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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

martedì 19 agosto 2014

Perchè no

Vengono al pettine i nodi provocati nella realtà mediorientale dalla sciagurata guerra irakena di Bush (e alleati-servi europei). L'unica risposta  cui l'Italia si accoda, è fornire ancora strumenti di morte a un Terzo mondo saturato di armi fornite dal Primo. Il manifesto, 19 agosto 2014

Armi ai kurdi? Pre­fe­ri­remmo di no. Non solo e non tanto per­ché il ful­gido sol­dato Casini, che non ricor­diamo più a quale set­tore di destra appar­tenga, è diven­tato il soste­ni­tore di que­sta pro­po­sta scel­le­rata che in piena estate arriva ad una com­mis­sione esteri del par­la­mento con­vo­cata d’urgenza dal governo a pro­nun­ciarsi in fretta sull’argomento, anche se l’esito dell’invio di armi appare scontato.

Del resto, così fan tutti nell’Europa del bara­tro della crisi eco­no­mica, che non vede come il Medio Oriente sia così stra­pieno di armi, arri­vate spesso a scopo “uma­ni­ta­rio”, che la guerra ne è orma il por­tato quo­ti­diano e san­gui­noso. Ma diciamo no in primo luogo per­ché l’Italia, nella “coa­li­zione dei volen­te­rosi”, ha par­te­ci­pato nel 2004 alla guerra all’Iraq inven­tata dagli Stati uniti di Gorge W. Bush che ha pro­dotto la tra­gica deva­sta­zione che è sotto i nostri occhi. E’ da lì infatti che ha avuto ori­gine la rot­tura dell’equilibrio ira­cheno pre­e­si­stente tra sun­niti e sciiti e la scom­parsa di fatto dell’Iraq come Stato, fram­men­tato nelle sue fazioni e con un eser­cito diviso per appar­te­nenza reli­giosa inca­pace di fron­teg­giare la nuova insi­dia mili­tare e poli­tica rap­pre­sen­tata dallo Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante (Isil), nato in Siria come effetto col­la­te­rale del soste­gno “uma­ni­ta­rio” in armi e con­si­glieri mili­tari, come già pre­ce­den­te­mente in Libia, della coa­li­zione degli “Amici della Siria”, una acco­lita di part­ner che vanno dagli Usa all’Arabia sau­dita, dalla Gran Bre­ta­gna alla Tur­chia, dall’Italia al Qatar.

Anzi­ché le armi biso­gna inviare soc­corsi dav­vero uma­ni­tari pen­sando ai civili, ai feriti, ai pro­fu­ghi, ai bam­bini: cibo, sani­tari, ospe­dali da campo, ten­do­poli. Senza dimen­ti­care che soste­nere mili­tar­mente la lea­der­ship del Kur­di­stan del lea­der Bar­zani invece dell’esercito di Bagh­dad rap­pre­senta un soste­gno alla spar­ti­zione dell’Iraq e all’obiettivo dell’indipendenza di uno stato etnico kurdo. Con l’apertura così del vaso di Pan­dora della que­stione kurda nella regione che met­te­rebbe in discus­sione l’esistenza di Stati uni­tari come la Tur­chia, l’Iran e la Siria già ampia­mente distrutta. Ma anche per­ché (reso­conti alla mano dei pochi repor­tage arri­vati da quelle zone a metà-fine luglio), quando l’Isil dila­gava dalla Siria a sud verso il cuore dell’Iraq, la lea­der­ship del Kur­di­stan ira­cheno ha sem­pli­ce­mente scelto di farsi da parte e lasciare pas­sare i jiha­di­sti, di stare a guar­dare l’ulteriore colpo inferto alla fle­bile unità ira­chena, quando non è arri­vata addi­rit­tura ad accor­darsi con l’Isil che in quel momento non met­teva in discus­sione il ter­ri­to­rio kurdo con i suoi pre­ziosi gia­ci­menti di petro­lio. C’erano stragi anche allora ma tutti tace­vano, com­presi i kurdi. Com­bat­te­vano lo Stato isla­mico le poche e male armate mili­zie del Pkk per­ché in prima fila e in fuga da troppi nemici, spesso anche dagli stessi pesh­merga di Barzani.

Qual­cuno adesso ci spie­ghi per favore il sot­tile para­dosso dell’invio di armi dell’Italia ai kurdi ira­cheni che, come scam­bio di potere e con­ces­sioni di spa­zio, faranno com­bat­tere al loro posto in prima fila le mili­zie del Pkk, quando pro­prio l’Italia ha con­se­gnato nelle mani dell’intelligence ame­ri­cana e alle galere tur­che il “ter­ro­ri­sta” Abdul­lah Oca­lan, lea­der tutt’ora indi­scusso del Pkk. Ecco che tor­niamo al “ter­ro­ri­smo” a geo­me­tria varia­bile, a seconda degli inte­ressi stra­te­gici glo­bali dei potenti della terra.

Si dirà subito che chi dice no all’invio di armi ai pesh­merga kurdi chiude gli occhi sulle stragi di cri­stiani e jiha­zidi. L’impressione è che ancora una volta la dispe­ra­zione delle mino­ranze venga uti­liz­zata a scopi tutt’altro che uma­ni­tari. Il papa stesso alza la voce sulla per­se­cu­zione dei cri­stiani – certo più di quanto abbia denun­ciato lo scem­pio delle decine di moschee distrutte dai raid israe­liani nella Stri­scia -, ma dice “basta guerra” e ricorda che non si fa “in nome di dio”. Intanto sono in troppi a pian­gere per le vit­time jiha­zide tutte le lacrime che non hanno ver­sato per le stragi di Gaza. Per la quale nes­suno, imma­gi­niamo, sen­ti­rebbe l’obbligo morale di chie­dere l’invio di armi ai pale­sti­nesi chiusi nelle pri­gioni a cielo aperto di Gaza e Cisgiordania.

I mas­sa­cri di cri­stiani — in corso in Iraq da due anni nel silen­zio ame­ri­cano della Casa bianca che enfa­tiz­zava il suo “miglior ritiro” da una guerra — come quelle della mino­ranza jiha­zida sono vere e feroci, ma non vanno enfa­tiz­zate e mol­ti­pli­cate nel reso­conto gior­na­li­stico, tanto più che nella stampa estera già qual­che accorto repor­ter, a corto di veri­fi­che, comin­cia a dire “pre­sunte”. A Gaza, a pro­po­sito di stragi, per certo hanno cele­brato in que­ste ore più di due­mila fune­rali, per l’80% di bam­bini, donne e vec­chi inermi.



Non è inviando armi, aggiun­gendo guerra su guerra, che il Medio Oriente sarà paci­fi­cato e verrà fer­mata la mano degli assas­sini e delle stragi. Se Obama vuole fer­mare dav­vero lo Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante — non è più solo Al Qaeda, que­sto è un eser­cito — rompa i rap­porti eco­no­mici che legano gli Stati uniti alle petro­mo­nar­chie arabe, le stesse che sosten­gono l’Isil con finan­zia­menti e armi sofi­sti­cate. Sarebbe un momento di verità sulle crisi inter­na­zio­nali capace di cam­biare la fac­cia del mondo e dare l’alt all’avanzata del radi­ca­li­smo jiha­di­sta. Diven­tato inar­re­sta­bile, non lo dimen­ti­chiamo, anche gra­zie alle troppe guerre “uma­ni­ta­rie” occi­den­tali che hanno uti­liz­zato in chiave desta­bi­liz­zante il ter­ro­ri­sta di turno pro­mosso per l’occasione a utile “libe­ra­tore”. Con­fer­miamo invece, almeno sta­volta, l’articolo 11 della nostra Costi­tu­zione che dichiara di “ripu­diare la guerra come mezzo di riso­lu­zione delle crisi internazionali”
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