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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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martedì 26 agosto 2014

Per uscire dalla crisi pensano a meno diritti e meno libertà

Rimet­tere i diritti del lavo­ra­tore al mer­cato, come vorrebbero Draghi e Renzi,  non signi­fica solo can­cel­lare di colpo più di un secolo di sto­ria, ma anche scar­di­nare in larga misura l’architettura della prima parte della Costi­tu­zione. Il manifesto, 26 agosto 2014

L’ultima e defi­ni­tiva lapide sulla riforma del senato l’ha messa Cal­de­roli, già padre del Por­cel­lum, e ora del Mer­di­nel­lum. A quanto pare, pro­prio non gli rie­sce di fare un salto di qua­lità. Nella cat­tiva poli­tica di un tempo, un rela­tore avrebbe piut­to­sto dato le dimis­sioni. Evviva il cambiamento.

Men­tre il padre cer­ti­fi­cava alla sto­ria il giu­di­zio sulla sua prole, altrove si chia­riva la vera posta in gioco. Nella riu­nione dei ban­chieri cen­trali a Jack­son Hole il 22 ago­sto, si è discusso di mer­cato del lavoro. Dra­ghi, per il quale Renzi ha espresso apprez­za­mento e con­di­vi­sione, ha riba­dito la sua pres­sante richie­sta di riforme strut­tu­rali. Quali? In sin­tesi, la filo­so­fia della riforma auspi­cata è que­sta: dalla crisi si esce rimet­tendo i diritti dei lavo­ra­tori al mer­cato. Ogni tutela è sino­nimo di dan­nosa rigidità.

È ad esem­pio illu­mi­nante il pas­sag­gio del discorso nel quale Dra­ghi trac­cia un paral­lelo tra Spa­gna e Irlanda. Quest’ultimo paese avrebbe meglio con­tra­stato la cre­scita della disoc­cu­pa­zione con­sen­tendo - tra l’altro - una più ampia pos­si­bi­lità di com­pri­mere i salari (in inglese ele­gante, dow­n­ward wage adjust­ment) sin dal 2008. In breve, lavo­rare affa­mati. L’Italia pos­siamo vederla in tra­spa­renza die­tro la Spa­gna. Per­sino la Yel­len, capo della Fede­ral Reserve USA, sem­bra più attenta ai risvolti sociali, quando nello stesso sim­po­sio si chiede se la crisi non abbia pro­dotto danni strut­tu­rali sul mer­cato del lavoro, e indica nel sot­toim­piego un ele­mento di per­du­rante rischio per l’economia statunitense.

Rimet­tere i diritti del lavo­ra­tore al mer­cato non signi­fica solo can­cel­lare di colpo più di un secolo di sto­ria, ma anche scar­di­nare in larga misura l’architettura della prima parte della Costi­tu­zione. Non spetta a Dra­ghi e alla BCE veri­fi­care se, in che misura e con quali moda­lità un dow­n­ward wage adjust­ment sia com­pa­ti­bile con gli artt. 35, 36 e 37 della Costi­tu­zione ita­liana. Né spetta a loro valu­tare quali effetti col­la­te­rali un inde­bo­li­mento delle garan­zie per il lavoro com­por­te­rebbe per il diritto di for­mare una fami­glia, di avere dei figli, o una casa. O ancora per l’istruzione o la salute. Ma a chi fa poli­tica in Ita­lia spetta, eccome.

Pre­oc­cu­pano con­sensi e plausi acri­ti­ca­mente espressi. Soprat­tutto per­ché in pro­spet­tiva l’attacco alla parte I della Costi­tu­zione può non venire solo da qui. Non tanto per i rumors sulle pen­sioni, per i quali vogliamo al momento cre­dere alle smen­tite gover­na­tive, quanto per i venti di guerra che ven­gono dal Medi­ter­ra­neo. Alfano comu­nica che rife­rirà in par­la­mento sul calif­fato Isis, ma che non dirà nulla di ita­liani che abbiano ade­rito alle for­ma­zioni armate, come è acca­duto in GB. Forse si vuole pre­ve­nire un effetto di imi­ta­zione. Ma la for­mula uti­liz­zata, man­cando una smen­tita netta, fa pen­sare che ita­liani pos­sono ben esservi. E rende rea­li­stico e attuale il timore di tro­varci con il ter­ro­ri­smo in casa.

Se que­sto sce­na­rio dovesse con­so­li­darsi, sarebbe facile pre­ve­dere nuove ten­sioni sulla prima parte della Costi­tu­zione. Non sui rap­porti eco­no­mici e sui nuovi diritti, tipi­ca­mente intro­dotti nelle costi­tu­zioni del secondo dopo­guerra, ma su diritti e libertà che rite­ne­vamo ormai defi­ni­ti­va­mente scritti nel costi­tu­zio­na­li­smo moderno dalla rivo­lu­zione fran­cese in poi, dalla libertà per­so­nale al diritto di difesa. Gli Stati Uniti ne hanno di recente fatto l’esperienza con il Patriot Act. E pos­siamo per noi ricor­dare – in forma minore – gli anni delle Bri­gate rosse.

Stiamo dun­que vivendo una fase in cui si intra­ve­dono, in atto o in pro­spet­tiva, rischi per tutto il tes­suto di libertà e diritti, vec­chi e nuovi. Se ne può uscire in due modi: con più demo­cra­zia, o meno demo­cra­zia. E in que­sto pos­sono tro­vare spie­ga­zione riforme appa­ren­te­mente insensate.

La sto­ria dimo­stra che sono i par­la­menti, e non i governi, a dare voce e vita ai diritti e alle libertà dei cit­ta­dini. Pur­ché, ovvia­mente, siano rap­pre­sen­ta­tivi. È que­sta loro pecu­liare natura che li legit­tima a tale com­pito, for­mal­mente e sostan­zial­mente. Com­pri­mere la rap­pre­sen­ta­ti­vità del par­la­mento signi­fica inde­bo­lire il primo difen­sore isti­tu­zio­nale di diritti e libertà. Ed ecco che, tra liste bloc­cate, camere non elet­tive, e domi­nanza degli ese­cu­tivi sui lavori par­la­men­tari, il cer­chio si chiude. È la rispo­sta di chi vuole affron­tare la crisi con meno demo­cra­zia. E non vale come smen­tita il richiamo di Cal­de­roli al refe­ren­dum sul modello sviz­zero, peral­tro anche tec­ni­ca­mente ine­satto e comun­que rin­viato, quanto a con­di­zioni ed effetti, a una suc­ces­siva e diversa legge costi­tu­zio­nale (art. 71, u. co, testo aula).

Le crisi ci sono, e non pos­siamo igno­rarle. Spetta alla sini­stra – che vede con­te­stata la sua stessa ragion d’essere - avan­zare pro­getti alter­na­tivi, se ne ha. Il peri­colo è la man­canza di idee più che l’arrogante gio­va­ni­li­smo di Renzi. Al costi­tu­zio­na­li­sta spetta riba­dire che il cuore di ogni costi­tu­zione è nelle libertà e nei diritti. Ad essi deve rima­nere ser­vente l’organizzazione dei poteri, e l’asse prin­ci­pale di ogni indi­rizzo poli­tico. Que­sto non dovrebbe mai essere dimen­ti­cato dai gover­nati, e in spe­cie dai gover­nanti. Diver­sa­mente, si può solo entrare di diritto nel club della con­ce­zione escre­men­ti­zia delle istituzioni
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