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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 25 settembre 2014

Eterodiretti

«Certo il ter­ro­ri­smo in Ita­lia è stato scon­fitto: ma l’assassinio di Moro ha pro­dotto una ferita che ha stra­volto la poli­tica italiana». Da lì è cominciato il dramma che viviamo ancora. Perciò è importante sapere perchè  quel delitto venne compiuto. Il manifesto, 23 settembre 2014

I ter­ro­ri­sti ita­liani e in par­ti­co­lare le Br, furono ete­ro­di­retti dalle forze nazio­nali e inter­na­zio­nali che inten­de­vano bloc­care il pro­cesso poli­tico inne­scato da Moro e Ber­lin­guer alla fine degli anni ’70?
La domanda è tor­nata in occa­sione della pre­sen­ta­zione a Roma di un libro che rie­voca que­gli anni attra­verso una serie di testi­mo­nianze (Gli anni di piombo. Il ter­ro­ri­smo tra Genova, Milano e Torino 1970–1980, edito da De Fer­rari e a cura di Roberto Speciale).

Il par­la­men­tare del Pd Gero Grassi, impe­gnato nella costi­tu­zione di una terza com­mis­sione d’inchiesta sul caso Moro – che però stenta a for­marsi per man­canza di can­di­dati a com­porla – si dice certo di que­sta ete­ro­di­re­zione. Ci sarebbe qui una verità sto­rica da accer­tare, capace di riem­pire i buchi, spesso vistosi, lasciati dai pro­ce­di­menti giu­di­ziari sul rapi­mento e l’uccisione del lea­der demo­cri­stiano nel ’78.

Ema­nuele Maca­luso pre­fe­ri­sce sot­to­li­neare la con­ver­genza di obiet­tivi poli­tici tra l’autonoma forza ever­siva dei bri­ga­ti­sti e altri sog­getti poli­tici che, dalla Rus­sia di Brez­nev al Dipar­ti­mento di Stato Usa, pas­sando per altre cen­trali occi­den­tali, avver­sa­vano l’avvicinamento del Pci al governo.

In que­gli anni ero a Genova, dove il ter­ro­ri­smo rosso mosse alcuni primi passi deter­mi­nanti, cro­ni­sta all’Unità, dopo aver vis­suto la para­bola che dal momento magico del ’68 aveva pro­dotto rapi­da­mente una deriva vio­lenta. Con­di­vi­devo quindi l’impegno del mio gior­nale e del Pci in una bat­ta­glia poli­tica e cul­tu­rale con­tro i ter­ro­ri­sti e anche con­tro quella zona gri­gia dell’estremismo che non rom­peva con i «com­pa­gni che sba­glia­vano». Ricordo pole­mi­che molto dure con Il Lavoro diretto da Giu­liano Zin­cone, dove scri­ve­vano tra gli altri Gad Ler­ner, Daniele Protti, Luigi Man­coni, che verso quell’area gio­va­nile (e meno gio­va­nile) movi­men­ti­sta man­te­neva inte­resse e apertura.

Avver­tivo però il rischio di can­cel­lare in quello scon­tro, e nel clima poli­tico della «soli­da­rietà nazio­nale», anche le buone ragioni di chi cer­cava di non disper­dere la forza cri­tica del ’68, senza la quale i pro­po­siti di moder­niz­za­zione del paese mi sem­bra­vano cari­carsi di ambiguità.

In quel tanto – sem­pre troppo poco – di rie­la­bo­ra­zione della memo­ria della sini­stra e dell’Italia che si va com­piendo per la coin­ci­denza di anni­ver­sari impor­tanti (Ber­lin­guer, Togliatti, l’Unità…) e anche per la scossa pro­dotta dall’ascesa di Renzi nel Pd, non andrebbe rimossa quella sta­gione con­tro­versa e tragica.
Più che l’accertamento della ete­ro­di­re­zione delle Br a me sem­bra impor­tante rian­dare alle cul­ture costi­tu­tive di quei sog­getti: l’estremismo e il ter­ro­ri­smo, il Pci e la Dc. Lo sche­ma­ti­smo ideo­lo­gico dispe­rato di chi spa­rava e pra­ti­cava il ter­rore. I limiti nella com­pren­sione del muta­mento pro­fondo che l’Italia – e il mondo – sta­vano vivendo da parte del prin­ci­pale par­tito di governo e della più forte oppo­si­zione «comu­ni­sta» dell’Occidente.

Leggo sul Cor­riere della sera Pier­luigi Bat­ti­sta che ria­pre la pole­mica retro­spet­tiva sulla «fer­mezza»: allora non si volle trat­tare con le Br per la vita di Moro men­tre oggi si tratta con l’Isis per libe­rare gli ostaggi. Però ame­ri­cani e inglesi non lo fanno.

Forse per Moro quella via andava ten­tata. Il che per me non signi­fica che la visione di Craxi fosse per il resto più ade­guata di quella di Ber­lin­guer e dello stesso Moro (che sul ’68 fece uno dei discorsi più aperti e intel­li­genti). Certo poi il ter­ro­ri­smo in Ita­lia è stato scon­fitto: ma l’assassinio di Moro ha pro­dotto una ferita che ha stra­volto la poli­tica italiana.
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