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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

mercoledì 24 settembre 2014

Clima solo omissioni


«Il summit di New York. "Bisogna invertire la rotta", tutti d’accordo al vertice Onu sul riscaldamento globale. Ma Obama ha le mani legate. Gli Usa, in pieno boom petrolifero, non firmeranno trattati internazionali». Il manifesto, 24 settembre 2014

Nella time line dei sum­mit ambien­tali quella di ieri a New York è stata una tappa più che altro sim­bo­lica in attesa del ver­tice «di lavoro» in pro­gramma a Parigi a fine 2015 da cui dovrebbe sca­tu­rire un vero pro­gramma. Dal quar­tiere gene­rale Onu, alla­gato durante l’uragano Sandy due anni fa, il segre­ta­rio gene­rale Ban Ki-Moon ha dichia­rato che è essen­ziale che il mondo diventi carbon-neutral entro la fine del secolo. Sul podio ieri si sono suc­ce­duti ora­tori come il sin­daco di New York Di Bla­sio, Al Gore e Leo­nardo di Caprio, ognuno ha par­lato degli effetti distrut­tivi ormai incon­tro­ver­ti­bili di un clima in uno sta­dio avan­zato di muta­mento e del tempo ormai in sca­denza per agire.

Ma il sum­mit sul clima ha visto il pre­si­dente degli Stati Uniti in una posi­zione fin troppo con­sueta. Obama ha esor­tato i 125 capi di stato che hanno accolto l’invito del segre­ta­rio Ban Ki-Moon, a «intra­pren­dere passi con­creti» per limi­tare le emis­sioni serra, riba­dendo che non agire oggi sul riscal­da­mento glo­bale equi­var­rebbe a un tra­di­mento delle gene­ra­zioni future. Pur­troppo anche que­sta volta, come in tanti pre­ce­denti con­sessi, i lea­der in pla­tea hanno leci­ta­mente potuto chie­dersi da che pul­pito è arri­vata la predica.

Il fatto è che dalla disfatta di Kyoto la posi­zione ame­ri­cana sul clima è stata segnata dall’impotenza se non dalla col­pe­vole iner­zia. Il pro­to­collo di Kyoto venne sottoscritto nel 1997 da Bill Clin­ton ma non fu mai rati­fi­cato da un con­gresso ostile e for­te­mente influen­zato dalle potenti lobby petro­li­fere Usa. A quella scon­fitta ne seguì una incas­sata per­so­nal­mente da Obama con il nulla di fatto a Cope­n­ha­gen nel 2009, all’inizio del suo mandato.

Le pro­spet­tive per Parigi non si pro­fi­lano migliori. La firma di un accordo inter­na­zio­nale vin­co­lante richiede una mag­gio­ranza di due terzi nel par­la­mento ame­ri­cano. Impen­sa­bile nell’attuale clima poli­tico che fra meno di due mesi potrebbe addi­rit­tura vedere entrambe le camere in mano a un par­tito che sposa uffi­cial­mente il nega­zio­ni­smo cli­ma­tico. Fra i prin­ci­pali osta­coli alle effet­tive riforme spicca quindi un sostan­ziale ecce­zio­na­li­smo ame­ri­cano per cui gli Usa non hanno ad esem­pio mai sot­to­scritto i trat­tati inter­na­zio­nali con­tro la discri­mi­na­zione delle donne e per l’eliminazione della tor­tura, delle mine anti-uomo e delle bombe a grap­polo. In ognuno di que­sti casi l’argomento uffi­ciale è stata la tutela della pre­ro­ga­tiva «indi­pen­dente» degli Stati Uniti.

Pre­ce­denti che non depon­gono certo a favore della bat­ta­glia con­tro le emis­sioni atmo­sfe­ri­che, dove sono in gioco miliardi di fat­tu­rati e pro­fitti indu­striali. Obama ha quindi avuto un bel esor­tare ma la realtà è che ha le mani legate. Eppure senza una piena par­te­ci­pa­zione ame­ri­cana non sono rea­li­sti­che le pro­spet­tive per inver­tire la rotta. Il pre­si­dente Usa ieri ha riman­dato l’annuncio di nuovi obiet­tivi a lungo ter­mine al 2015. John Pode­sta, segre­ta­rio per il clima e l’energia, ha con­fer­mato che biso­gnerà aspet­tare il primo tri­me­stre del pros­simo anno.

Obama si è dun­que limi­tato a dichia­ra­zioni di gene­rico intento e a ricor­dare le sue recenti riforme come le nor­ma­tive varate a giu­gno per il con­te­ni­mento delle emis­sioni e la ridu­zione del 30% entro il 2030 dell’inquinamento delle cen­trali ter­mi­che a car­bone rispetto ai livelli del 2005. Un passo con­creto che gli è valso l’aperta oppo­si­zione di molti espo­nenti, anche demo­cra­tici, degli stati in cui l’industria carboni­fera è più forte. E que­sto è il discorso emerso come cen­trale a New York. Tutti gli inter­ve­nuti hanno infatti ripe­tuto che una effi­cace poli­tica ambien­tale pre­sup­pone una effet­tiva riforma eco­no­mica, che non può esserci pro­gresso sul clima senza una fon­da­men­tale revi­sione delle pra­ti­che indu­striali. Nelle mani­fe­sta­zioni popo­lari orga­niz­zate alla vigi­lia del sum­mit Naomi Klein aveva riba­dito il con­cetto di sostan­ziale «incom­pa­ti­bi­lità ambien­tale» dell’imperante libe­ri­smo capi­ta­li­sta. Un con­cetto ripreso anche da molti rela­tori all’interno del palazzo di vetro, come Leo­nardo Di Caprio. «Dob­biamo smet­tere di dare agli inqui­na­tori la licenza che hanno avuto nel nome del libero mer­cato — ha detto l’attore rivolto ai capi di stato — non meri­tano i nostri con­tri­buti fiscali ma sem­mai il nostro attento scru­ti­nio». Un idea riba­dita anche dall’ex pre­si­dente mes­si­cano Felipe Cal­de­rón che ha ricor­dato che glo­bal­mente il com­parto ener­ge­tico gode ancora di 600 miliardi di dol­lari di sus­sidi e incen­tivi pub­blici rispetto ai soli 100 a favore delle ener­gie rinnovabili.

È una realtà par­ti­co­lar­mente evi­dente nel paese ospite. Nono­stante i nuovi limiti impo­sti al car­bone infatti, gli Stati Uniti sono nel pieno del mag­giore boom petro­li­fero dagli anni 40, un enorme revi­val degli idro­car­buri che ha il tacito appog­gio di un’amministrazione che ha auto­riz­zato un numero record di esplo­ra­zioni off shore. Gra­zie a nuove tec­ni­che di estra­zione super inqui­nanti come il frac­king, sono diven­tate acces­si­bili enormi riserve di gas e petro­lio. Acqua e agenti chi­mici iniet­tati ad alta pres­sione hanno «libe­rato» metano pro­fondo e petro­lio. Nuovi oleo­dotti si sno­dano dai pozzi del Dakota e dalle sab­bie bitu­mi­nose del Canada verso le raf­fi­ne­rie del Golfo del Messico.

Il boom sta tra­sfor­mando l’America da impor­ta­trice a espor­ta­trice netta di idro­car­buri. Le impor­ta­zioni infatti sono dimi­nuite del 50% solo negli ultimi 7 anni e il paese sarebbe pra­ti­ca­mente auto­suf­fi­ciente se non fos­sero le stesse com­pa­gnie petro­li­fere a non volerlo. È di gran lunga più lucroso gestire un mar­gine di scar­sità, non satu­rare il mer­cato interno e otti­miz­zare invece quote di gas e petro­lio su quello inter­na­zio­nale. In que­ste con­di­zioni si pre­vede un aumento del 60% della domanda di idro­car­buri nei pros­simi 20 anni — l’esatto oppo­sto di ciò che è stato auspi­cato nei discorsi di ieri.

In que­sta sbor­nia di car­bo­nio, il ruolo poli­tico è stato di col­pe­vole acquie­scenza nel nome di un'imprescin­di­bile ripresa eco­no­mica. Enne­sima con­ferma che forse solo quando i danni eco­no­mici del muta­mento cli­ma­tico - il calo dei con­sumi nel vor­tice artico dello scorso inverno, ad esem­pio, o la dram­ma­tica sic­cità nel paniere cali­for­niano - supe­re­ranno i rapidi pro­fitti petro­li­feri, i poli­tici ritro­ve­ranno la «lun­gi­mi­ranza». Salvo poi essere troppo tardi.
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