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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

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domenica 21 settembre 2014

Il sindacato batte un colpo

«Sono dovuti uscire allo sco­perto tutti i nostri that­che­riani di com­ple­mento per­ché le orga­niz­za­zioni del mondo del lavoro rea­gis­sero all’altezza della posta in gioco. Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, è diviso e sem­pre meno rap­pre­sen­ta­tivo. Ma qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo». Il manifesto, 20 settembre 2014




Final­mente il sin­da­cato si sve­glia e trova le parole per dire la verità. Renzi «come la That­cher» è sbot­tata la lea­der della Cgil, Susanna Camusso. «Il con­tratto a tutele pro­gres­sive è una presa in giro» ribatte il lea­der della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini. Giu­dizi chiari, netti, sem­plici da capire, che com­pen­sano le troppe timi­dezze, le este­nuanti attese, le incom­pren­si­bili aper­ture di cre­dito offerte in que­sti mesi.

Sono dovuti uscire allo sco­perto tutti i nostri that­che­riani di com­ple­mento per­ché le orga­niz­za­zioni del mondo del lavoro rea­gis­sero all’altezza della posta in gioco. Dalla cam­pa­gna estiva di Alfano con­tro l’articolo 18, alla minac­cia del decreto legge sul Jobs act del pre­mier davanti al par­la­mento, con tutta la nomen­cla­tura ren­ziana a com­porre il coro della neces­sa­ria e urgente libe­ra­liz­za­zione del mer­cato del lavoro. Libe­ri­sti d’ogni spe­cie e pro­ve­nienza, tra­smi­grati dal Pd ber­sa­niano verso più ade­guate sponde cen­tri­ste, come il pro­fes­sor Ichino, o come i pasda­ran del catto-liberismo alla maniera dell’ex mini­stro del lavoro Sacconi.

Eppure era tutto abba­stanza evi­dente fin dall’inizio. Da quell’inno a Mar­chionne quando il futuro presidente-segretario era ancora sin­daco di Firenze, all’ideologia “Leo­polda” del merito e dell’elogio dell’imprenditore nasco­sto in cia­scuno di noi ai tempi delle pri­ma­rie, fino al buon­giorno Ita­lia con quel decreto Poletti che infi­lava il col­tello nella ferita del pre­ca­riato. Non era dif­fi­cile pre­ve­dere la dire­zione di mar­cia del governo. Tut­ta­via, nono­stante il mar­tel­lante ritor­nello con­tro i sin­da­cati, indi­vi­duati come la causa prin­ci­pale dell’umiliante con­di­zione delle classi lavo­ra­trici nel nostro paese, i ber­sa­gli pre­di­letti rea­gi­vano bor­bot­tando, come fos­sero ipno­tiz­zati dagli 80 euro che, oltre­tutto, già si pre­sen­ta­vano come una carta elet­to­rale che pre­sto avrebbe recla­mato la con­tro­par­tita del blocco dei con­tratti del pub­blico impiego.

La forte rea­zione sin­da­cale, con l’annuncio di mani­fe­sta­zioni e scio­peri nelle pros­sime set­ti­mane, ha pro­vo­cato l’immediata, ber­lu­sco­niana replica del pre­si­dente del con­si­glio. E’ entrato nei tele­gior­nali della sera con un irri­dente, ammic­cante video­mes­sag­gio (il Tg7 lo ha tra­smesso inte­gral­mente, come si faceva ai vec­chi tempi con le video­cas­sette). In mani­che di cami­cia si è sca­gliato con­tro la Cgil e com­pa­gni, a suo dire arte­fici dei salari di povertà, della pre­ca­rietà («dove era­vate voi quando si è pro­dotta l’ingiustizia tra chi un lavoro ce l’ha e chi no?»). Niente di nuovo, solo la con­ferma del rove­scia­mento della realtà. Come se per capire come siamo arri­vati a rispol­ve­rare con­di­zioni di lavoro otto­cen­te­sche biso­gnasse inter­pel­lare i sin­da­cati anzi­ché le poli­ti­che eco­no­mi­che dei governi che hanno basto­nato sti­pendi, pen­sioni, welfare.

Natu­ral­mente non sfug­gono respon­sa­bi­lità e limiti di chi avrebbe dovuto capire i colos­sali cam­bia­menti pro­dotti dalla ristrut­tu­ra­zione capi­ta­li­sta e met­tere in campo ade­guate con­trof­fen­sive. Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, è diviso e sem­pre meno rap­pre­sen­ta­tivo. Ma qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo.
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