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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

mercoledì 13 agosto 2014

Il progetto del presidente del Porto non fermerà la presenza incontrollata di turisti

«La rinuncia al numero chiuso non significa a lasciare le cose all’improvvisazione, ma richiede una politica turistica molto precisa e un soggetto dotato di visione in grado di implementarla, nell’interesse della collettività». La Nuova Venezia, 13 agosto 2014 (m.p.r.)

L’affermazione di Costa sulla “Nuova Venezia” che la sua Giunta era vicinissima all’introduzione del numero chiuso fa davvero tenerezza. La sua memoria risente evidentemente del caldo afoso di questi ultimi giorni. In realtà, il suo “superassessore” al Turismo, Perez, con l’ausilio del grande Tsuropolis, factotum di Costa, non solo era riuscito a smantellare quel poco che l’assessore-gentleman Cortese aveva, con santa pazienza, messo in piedi, ma anche a distruggere in pochi mesi un certo consenso intorno alle misure da attuare per iniziare a gestire meglio il turismo veneziano che si era creato. Ma basta ricordi e torniamo alla propostona di Costa.

Per diversi motivi, credo fermamente che il numero chiuso non risolverà mai il problema dell’eccessiva pressione turistica sul centro storico di Venezia. In primo luogo, qualsiasi numero chiuso, e pertanto anche quello applicato a una destinazione turistica, lede alcune libertà fondamentali che tutte le Costituzioni, compresa quella europea, cercano di garantire. Inoltre, mi chiedo chi esattamente possa decidere quando chiudere Venezia? E poi come selezionare chi lasciare fuori e per quale motivo? Infine, il numero chiuso (così come un ticket d’ingresso) contrasta con l’idea di Venezia intesa sia come città da vivere e lavorare che come patrimonio dell’umanità. La sua seconda affermazione che con l’avanzare delle nuove tecnologie l’introduzione del numero chiuso sarebbe ancora più semplice, invece, è una stupidaggine ancora più grande. 

Il problema dell’insostenibilità dello sviluppo turistico non è mai stato e non è tuttora un problema di tipo tecnologico, anche se le nuove tecnologie possano aiutare, ma innanzitutto un problema di tipo organizzativo. Anche perché la rinuncia al numero chiuso non significa per nulla lasciare le cose all’improvvisazione, ma anzi richiede una politica turistica molto precisa e un soggetto dotato di visione in grado di implementarla, nell’interesse della collettività e non solo di alcuni operatori turistici, dei piccoli o grandi tangentopolari, oppure di alcuni fondamentalisti antituristici. 

L’obiettivo di tale politica dovrebbe essere quello di ridurre il numero di visitatori mordi e fuggi, a cominciare dagli escursionisti crocieristici così cari a Costa, probabilmente poiché il continuo aumento del loro numero è l’unica nota positiva della relazione annuale del non-porto che presiede, e di spalmare meglio il rimanente flusso durante l’intero anno e nel centro storico e altrove. L’ingrediente principale di questa politica è presto detto: rendere Venezia prenotabile offrendo una città più economica e facile da visitare per chi prenota e più cara e più difficile a chi non lo fa. Tecnologicamente parlando, chiunque potrebbe creare un sistema di prenotazione simile. Molto più difficile, invece, è riuscire a far convergere tutti i pezzi del sistema intorno a questa idea. 

Ed è proprio questo aspetto che richiede una forte capacità organizzativa, una visione chiara e leadership a livello locale, nazionale e internazionale. Insomma, ci vuole governance. Ci ho messo trent’anni per capire perché soluzioni come queste, tutto sommato poco costose e basate sostanzialmente su nuovi metodi organizzativi, non trovino attuazione, mentre quelle complesse, costose e rigide sembrano piacere di più a chi ci amministra. Ospedali, passanti, dighe mobili, Olimpiadi, canali per le grandi navi, terminali offshore, parchi scientifici, terze piste, e linee del tram… tutti progetti mastodontici e a volte privi di pubblica utilità che hanno trovato finanziamenti anche in tempi di razionalizzazione della spesa pubblica. Qualche beneficio intrinseco per qualcuno dovrà pur esserci. 

 Jan Van Der Borg è Docente di Economia e Politica del turismo all’Università Ca’ Foscari
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