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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 23 settembre 2014

Il pareggio che per i diritti è una sconfitta

«La pro­po­sta di ini­zia­tiva legi­sla­tiva popo­lare rap­pre­senta dun­que l’indicazione di una nuova rotta. Un per­corso arti­co­lato che potrà essere imboc­cato solo se si saprà costruire un con­senso dif­fuso, uni­ca­mente se verrà accom­pa­gnato da un’ampia, con­vinta e attiva par­te­ci­pa­zione. Nulla garan­ti­sce infatti il suc­cesso». Il Manifesto, 23 settembre 2014 (m.p.r.)

Ora vediamo chi vuole cam­biare dav­vero. L’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare che vuole assi­cu­rare il rispetto dei diritti fon­da­men­tali anche nelle fasi di crisi eco­no­mica rap­pre­senta una pro­po­sta di vera rot­tura con il pas­sato. Non si limita a cri­ti­care l’introduzione del prin­ci­pio del pareg­gio di bilan­cio nella nostra Costi­tu­zione, si spinge a indi­care una strada alter­na­tiva. La riforma costi­tu­zio­nale appro­vata nel 2012 quasi all’unanimità dal nostro par­la­mento è pre­sto assurta a sim­bolo dell’incapacità della poli­tica di gover­nare i pro­cessi eco­no­mici e finanziari.

S’è trat­tato di una rispo­sta pura­mente ideo­lo­gica (il neo­li­be­ri­smo come unica razio­na­lità pos­si­bile) ad una crisi di sistema che ha con­ti­nuato ad avvi­tarsi su se stessa. Ora, con la pro­po­sta di modi­fica di tre arti­coli della Costi­tu­zione, si vuole cam­biare radi­cal­mente il punto di vista per ten­tare di uscire dalla reces­sione, che non è solo eco­no­mica, ma è soprat­tutto cul­tu­rale. Non è una pro­spet­tiva vel­lei­ta­ria quella che si pro­spetta. Si radica, invece, nel solco del costi­tu­zio­na­li­smo moderno, risco­pren­done le vir­tua­lità eman­ci­pa­to­rie. È alla sto­ria poli­tica e sociale che biso­gna rico­min­ciare a guar­dare, da tempo offu­scata dall’autoreferenzialità della poli­tica inca­pace di con­tra­stare la logica distrut­tiva del mer­cato spe­cu­la­tivo. Occorre tor­nare ai diritti.

Persi nei fumi dell’ideologia, tra­sci­nati dal vento impe­tuoso del tempo, troppo a lungo abbiamo scor­dato che alla base del vivere civile, a fon­da­mento del patto sociale, si pone il rispetto dei diritti fon­da­men­tali, non l’equilibrio finan­zia­rio. Se c’è una lezione da trarre dalla sto­ria poli­tica del costi­tu­zio­na­li­smo moderno è che la garan­zia dei diritti deve essere assi­cu­rata, altri­menti la società civile «non ha una costi­tu­zione» (così espli­ci­ta­mente nella dichia­ra­zione del 1789), e si torna allo stato di natura dove pre­vale la legge del più forte (eco­no­mi­ca­mente, oltre che mili­tar­mente). Solo l’hobbesiana pro­tec­tio può legit­ti­mare la richie­sta di oboe­dien­tia, solo il rispetto dei diritti può giu­sti­fi­care i doveri sociali. Nelle costi­tu­zioni del secondo dopo­guerra que­sto dato fon­da­tivo delle società moderne ha por­tato ad affer­mare il prin­ci­pio di «indi­spo­ni­bi­lità» dei diritti fon­da­men­tali ed il pri­mato della per­sona. Prio­rità da far valere anche sull’economia, soprat­tutto sull’economia, la quale non può essere rap­pre­sen­tata come espres­sione di un «ordine natu­rale», ma è anch’essa frutto di un «ordine giu­ri­dico». Dun­que, mani­fe­sta­zione di scelte di poli­tica eco­no­mica che con­for­mano un par­ti­co­lare assetto d’interessi, a disca­pito di altri. Opzioni — que­sto è il punto — che non sono com­ple­ta­mente libere.

E’ il nostro sistema costi­tu­zio­nale ad avere indi­vi­duando i prin­ci­pali limiti pro­prio nella «libertà, sicu­rezza e dignità umana», nell’esigenza di assi­cu­rare una «esi­stenza libera e digni­tosa», nei «doveri inde­ro­ga­bili di soli­da­rietà poli­tica, eco­no­mica e sociale». In que­sto senso può cer­ta­mente affer­marsi che in uno stato costi­tu­zio­nale «sull’economia pre­val­gono i diritti». Ed è entro que­sto con­te­sto costi­tu­zio­nale che si alter­nano i diversi cicli eco­no­mici, quelli più favo­re­voli e quelli meno.

È evi­dente, infatti, che l’espansione dei diritti richiede ingenti risorse eco­no­mi­che, per­tanto da tempo si rico­no­sce che i «diritti che costano» (pra­ti­ca­mente tutti i diritti hanno un costo) sono finan­zia­ria­mente con­di­zio­nati. Ciò non toglie però che anche in una fase di crisi eco­no­mica — soprat­tutto in fasi in cui le risorse sono limi­tate — diventa vitale assi­cu­rare una tutela pri­vi­le­giata ai diritti fon­da­men­tali, i quali devono pre­va­lere sulle garan­zie pre­state ad ogni altro inte­resse. Ed è que­sto il senso pro­fondo che si pone a fon­da­mento dell’iniziativa popo­lare. Essa rap­pre­senta una rot­tura di con­ti­nuità con il più recente pas­sato che ha invece inver­tito le prio­rità tra diritti e eco­no­mia, ponendo i primi al ser­vi­zio della seconda. Nel 2012 que­sta pre­tesa ha assunto le vesti della revi­sione costi­tu­zio­nale con l’inserimento di un prin­ci­pio «sov­ver­sivo» (in senso stret­ta­mente eti­mo­lo­gico) del sistema di garan­zia dei diritti costi­tu­zio­nal­mente defi­niti. Un prin­ci­pio che si è dimo­strato fal­li­men­tare per le stesse ragioni dello svi­luppo eco­no­mico, oltre che per la garan­zia dei diritti.

Non si tratta ora sem­pli­ce­mente di tor­nare indie­tro, bensì di svi­lup­pare nel segno del cam­bia­mento i diversi prin­cipi del costi­tu­zio­na­li­smo moderno. Ciò che si pro­pone è un altro approc­cio alla revi­sione costi­tu­zio­nale; diverso rispetto da quello sin qui pra­ti­cato da un ceto poli­tico intento a sman­tel­lare pro­gres­si­va­mente le con­qui­ste di civiltà che la lotta per i diritti ha sto­ri­ca­mente affer­mato e la nostra Costi­tu­zione ha giu­ri­di­ca­mente impo­sto. Con que­sta ini­zia­tiva si vuol dimo­strare che dalla Costi­tu­zione (dai suoi prin­cipi fon­da­men­tali) si può ripar­tire per tra­sfor­mare la società e la poli­tica ita­liana; che essa non è un osta­colo bensì il fat­tore di cam­bia­mento più vitale.

Non ser­vono molte parole per affer­mare un prin­ci­pio di cam­bia­mento radi­cale. Anche in que­sto può pla­sti­ca­mente rin­ve­nirsi una diver­sità di stile — che è anche di sostanza — con il revi­sio­ni­smo costi­tu­zio­nale che è alle nostre spalle. Si guardi a tutte le «grandi riforme» che, dalla Com­mis­sione bica­me­rale del 1993 ad oggi, hanno cer­cato di met­tere le mani sulla Costi­tu­zione: un pro­flu­vio di parole senza la soli­dità di un prin­ci­pio. Si esa­mini l’attuale pro­po­sta in discus­sione di modi­fica pre­sen­tata dall’attuale governo rela­tiva al senato e al Titolo V: un insieme di dispo­si­zioni informi, spesso tra loro in con­trad­di­zione. Si leg­gano i nuovi arti­coli scritti dai neo-revisori costi­tu­zio­nali (dal ridon­dante art. 111 all’ingestibile art. 117): lun­ghi elen­chi di incerto valore e dif­fi­cile appli­ca­zione. E, infine, si con­fronti nel merito la for­mu­la­zione ragio­nie­ri­stica e con­ta­bile del prin­ci­pio di «pareg­gio di bilan­cio» con quella pro­po­sta dall’iniziativa popo­lare: l’innovazione si sostan­zia nell’eliminazione di tutte le con­tro­verse regole di equi­li­brio finan­zia­rio, sosti­tuite dal lim­pido prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del rispetto dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone che deve con­for­mare la legge di attua­zione alla quale si rin­via per la defi­ni­zione dei vin­coli eco­no­mici (com­presi quelli di bilan­cio). Rea­li­sti­ca­mente non si esclude dun­que che quest’ultimi deb­bano ope­rare, si afferma «sem­pli­ce­mente» che que­sti devono ope­rare nel rispetto del prin­ci­pio di tutela dei diritti.

Un ritorno non solo al diritto, ma anche alla lun­gi­mi­ranza dei prin­cipi, che val­gono per il lungo periodo e non pos­sono venir schiac­ciati sulla con­tin­genza (eco­no­mica, poli­tica o cul­tu­rale). È sem­pre stata que­sta la forza delle costi­tu­zioni che aspi­rano «all’eternità», che non si limi­tano a legit­ti­mare la poli­tica, ma – con ben altra ambi­zione – pre­ten­dono di defi­nire il qua­dro e i limiti entro cui si dovrà poi svi­lup­pare la dina­mica poli­tica e il con­flitto sociale («l’essenza e il valore della democrazia»).

È del tutto evi­dente – almeno per chi prende sul serio i diritti – che le costi­tu­zioni neces­si­tano di essere attuate. Non basta cioè l’affermazione del prin­ci­pio (di pre­va­lenza dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone, nel nostro caso) per­ché esso possa rite­nersi rea­liz­zato. La lunga lotta per l’attuazione costi­tu­zio­nale – che può assu­mere forme diverse e non tutte pre­ven­ti­va­mente deter­mi­na­bili – rap­pre­senta il cuore di quel che potremmo chia­mare il diritto costi­tu­zio­nale vivente. Non è pos­si­bile qui ricor­dare le mol­te­plici forme che ha assunto la con­ti­nua ten­sione tra costi­tu­zione e sua rea­liz­za­zione. Ciò che deve però almeno essere chia­rito è che anche la lotta per la rea­liz­za­zione dei prin­cipi è assog­get­tata al diritto. Tant’è che sarà un giu­dice (la Corte costi­tu­zio­nale) e non la poli­tica (il governo ovvero il par­la­mento) ad avere l’ultima parola.

Non tutto, dun­que, potrà venire risolto nep­pure con l’auspicata appro­va­zione di una legge costi­tu­zio­nale come quella pro­po­sta. Imme­dia­ta­mente dopo si dovrà pen­sare a come dare attua­zione al prin­ci­pio costi­tu­zio­nale nella legge gene­rale di con­ta­bi­lità e finanza pub­blica, cui si rin­via per la defi­ni­zione nor­ma­tiva dei vin­coli di bilan­cio; si ren­derà neces­sa­rio vigi­lare sulle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni che dovranno garan­tire la soste­ni­bi­lità del debito «nel rispetto dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone»; si dovrà pre­ten­dere l’attribuzione di risorse pub­bli­che per gli enti ter­ri­to­riali, i quali dovranno assi­cu­rare la tutela dei diritti sociali e civili «comun­que suf­fi­cienti a garan­tire in cia­scuna parte del ter­ri­to­rio nazio­nale i livelli essen­ziali delle pre­sta­zioni». La riforma costi­tu­zio­nale non potrà di per sé far venir meno la nor­ma­tiva euro­pea di rigore finan­zia­rio e gli obbli­ghi che il nostro paese con­ti­nua a sot­to­scri­vere. Anche guar­dando all’Europa dun­que sarà neces­sa­rio ope­rare con stru­menti giu­ri­dici ade­guati che favo­ri­scano la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini e il supe­ra­mento delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste dei governi (una Ini­zia­tiva dei Cit­ta­dini Euro­pei – ICE – potrebbe essere seria­mente presa in considerazione).

La pro­po­sta di ini­zia­tiva legi­sla­tiva popo­lare rap­pre­senta dun­que l’indicazione di una nuova rotta. Un per­corso arti­co­lato che potrà essere imboc­cato solo se si saprà costruire un con­senso dif­fuso, uni­ca­mente se verrà accom­pa­gnato da un’ampia, con­vinta e attiva par­te­ci­pa­zione. Nulla garan­ti­sce infatti il suc­cesso. La rac­colta delle firme neces­sa­rie per incar­di­nare la discus­sione presso le camere, l’incerto seguito par­la­men­tare, le inat­tuali mag­gio­ranze richie­ste per l’approvazione della legge costi­tu­zio­nale sono tutti osta­coli che si frap­pon­gono alla volontà di un cam­bia­mento radi­cale dello stato di cose pre­senti. È però anche una grande occa­sione per risol­le­vare il capo e ten­tare d’uscire dai sot­to­suoli ove le forze disperse della sini­stra si sono rin­ta­nate. Un’oppor<CW-11>tunità per ripren­dere il filo di un discorso inter­rotto. Certo, può sem­pre dirsi che «avremo biso­gno di ben altro», di una stra­te­gia com­ples­siva, di sog­getti sociali con­so­li­dati, di orga­niz­za­zioni ade­guate, di lea­der rap­pre­sen­ta­tivi e auto­re­voli, di una società civile con­sa­pe­vole, di una cul­tura alter­na­tiva ege­mone, di una soli­da­rietà e un rico­no­sci­mento col­let­tivo. È vero, avremmo biso­gno di tutto que­sto. E in assenza di tali pre­sup­po­sti tutto è più com­pli­cato. Ma anche per que­sto è urgente ricor­dare che la garan­zia dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone e la fis­sa­zione di limiti ai poteri dell’economia e della finanza rap­pre­sen­tano valori indi­spo­ni­bili entro uno stato di demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. È neces­sa­rio ini­ziare a costruire un’altra idea di società civile, in cui il mer­cato si ponga al ser­vi­zio dei diritti. La pro­po­sta di legge costi­tu­zio­nale di ini­zia­tiva popo­lare è solo un primo movi­mento di una ancora ine­splo­rata stra­te­gia com­ples­siva; un pic­colo passo che però può aprire ad un radi­cale cam­bia­mento di rotta. Credo ci si possa pro­vare.
A chi esita, a chi ci chiede se in que­ste con­di­zioni dif­fi­cili valga la pena ancora impe­gnarsi, non pos­siamo che ripe­tere: «Que­sto tu chiedi. Non aspet­tarti nes­suna rispo­sta oltre la tua».
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