responsive_m

23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

mercoledì 24 settembre 2014

Apriamo gli occhi sulle torce umane

«Sal­va­tore è lì, con le sue cas­sette, quando i vigili urbani minac­ciano di mul­tarlo e di seque­strar­gli la merce. Lui li scon­giura di evi­tar­gli almeno il seque­stro. I vigili lo pren­dono in giro e, quando lui grida che è pronto a darsi fuoco, uno degli agenti replica che lo fac­cia pure, ma spo­stan­dosi un po’ più in là». Il manifesto, 24 settembre 2014

Seb­bene Sal­va­tore La Fata, disoc­cu­pato cata­nese di 56 anni, non sia la prima tor­cia umana a bru­ciare in una piazza ita­liana, la sua vicenda è tra­gi­ca­mente esem­plare. A tal punto che, que­sta volta, anche sul ver­sante sin­da­cale v’è qual­che rea­zione ade­guata. Dopo il tem­pe­stivo sit-in di soli­da­rietà nei suoi con­fronti e di con­danna del com­por­ta­mento della poli­zia muni­ci­pale, pro­mosso dal cir­colo «Città Futura», pure la Cgil si è atti­vata. Ha, infatti, annun­ciato una conferenza-stampa per oggi,mercoledì 24 e una mani­fe­sta­zione uni­ta­ria, con le altre cen­trali sin­da­cali, per il pome­rig­gio di venerdì 26, nella stessa piazza Risor­gi­mento che è stata tea­tro dell’atroce protesta.

Ope­raio edile spe­cia­liz­zato, spesso par­te­cipe d’iniziative sin­da­cali, La Fata era stato licen­ziato due anni fa. Il can­tiere in cui lavo­rava era stato costretto a chiu­dere, come tanti: a Cata­nia, rife­ri­sce la Fil­lea, ben die­ci­mila edili hanno perso il lavoro negli anni recenti. Per un po’ Sal­va­tore (spo­sato, due figli a carico) aveva sop­por­tato umi­lia­zione e ver­go­gna. Poi, pur di non stare con le mani in mano, da alcuni mesi s’era messo a ven­dere qual­cosa in piazza Risor­gi­mento: nient’altro che due o tre cas­sette di olive e fichi d’india, appena venti euro di merce. Troppo per la squa­dra di vigili urbani, agguer­rita e ultra-motorizzata, che al mat­tino del 19 set­tem­bre fa irru­zione in piazza. In tempi di crisi e di dispe­ra­zione sociale è quel che ci vuole: non sia mai che le classi peri­co­lose si met­tano a far di testa loro per sbar­care il luna­rio, invece che sop­por­tare pazien­te­mente la morte civile, con­tri­buendo così al dise­gno deciso in alto loco. Fuor di sar­ca­smo, è da notare come, paral­lelo allo sfa­celo sociale pro­vo­cato dalle poli­ti­che di auste­rità, vada inten­si­fi­can­dosi un cru­dele acca­ni­mento repres­sivo con­tro atti­vità infor­mali di nes­sun rilievo penale, volte alla pura sopravvivenza.

Ma tor­niamo a quel mat­tino cata­nese. Sal­va­tore è lì, con le sue cas­sette, quando i vigili urbani minac­ciano di mul­tarlo e di seque­strar­gli la merce. Secondo dei testi­moni, lui li scon­giura di evi­tar­gli almeno il seque­stro. I vigili lo pren­dono in giro e, quando lui grida che è pronto a darsi fuoco, uno degli agenti replica che lo fac­cia pure, ma spo­stan­dosi un po’ più in là. Sta di fatto che nes­suno di loro inter­viene per tutto il tempo in cui va a rifor­nirsi di car­bu­rante, torna in piazza, si cosparge di ben­zina e si dà fuoco. E nep­pure men­tre è già avvolto dalle fiamme.

Lo ammette impli­ci­ta­mente il coman­dante della Poli­zia muni­ci­pale, nel ten­ta­tivo di giu­sti­fi­care i suoi: «Se c’è stata qual­che incer­tezza da parte dei vigili, è per­ché siamo impre­pa­rati a que­sto tipo di soccorso». Così che, men­tre scrivo, Sal­va­tore è in pro­gnosi riser­vata nell’ospedale di Aci­reale. I suoi fami­liari hanno annun­ciato che inten­dono que­re­lare i vigili urbani. «Non è pos­si­bile - ha detto il fra­tello nel corso del sit-in - che tutto passi sotto silen­zio solo per­ché noi siamo figli di nessuno».

È quasi pleo­na­stico osser­vare quanto que­sta sto­ria somi­gli a quella di Moham­med Boua­zizi, «la scin­tilla» della rivo­lu­zione tuni­sina. Quanto sia simile, anche, alla vicenda del gio­vane maroc­chino Nou­red­dine Adnane, morto il 19 feb­braio 2011, dopo nove giorni d’agonia dac­ché s’era dato fuoco in una piazza di Palermo: anch’egli ambu­lante, ma rego­lare, eppure vit­tima di ves­sa­zioni da parte d’una «squa­dretta» di vigili urbani in odore di neo­na­zi­smo. Peral­tro, lo schema di que­ste due sto­rie è del tutto sovrap­po­ni­bile a quello delle cen­ti­naia di casi che ho rac­colto nei paesi del Magh­reb, non­ché in Europa e in Israele.

Ad acco­mu­narne molti v’è uno stesso «det­ta­glio», cioè il com­por­ta­mento arro­gante, per­sino di sfida, delle forze dell’ordine: un’autentica isti­ga­zione al sui­ci­dio. E in tutti i casi il sui­ci­dio per fuoco è un grido dispe­rato di ribel­lione e pro­te­sta, un gesto sov­ver­sivo di sot­tra­zione vio­lenta del pro­prio corpo alla vio­lenza del sistema, per citare Bau­dril­lard. Desti­nato, delle volte, a cadere nel vuoto; altre volte, come in Magh­reb, a per­pe­tuare il ciclo rivolta-immolazione-rivolta; in un caso, quello tuni­sino, a sca­te­nare un’insurrezione popolare.

Da noi, c’è uno iato pro­fondo fra la dram­ma­ti­cità dell’autoimmolazione pub­blica - atto non solo dispe­rato, ma anche di spe­ranza nel genere umano, in fondo - e la nostra impo­tenza. Da noi, non c’è alcun sog­getto col­let­tivo che riven­di­chi come pro­prio «mar­tire» chi si è immo­lato o che sia capace di cogliere fino in fondo il nesso fra le pro­prie riven­di­ca­zioni e la dispe­ra­zione sociale che spinge alcuni a sui­ci­darsi in pub­blico. Eppure le torce umane e più in gene­rale i sui­cidi «eco­no­mici» sono indi­zio di un con­flitto sociale latente. Quello che la poli­tica, i sin­da­cati, per­fino i movi­menti non sem­pre sanno ren­dere espli­cito, né sem­pre orga­niz­zare in forme razio­nali ed effi­caci, tali da impe­dire che altri corpi umani ardano nelle piazze.
Show Comments: OR