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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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venerdì 26 settembre 2014

L’austerità è tossica

«Europa. Le politiche per l’austerity producono un’inevitabile caduta del Pil e dell’occupazione, creando un aumento del rapporto fra debito e Pil. In Italia si discute in modo scellerato di abolizione dell’articolo 18, misura che, se attuata, avrà sicuramente effetti negativi sull’economia». Il manifesto, 26 settembre 2014

Le ana­lisi di Joseph Sti­glitz, pre­sen­tate nelle pagine pre­ce­denti, che inte­ra­mente con­di­vido, sono un ottimo punto di par­tenza per capire che cosa occorre fare oggi in Ita­lia e in Europa. La prima cosa da sot­to­li­neare è che le poli­ti­che di auste­rità sono auto­le­sio­ni­ste e essen­zial­mente dan­nose. Esse pro­du­cono un’inevitabile caduta del Pro­dotto interno lordo (Pil) e dell’occupazione, ed hanno come risul­tato un aumento del rap­porto fra debito e Pil, cioè pro­prio quella fra­zione che si intende ridurre! Ciò per effetto delle dimen­sioni del «mol­ti­pli­ca­tore» : un taglio della spesa pub­blica di un euro riduce il pro­dotto nazio­nale molto più di un euro.

Non si tratta di effetti col­la­te­rali o di breve periodo, ma di effetti strut­tu­rali delle poli­ti­che di auste­rità in pre­senza di una crisi di domanda. Se è così, come ormai è rico­no­sciuto dalla mag­gior parte degli eco­no­mi­sti a livello inter­na­zio­nale, il dibat­tito che sta andando in scena in Ita­lia in merito alla pos­si­bi­lità di “sfo­rare” di una fra­zione di punto per­cen­tuale i vin­coli di bilan­cio euro­pei appare alquanto pate­tico: somi­glia ad una discus­sione sulla quan­tità giu­sta da pren­dere di un veleno di cui è per­fet­ta­mente nota la tos­si­cità. Al con­tra­rio, la discus­sione sulla crisi eco­no­mica in Ita­lia sta pro­se­guendo come se ci tro­vas­simo nel mezzo di una crisi da offerta. E in più, tale crisi da offerta viene asso­ciata alla dimen­sione ecces­siva dei costi, con un espli­cito rife­ri­mento ai costi del lavoro, il cui peso sta­rebbe sco­rag­giando gli inve­sti­menti. L’ovvia con­clu­sione è che ridu­cendo i costi del lavoro si favo­ri­rebbe lo sblocco degli inve­sti­menti. Si tratta di una let­tura pro­fon­da­mente errata, senza alcun fon­da­mento empi­rico: gli inve­sti­menti sono essen­zial­mente deter­mi­nati dalla domanda e dalle oppor­tu­nità inno­va­tive. Inter­ve­nire sulle oppor­tu­nità inno­va­tive è impor­tan­tis­simo, ma gli effetti richie­dono tempo.

Sulla domanda si può inter­ve­nire subito. Invece in Ita­lia si con­ti­nua a discu­tere in modo scel­le­rato di abo­li­zione dell’articolo 18, misura che, se attuata, e se effi­cace nell’aumentare ulte­rior­mente la fles­si­bi­lità del mer­cato del lavoro, avrà effetti nega­tivi sull’economia. Effetti che oltre alla loro dimen­sione eco­no­mica - iden­ti­fi­ca­bile in un ovvio impatto di ridu­zione dei con­sumi - hanno anche una dimen­sione sociale almeno altret­tanto impor­tante in ter­mini di insi­cu­rezza sociale e senso di dignità e iden­tità del lavoro.

Ma se l’austerità fa male, che cosa si potrebbe invece fare? Sti­glitz ha illu­strato le poli­ti­che diverse che occor­re­rebbe rea­liz­zare in Europa. Sareb­bero misure essen­ziali, ma noi non siamo tede­schi e non abbiamo diritto di voto in Ger­ma­nia, dove fino ad ora si sono decise le poli­ti­che per tutta l’euro-Europa. Allora che cosa è pos­si­bile fare qui?

La prima cosa da fare è quella di non con­si­de­rare più il vin­colo del 3% nel rap­porto deficit/Pil come una spe­cie di invio­la­bile legge di natura. Ma smet­tere di accet­tare il vin­colo implica una volontà cre­di­bile di con­tem­plare la pos­si­bi­lità di ristrut­tu­rare il nostro debito pub­blico, sia in ter­mini di allun­ga­mento delle sca­denze, che di hair cut­ting (cioè di taglio sul valore del capi­tale da resti­tuire alla sca­denza). Una reale cre­di­bi­lità della minac­cia di ristrut­tu­ra­zione uni­la­te­rale del debito pub­blico ita­liano potrebbe fun­gere da sti­molo all’adozione di quelle misure - come l’introduzione degli Euro­bond o un pro­gramma di inve­sti­menti pub­blici - che appa­iono indi­spen­sa­bili ma sotto veto tede­sco. Si trat­te­rebbe di una minac­cia cre­di­bile per­ché le dimen­sioni del debito pub­blico ita­liano ren­de­reb­bero una sua bru­sca e uni­la­te­rale ristrut­tu­ra­zione capace di por­tare l’intero sistema finan­zia­rio inter­na­zio­nale nel precipizio.

L’Italia è “too big to fail” e, inol­tre , occorre ricor­dare che l’Italia ha un attivo pri­ma­rio (cioè al netto degli inte­ressi pagati, il bilan­cio pub­blico è in attivo e quindi senza impel­lenti neces­sità di rivol­gersi ai mer­cati finanziari).

Dove andreb­bero spese le risorse pub­bli­che volte alla ripresa dell’economia euro­pea? Key­nes soste­neva che piut­to­sto che abban­do­narsi all’inazione meglio sarebbe stato sca­vare delle buche per poi riem­pirle. Più stra­te­gi­ca­mente, quello che sarebbe neces­sa­rio oggi in Europa è un vasto piano di poli­tica indu­striale com­po­sto da grandi pro­getti “mis­sion orien­ted”. Allo stato attuale sem­bra che l’unico pro­getto “mis­sion orien­ted” esi­stente in Ita­lia vada a soste­nere l’industria bel­lica ame­ri­cana con il pro­gramma di acqui­sto dei cac­cia­bom­bar­dieri F35 (che peral­tro sono anche un fal­li­mento tecnologico-militare). Invece occor­re­rebbe ini­ziare ambi­ziosi pro­getti nel campo dell’ambiente, della sanità, del welfare.

E la tas­sa­zione? Occorre smi­tiz­zare l’idea che la tas­sa­zione è media­mente troppo alta. E’ insop­por­ta­bil­mente alta sui red­diti medio-bassi, ma la media non è niente di scan­da­loso. E’ neces­sa­rio un piano di tas­sa­zione, sia sui red­diti che sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie, volto alla redi­stri­bu­zione e non alla resti­tu­zione del debito. Misure redi­stri­bu­tive di que­sto tipo avreb­bero anche un evi­dente impatto posi­tivo sui con­sumi, la cre­scita e l’occupazione.

Vi sono infine cose che non vanno asso­lu­ta­mente fatte. Una di que­ste è l’Accordo tran­sa­tlan­tico di libero scam­bio tra l’Europa e gli Stati Uniti (TTIP). Accordi come que­sto minano la capa­cità poli­tica degli stati, in par­ti­co­lare in mate­ria di poli­tica sociale, indu­striale e dell’ambiente. Di fatto si tratta di accordi che pri­va­tiz­zano la poli­tica. Accordi di que­sto tipo sono tos­sici quanto lo sono le poli­ti­che di auste­rità che si stanno por­tando avanti in Europa.
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