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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 1 luglio 2014

Lo spettro di un altro soggetto politico

Lista Tsipras. Per passare dalle parole ai fatti, l’Altra Europa deve mettersi alla prova nei gruppi di lavoro locali, promuovendo collegamenti nazionali. Il manifesto,  1 luglio 2014

Lista Tsipras. Per passare dalle parole ai fatti, l’Altra Europa deve mettersi alla prova nei gruppi di lavoro locali, promuovendo collegamenti nazionali e internazionali, anche grazie alla nostra presenza nel parlamento europeo. Il modello dovrebbe essere quello dei beni comuni. L'Europa deve essere: democratica, federale, solidale, ecologica, inclusiva e pacifica


Domani Renzi inau­gu­rerà il seme­stre di pre­si­denza ita­liana dell’Unione euro­pea. Nono­stante i giri di parole, è un’Europa che non cam­bia. Noi vogliamo un’altra Europa: demo­cra­tica, fede­ra­li­sta, soli­dale, eco­lo­gica, inclu­siva, pacifica.

Demo­cra­tica, cioè con una vera Costi­tu­zione, con un governo sovra­na­zio­nale a base par­la­men­tare, auto­nomo dai poteri dell’alta finanza, che defi­ni­sca le poli­ti­che eco­no­mi­che, sociali, ambien­tali e cul­tu­rali. Ma la demo­cra­zia riguarda anche i sin­goli paesi.

Dob­biamo pre­ser­vare l’impianto della Costi­tu­zione ita­liana e fer­mare l’erosione della demo­cra­zia da tempo in corso. Inol­tre, alla demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva occorre affian­care, in tutto il con­ti­nente, nuove forme di demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva di pros­si­mità, che è ciò che tra­sforma risorse e ser­vizi in beni comuni.

Fede­rale, non signi­fica un aggre­gato di Stati, ma una riva­lu­ta­zione radi­cale delle auto­no­mie locali; dei Comuni o delle unioni di pic­coli Comuni: le isti­tu­zioni più vicine ai cit­ta­dini, dove è meno dif­fi­cile dar vita a forme di demo­cra­zia partecipativa.

Soli­dale: i paesi dell’Unione devono con­di­vi­dere costi e bene­fici del cam­mino comune: non solo moneta, ma debiti, tassi di inte­resse, fisco, inve­sti­menti pub­blici. Altre forme di soli­da­rietà devono riguar­dare anche tutti gli altri paesi del mondo, a par­tire da quelli rima­sti ai mar­gini dei bene­fici, ma non dei costi, dello svi­luppo indu­striale. Ma soli­da­rietà vuol dire soprat­tutto giu­sti­zia sociale in ogni paese; redi­stri­bu­zione del lavoro, del potere con­trat­tuale, del red­dito, degli oneri fiscali, dell’istruzione, dei pre­sidi sani­tari, dei diritti. Senza esclu­dere il rispetto di tutto il vivente e della natura.

Eco­lo­gica vuol dire fare i conti non solo con la natura pro­dotta dall’evoluzione geo­lo­gica e bio­lo­gica del pia­neta, ma anche con quella “seconda natura” in cui siamo ormai tutti immersi, pro­dotta dalla rivo­lu­zione indu­striale, dai mate­riali sin­te­tici, dalla pro­li­fe­ra­zione di pro­dotti e rifiuti – solidi, liquidi e gas­sosi — gene­rati dalla “civiltà” dei con­sumi. Occorre ritro­vare un equi­li­brio fra mondo natu­rale e mondo arti­fi­ciale che impe­di­sca a que­sto di sof­fo­care quello. Pur­troppo l’Unione euro­pea si sta pro­gres­si­va­mente disim­pe­gnando dalle poli­ti­che ambien­tali, men­tre mano­mis­sione e inqui­na­mento di ogni sin­golo ter­ri­to­rio non fanno che aumentare.

Inclu­siva: l’Europa non deve più essere gover­nata come una “for­tezza” asse­diata da una “armata” di pro­fu­ghi e migranti in cerca della pro­pria soprav­vi­venza. In un’Europa soli­dale ci deve essere posto per tutti. Emar­gi­na­zione, clan­de­sti­nità, discri­mi­na­zione raz­ziale – sia quella su basi bio­lo­gi­che o cul­tu­rali, che quella sem­pre più dif­fusa con­tro i poveri – sono cala­mite di nuove mise­rie che si ripro­du­cono in una spi­rale senza sboc­chi. L’accoglienza con­sente invece un diverso rap­porto con le popo­la­zioni e con le isti­tu­zioni dei paesi di ori­gine di pro­fu­ghi e migranti; rico­no­scere loro diritti e rap­pre­sen­tanza può faci­li­tare la com­po­si­zione dei con­flitti che ne deter­mi­nano l’esodo e una cir­co­la­zione di per­sone, di com­pe­tenze e di rela­zioni che pos­sono arric­chire sia i paesi di ori­gine che quelli di arrivo. Ma l’inclusione riguarda ogni forma di diver­sità – che messe tutte insieme costi­tui­scono ormai una vera mag­gio­ranza sociale – che, prima di met­tere sotto accusa idee e com­por­ta­menti altrui, inter­pel­lano innan­zi­tutto le nostre con­ce­zioni e il nostro stile di vita. Que­sto vale in par­ti­co­lare nei con­fronti della cul­tura e del potere patriar­cale che con­ti­nua a domi­nare la vita eco­no­mica e sociale in tutta l’Europa e par­ti­co­lar­mente nel nostro paese.

Paci­fica: non basta garan­tire la pace all’interno se ai con­fini imper­ver­sano con­flitti san­gui­nari. L’Europa deve avere un ruolo attivo nella com­po­si­zione dei con­flitti altrui; spe­cie quelli pro­dotti dai pro­pri inte­ressi, come la corsa al petro­lio o l’esportazione di armi. Nei con­fronti delle atti­vità eco­no­mi­che che ali­men­tano quei con­flitti occorre poi pro­get­tare una vera ricon­ver­sione ecologica.

L’articolazione ulte­riore di que­sti con­cetti non può pro­ce­dere però per logi­che interne, ma solo met­ten­doli alla prova nei ter­ri­tori o in spe­ci­fici ambiti set­to­riali. La lista L’altra Europa con Tsi­pras ha finora rac­colto solo una pic­cola parte di quel fer­vore di lotte, di ini­zia­tive, di pro­get­tua­lità alter­na­tive che con­trad­di­stin­gue da anni il nostro paese. Ma è con que­ste realtà che ora occorre con­fron­tarsi e pren­dere ini­zia­tive comuni, orga­niz­zan­dosi a livello locale per gruppi di lavoro o per com­mis­sioni tema­ti­che, pro­muo­vendo col­le­ga­menti nazio­nali e inter­na­zio­nali (gra­zie anche alla nostra pre­senza nel par­la­mento euro­peo e nel Gue), ma soprat­tutto andando a cer­care que­gli inter­lo­cu­tori, sin­goli o già orga­niz­zati, che non sono stati coin­volti dalla nostra mobi­li­ta­zione elet­to­rale, per pro­muo­vere con loro con­fronti e ini­zia­tive comuni su un piano di asso­luta parità. Tutti pos­sono arric­chire, con ini­zia­tive con­di­vise, un pro­gramma che si deve fare pra­tica poli­tica quotidiana.

Ma que­sto pro­gramma si deve anche con­so­li­dare sul piano cul­tu­rale. Intorno al pro­getto della lista L’altra Europa si è rac­colto in pochi mesi il meglio dell’intelligenza ita­liana. I nomi sono tan­tis­simi. A tutti dob­biamo offrire un ter­reno di con­fronto con le nostre pra­ti­che per dare al pro­getto, nella più asso­luta libertà di cia­scuno, un respiro indi­spen­sa­bile a pro­muo­vere una rifon­da­zione su nuove basi di una cul­tura della demo­cra­zia e della soli­da­rietà da con­trap­porre a quella impe­rante della com­pe­ti­ti­vità. Abbiamo due modelli dalle grandi poten­zia­lità: la Costi­tuente dei beni comuni, che ha visto il meglio della dot­trina giu­ri­dica ita­liana soste­nere alcune lotte come l’occupazione del Tea­tro Valle, il Muni­ci­pio dei Beni comuni di Pisa e altre ini­zia­tive ana­lo­ghe; e la costi­tu­zione dell’azienda spe­ciale Acqua Bene Comune di Napoli, prima tra­du­zione pra­tica degli obiet­tivi dei refe­ren­dum del 2011.

Que­sto approc­cio aperto a ogni sorta di nuovi apporti ha certo biso­gno di stru­menti di coor­di­na­mento e di comu­ni­ca­zione migliori, evi­tando però strut­ture pesanti e dif­fi­cili da ridi­men­sio­nare. Ma biso­gne­rebbe evi­tare di con­cen­trarsi su uno spet­tro che si aggira nel nostro dibat­tito interno: il “nuovo sog­getto poli­tico” (o “sog­getto poli­tico nuovo”); o la “costi­tuente della sini­stra”; o, senza tante media­zioni, il “nuovo partito”.

Per­ché il ter­mine sog­getto poli­tico, men­tre sem­bra esal­tare l’iniziativa e l’autonomia di un agire comune, fini­sce spesso, invece, per rin­chiu­derlo in qual­cosa di solido, di sostan­ziale, di auto­suf­fi­ciente e rischia di disto­gliere il dibat­tito e l’agire dall’impegno a svi­lup­pare nella pra­tica quo­ti­diana il tema dell’Europa che vogliamo, dell’Italia che vogliamo, della società che vogliamo. Non sto par­lando del “sol dell’avvenire”, ma, più mode­sta­mente, di una visione del futuro che vede con­flitto e par­te­ci­pa­zione, varia­mente intrec­ciati tra loro, come com­po­nenti per­ma­nenti di una dina­mica sociale in cui a ogni gene­ra­zione tocca fare i conti con le acqui­si­zioni e le scon­fitte di quella precedente.

Il rischio è quello di un dibat­tito con­fi­nato al tema di come costruire il nuovo sog­getto, o il nuovo par­tito, o la nuova sini­stra, sot­tin­ten­dendo che il come tra­sfor­mare i rap­porti sociali con la nostra pra­tica quo­ti­diana ne discenda auto­ma­ti­ca­mente; o comun­que sia una que­stione del “dopo”. Tra­scu­rando, per di più, la dimen­sione euro­pea e inter­na­zio­nale in cui la lista L’altra Europa ha voluto col­lo­care fin dall’inizio la pro­pria iniziativa.
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