le emo­zioni di chi vive una situa­zione e senza nar­rarne la sto­ria tutto que­sto ovvia­mente non è pos­si­bile.

Nel terzo romanzo men­zio­nato pre­do­mina l’umorismo che sca­tu­ri­sce dal confronto-scontro fra la gio­iosa ten­denza all’improvvisazione degli ita­liani e il rigore tal­volta un po’ cupo dei tede­schi. Penso che anche il cinema rive­sta un ruolo impor­tante nel ren­dere «carne e san­gue» le tra­sfor­ma­zioni in atto. Parlo anche del libro tra­spo­sto nel film Lost in Trans­la­tion dove per la pro­ta­go­ni­sta si alter­nano, alla domanda «spo­sarsi, sì o no?», la rispo­sta polacca, di ripulsa, e quella ame­ri­cana, di accet­ta­zione.
In que­sta meta­mor­fosi che stiamo vivendo, le nostre ambi­va­lenze si accre­sce­ranno, ma alla fine spe­riamo pre­val­gano rispo­ste che ren­dano migliori le nostre vite comuni.
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