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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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venerdì 15 agosto 2014

Il suicidio dell’austerità

Cassandra aveva ragione: le ricette del neoliberismo, la spremitura dei molti in favore dei pochi (il capitalismo nella sua fase attuale) porta l'Europa sull'orlo dell'abisso. Occorre ribaltare il tavolo. Il manifesto, 15 agosto 2014

Gli ultimi dati rila­sciati ieri da Euro­stat, l’agenzia sta­ti­stica euro­pea, con­fer­mano quello che ormai vanno dicendo da tempo schiere di eco­no­mi­sti, anche di estra­zione main­stream: la tanto sban­die­rata “ripresa” euro­pea – che comun­que rap­pre­sen­tava sem­pre una medi tra que­gli stati che regi­stra­vano mode­sti tassi di cre­scita (come la Ger­ma­nia) e quelli che con­ti­nua­vano a essere impan­ta­nati nella reces­sione post-crisi (come l’Italia) – era una pia illusione.

Senza un ribal­ta­mento radi­cale delle poli­ti­che eco­no­mi­che, l’eurozona era ine­vi­ta­bil­mente con­dan­nata a spro­fon­dare in una cosid­detta “sta­gna­zione seco­lare”: un lungo periodo di cre­scita bassa o nulla. E infatti l’ultimo bol­let­tino di Euro­stat parla chiaro: nell’ultimo tri­me­stre dell’anno la cre­scita nella zona euro è stata dello 0.0%. A leg­gere il testo del comu­ni­cato, però, si direbbe che non c’è motivo di pre­oc­cu­parsi: secondo la neo­lin­gua dei buro­crati di Bru­xel­les, sem­pli­ce­mente “il Pil nell’area euro è rima­sto sta­bile”. Tutto a posto, dunque?

Pur­troppo no. In uno sce­na­rio di sta­gna­zione seco­lare risol­vere il pro­blema della disoc­cu­pa­zione dila­gante (18 milioni di senza lavoro solo nella zona euro), della defla­zione alle porte (0.4% il tasso d’inflazione nella zona euro, men­tre in alcuni paesi è già sotto lo zero) e del debito pub­blico è pra­ti­ca­mente impos­si­bile. Al punto che c’è già chi parla di “stag-deflazione” (per fare il verso alla stag­fla­zione degli anni ’70): uno sce­na­rio da incubo in cui cre­scita ane­mica, bassa domanda, prezzi in calo, disoc­cu­pa­zione cre­scente, carenza di inve­sti­menti, fal­li­menti azien­dali, sof­fe­renze ban­ca­rie e debiti pub­blici alle stelle si ali­men­tano a vicenda in una spi­rale senza fine.

Per­ché l’eurozona si trova in que­sta con­di­zione, quando altre aree eco­no­mi­che col­pite altret­tanto dura­mente dalla crisi del 2008, come Stati uniti e Regno Unito, hanno ridotto la disoc­cu­pa­zione e sono tor­nate ai livelli di cre­scita pre-crisi o li hanno addi­rit­tura superati?

A pre­scin­dere dai limiti “strut­tu­rali” dell’eurozona (impos­si­bi­lità della Bce di offrire liqui­dità agli Stati, ecc.), la causa prin­ci­pale dell’infinita crisi euro­pea – come ormai denun­ciano anche gior­nali come il Financial Times e orga­niz­za­zioni noto­ria­mente neo­li­be­ri­ste come l’Fmi –, sono le folli poli­ti­che di auste­rity per­se­guite dall’esta­blish­ment euro­peo negli ultimi anni, che hanno avuto l’effetto di stran­go­lare ulte­rior­mente l’economia, già affa­mata da un crollo della spesa pri­vata, per mezzo di dra­stici tagli alla spesa pub­blica, aumenti delle tasse e com­pres­sione dei salari.

Altrove hanno invece per­se­guito poli­ti­che mone­ta­rie e fiscali espan­sive, con risul­tati pre­ve­di­bil­mente posi­tivi. Finora erano stati soprat­tutto i paesi della peri­fe­ria a patire le con­se­guenze di que­ste poli­ti­che scel­le­rate. L’Italia è il caso più esem­plare: pro­du­zione indu­striale al –25%, Pil al –10%, tasso di accu­mu­la­zione al –13%, disoc­cu­pa­zione e debito pub­blico a livelli record. Un’apocalisse eco­no­mica e sociale da cui il nostro paese impie­gherà decenni a ripren­dersi (se mai ce la farà). La vera novità è che nell’ultimo tri­me­stre anche la Ger­ma­nia ha regi­strato un tasso di cre­scita di nega­tivo (-0.2%) per la prima volta dal 2010. Anche in que­sto caso c’è poco da sorprendersi.

L’avevano pre­detto in molti: con­ti­nuando a com­pri­mere la domanda interna e affa­mando i pro­pri part­ner com­mer­ciali euro­pei per mezzo dell’austerità la Ger­ma­nia avrebbe finito ine­vi­ta­bil­mente per dan­neg­giare la pro­pria eco­no­mia, for­te­mente basata sulle espor­ta­zioni. Basterà que­sto a con­vin­cere i tede­schi della neces­sità di un cam­bio di rotta? O almeno a con­vin­cere Mat­teo Renzi che la solu­zione alla crisi non passa di certo per le  [sue]“riforme strutturali"
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