responsive_m

EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

EDDYBURG - LAVORI IN CORSO
Care amiche e amici, lettrici e lettori di eddyburg, con Eddy avevamo avviato un lavoro di ristrutturazione complessiva del sito, necessario per farlo funzionare correttamente e per rendere accessibile l'intero patrimonio di scritti e documenti pubblicati in più di 15 anni di attività. Le cose da fare sono molte e dedicheremo a questo impegno, e solo a questo, tutte le nostre energie per far sì che all'inizio del nuovo anno tutto sia di nuovo in ordine. Il sito è la cosa a cui Eddy teneva di più. Ilaria e Mauro

PER EDDY

INVERTIRE LA ROTTA

CONTRORIFORMA URBANISTICA

DAI MEDIA

VENEZIA

lunedì 25 agosto 2014

Morte nel suburbio

Spazi pubblici e disagio urbano. «Certo a Ferguson di ingiustizie ce ne sono state parecchie anche prima che il 9 agosto venisse ucciso Mike Brown: il fatto è che la miseria, per essere avvertita, lì ha bisogno di un amplificatore». Millennio urbano, 25 agosto 2014

Salon, 23 agosto 2014 – Titolo originale: Death in the suburbs: Why Ferguson’s tragedy is America’s story – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini per Millennio urbano

Un uomo con casco, maschera antigas, arma da fuoco pronta in fondina, spara un lacrimogeno contro un cielo scuro e fumoso. Sulla prima pagina del St. Louis Post Dispatch l’immagine pare un fotogramma di un film di guerra. Il posto in cui è stata scattata non potrebbe però essere più banale, l’asfalto di una superstrada su cui si affacciano le solite insegne di Sherwin-Williams, Sam’s Club, Burger King e altre presenze fisse del suburbio. La strada si chiama West Florissant Avenue, ma basta dare un’occhiata a Google Streetview per capire che potremmo essere a Ovunque, U.S.A. Questo l’effetto stridente delle scene da Ferguson, Missouri. Battaglie da video-game su uno sfondo di tranquilla vita quotidiana, è la guerra civile nel suburbio.

A Madrid, gli studenti si sono radunati nella scintillante Puerta del Sol. Al Cairo, la rivoluzione si è concentrata nell’enorme piazza Tahrir, macinando come fosse un mulino alimentato dalle acque del Nilo. Ma a Ferguson, sono andati tutti da Quik Trip e da McDonald’s. Il primo è il distributore di benzina e catena commerciale dato alle fiamme dagli infuriati dimostranti, e diventato nelle parole del giornalista del Washington Post, Wesley Lowery, “il luogo di riferimento, di concentrazione, la piazza cittadina delle migliaia di persone che ogni sera scendevano in strada a Ferguson”. E gli Archi Dorati del noto ristorante, poco lontano vengono pure descritti dallo Huffington Post come “piazza pubblica informale, dove possono sostare giornalisti, abitanti, dimostranti, ricaricare telefoni e macchine fotografiche, scambiarsi informazioni sugli sviluppi del conflitto”.

Un’assenza e una caratteristica essenziale del suburbio americano, questa “piazza cittadina” metafora di McDonald’s. La senatrice del Missouri, Claire McCaskill, in un discorso martedì ha detto che avrebbe voluto vedere le dimostrazioni di Ferguson in uno spazio pubblico. Ma dove? Il fatto che qui sia sempre mancato un riferimento civico non è certo una novità. James Howard Kunstler, critico al vetriolo delle forme di progettazione del suburbio, lo definisce “senza forma, senza anima, senza centro, un guazzabuglio deprimente”. Ma è accaduto di rado, forse mai, che questa carenza si sia resa evidente nel caso di una protesta civile. Le cose sono cambiate. Cosa significa che lo spazio “di cittadinanza” a Ferguson, la sua agora, la piazza pubblica, sia un ex distributore di benzina Quik Trip bruciato, con delle scritte a bomboletta che recitano “Parco del Popolo QT, Liberato il 10 agosto 2014”? Fra le altre cose, vuol dire che può anche essere chiuso, come accaduto settimana scorsa, con una rete di recinzione.

Gli spazi privati pongono vari problemi per le proteste. Non solo perché possono essere chiusi dalla proprietà (lo era McDonald’s, prima che qualcuno sfondasse le finestre perché i manifestanti cercavano del latte contro gli effetti dei lacrimogeni). Ma anche perché sono provvisori. Aaron Renn, discutendo il problema dello “spazio sacro” nel suburbio, rileva la sovrapposizione fra spazio pubblico e privato. “Molto più di quanto non avvenga nella città” scrive “il suburbio si appoggia ad ambienti commerciali in quanto punti focali di esperienza comune, luoghi che per propria natura ci sono e poi non ci sono più”.

Certo anche gli spazi pubblici riferimenti delle rivoluzioni si possono cancellare. Il cuore civile di Montmartre, dopo la rivoluzione della Comune di Parigi de 1871 fu sacrificato per una chiesa di monito ed espiazione. Ma sono certo molto peggio gli spazi commerciali, quando si tratta di conservare memorie: semplicemente, svaniscono. Il ristorante Woolworth’s di Greenville, ad esempio, è stato ridotto in macerie nel 2010. Lo stesso è accaduto al Cavern Club, locale di Liverpool dove i Beatles avevano tenuto quasi 300 spettacoli agli esordi. Succederà lo stesso a quel luogo simbolo sulla West Florissant Avenue: sparirà nel nulla. A Ferguson, possiamo vedere all’opera due diverse evoluzioni della cultura americana.

La prima è la sempre maggiore confusione fra spazio pubblico e privato. Nelle città ci sono parchi affittati a un ristorante, e la vigilanza privata di pattuglia sui marciapiedi. In molte zone centrali c’è il divieto d’accesso agli homeless e il coprifuoco per gli adolescenti. I servizi pubblici vengono venduti al miglior offerente. E lo spazio privato si prende responsabilità pubbliche. Da questo punto di vista, Ferguson è un microcosmo che riproduce dinamiche nazionali. Hanno scritto Alexander C. Kaufman e Hunter Stuart descrivendo quel McDonald’s: “Prezzi bassi, tanti posti a sedere, la disponibilità dei gabinetti, Wi-Fi, ne fanno una meta perfetta anche per chi magari prima andava altrove”. Fa da bagno per gli homeless, da centro sociale per gli anziani, da sala studio per i liceali … basta spendere 99 centesimi. In qualche modo è uno spazio pubblico che per così dire si crea da solo. Si scava posto.

La seconda evoluzione culturale riguarda le differenze che per lungo tempo hanno segnato il suburbio rispetto alla città, e che diventano sempre meno rilevanti. L’ascesa degli uffici suburbani ha cambiato gli equilibri città/suburbio, e in alcuni casi oggi nel suburbio si costruiscono vere e proprie piazze. Nei centri attorno a Houston, per esempio, si cerca di mantenere una propria identità con luoghi civici, dopo il grande successo di uno spazio del genere realizzato nel 2004 a Sugar Land. Questi luoghi svolgono funzioni impossibili da McDonald’s.

Ma, cosa più importante, Ferguson simboleggia una nuova evoluzione demografica: la povertà suburbana. Elizabeth Kneebone della Brookings sottolinea come i poveri a Ferguson siano raddoppiati fra il 2000 e il 2012. E se guardiamo le carte di espansione del fenomeno nella circoscrizione della St. Louis County, si scopre un fenomeno più generale: sono le grandi aree metropolitane d’America a vedere raddoppiati i poveri fra il 2000 e il 2012; ma nel suburbio la crescita è stata del 64%.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di guardare al fenomeno, e di affrontarlo. Quando si va in una città americana si vede una povertà esplicita, vuoi dai finestrini dell’auto, vuoi nei titoli dei giornali, nel senzatetto che dorme in un androne. C’è forse una crisi suburbana? Certo a Ferguson di ingiustizie ce ne sono state parecchie anche prima che il 9 agosto venisse ucciso Mike Brown: il fatto è che la miseria, per essere avvertita, lì ha bisogno di un amplificatore.

Salon, 23 agosto 2014 – Titolo originale: Death in the suburbs: Why Ferguson’s tragedy is America’s story – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Show Comments: OR