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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 29 luglio 2014

Le nuove sfide della Lista Tsipras

Anche in Ita­lia la Grande Crisi è finita. Da qual­che tempo viviamo una nuova fase. Oggi siamo alle prese con gli effetti della poli­tica eco­no­mica>>>

Anche in Ita­lia la Grande Crisi è finita. Da qual­che tempo viviamo una nuova fase. Oggi siamo alle prese con gli effetti della poli­tica eco­no­mica della Ue, che ha tra­sfor­mato la tur­bo­lenza finan­zia­ria esplosa nel 2008 in una guerra sociale con­tro i paesi in dif­fi­coltà. Eppure si può trarre un primo bilan­cio som­ma­rio dei risul­tati poli­tici che essa ha pro­dotto e con­ti­nua a pro­durre. Parlo di risul­tati poli­tici e mi limito alle forze poli­ti­che della sini­stra. Non getto nep­pure uno sguardo al fondo della società che la sini­stra tra­di­zio­nal­mente rap­pre­senta e difende: classe ope­raia, ceti medi, mondo della scuola e dell’Università, lavo­ra­tori intel­let­tuali. Qui gli arre­tra­menti sono pro­fondi e gene­ra­liz­zati. Basti pen­sare all’allungamento dell’età della pen­sione, all’inferno degli eso­dati, al dato stu­pe­fa­cente di 6 milioni di poveri asso­luti da poco cen­siti dall’Istat, basti ricor­dare che quasi un gio­vane su due non ha lavoro. Per bre­vità nep­pure un cenno al sin­da­cato, alla Cgil, un pachi­derma che si è defi­ni­ti­va­mente addor­men­tato.

È sul piano poli­tico, delle for­ma­zioni della sini­stra, che voglio pun­tare lo sguardo. Non doveva essere la Grande Crisi, uno dei più cla­mo­rosi fal­li­menti del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo, occa­sione di cre­scita delle forze poli­ti­che anta­go­ni­ste, di rior­ga­niz­za­zione del fronte alter­na­tivo? Non ha mostrato e non con­ti­nua a mostrare il neo­li­be­ri­smo di essere, con le sue ricette dog­ma­ti­che, il motore che ali­menta le tur­bo­lenze finan­zia­rie e le disu­gua­glianze distrut­tive del tes­suto sociale e della stessa sta­bi­lià eco­no­mica?

Dun­que una sta­gione di pos­si­bi­lità per la sini­stra, che doveva con­qui­stare masse sem­pre più deluse e impau­rite con la forza per­sua­siva del pro­prio diverso rac­conto. Non è andata così. Con ogni evi­denza le varie for­ma­zioni dello schie­ra­mento mul­ti­forme che con­ti­nuiamo a chia­mare sini­stra sono uscite tutte ridi­men­sio­nate, inde­bo­lite o pro­fon­da­mente tra­sfor­mate. Sel alle ultime ele­zioni del 2013 si è atte­stata al 3,20%; Rivo­lu­zione civica, che incor­po­rava Rifon­da­zione comu­ni­sta, al 2,25%. Da qual­che mese il Pd — che certo molto par­zial­mente poteva essere anno­ve­rato nell’area della sini­stra — è diven­tato un par­tito popu­li­sta, coman­dato da un capo. Un capo che mira a cam­biare, d’accordo con la più squal­lida destra che mai abbia cal­cato la scena poli­tica repub­bli­cana, la forma dello stato democratico.

Dun­que, sul piano dell’allargamento del con­senso, da que­sti anni, che pure sono stati di mobi­li­ta­zione e di lotte, di qual­che bat­ta­glia vinta (refe­ren­dum sull’acqua pub­blica), risul­tati più miseri non pote­vamo rac­co­gliere. Senza il 4% della lista «L’altra Europa con Tsi­pras» saremmo al disa­stro. Per dirla con una frase fol­go­rante di Paso­lini.

Ebbene, io credo che tali esiti dovreb­bero costi­tuire oggi il cen­tro della rifles­sione di tutti i pro­ta­go­ni­sti della scon­fitta. Usiamo la parola neces­sa­ria. Scon­fitta. Un punto di par­tenza impre­scin­di­bile per assi­cu­rare un avve­nire pos­si­bile alla sini­stra ita­liana, a una forza di oppo­si­zione in grado di affron­tare le sfide duris­sime che si annun­ciano all’orizzonte. Sapendo che, se passa la nuova legge elet­to­rale in discus­sione in Par­la­mento, l’irrilevanza isti­tu­zio­nale attende buona parte di quel che resta dello schie­ra­mento di sini­stra.

Che cosa è acca­duto? Per­ché il con­senso elet­to­rale desti­nato alle forze di sini­stra è andato al Movi­mento 5 Stelle o all’astensione? Natu­ral­mente non basta una revi­sione cri­tica delle cam­pa­gne elet­to­rali. Occorre rimet­tere in discus­sione espe­rienze del pas­sato, assetti, stra­te­gie, forme di orga­niz­za­zione, stili di lavoro. Io credo che il dibat­tito aperto dall’ «Altra europa per Tsi­pras» – ma anche la discus­sione su que­sto gior­nale, cui ha dato un ulte­riore con­tri­buto Asor Rosa il 19 luglio — dovrebbe essere accom­pa­gnato da «un’azione paral­lela» che io defi­ni­rei senza tanti giri di parole, di ver­tice. Credo nella neces­sità di ristretti tavoli di lavoro nei quali si stu­dino forme pos­si­bili di nuove archi­tet­ture uni­ta­rie delle forze della sini­stra. I pic­coli par­titi sono bloc­chi di potere, neces­sa­ria­mente pru­denti e timo­rosi. Non si sciol­gono senza trat­ta­tive che ne sal­va­guar­dino il patri­mo­nio, i legami sociali. Tale strada non è in con­trad­di­zione con le pro­spet­tive di una for­ma­zione poli­tica che non ras­so­mi­gli ai vec­chi par­titi, che si fondi sulla par­te­ci­pa­zione dal basso, ma è meto­do­lo­gi­ca­mente un momento d’avvio inag­gi­ra­bile. Ci vuole sem­pre un punto d’appoggio per rove­sciare il mondo. E que­sto non può essere il magma delle assem­blee, che sono la ric­chezza della demo­cra­zia, dove si accende il fuoco delle idee, ma che poi devono soli­di­fi­carsi in strut­ture in grado di ren­dere per­ma­nente la mili­tanza poli­tica.

La lista dell’«Altra europa» non sarebbe mai sorta senza l’iniziativa dall’alto di un gruppo di pro­mo­tori. E l’assemblaggio delle varie forze, il nome di Tsi­pras, hanno dato al pro­getto un con­te­ni­tore cre­di­bile che ha mobi­li­tato le forze ren­dendo pos­si­bile il suc­cesso. Lo sforzo di dise­gnare le forme di un’ampia aggre­ga­zione uni­ta­ria risponde anche a tale scopo: susci­tare ener­gie, dare ai con­flitti in atto o atti­va­bili una pro­spet­tiva poli­tica dure­vole e inclu­dente.

Negli ultimi anni abbiamo esal­tato «Occupy Wall Street» o le acam­pa­das dei gio­vani madri­leni. Col sot­tin­teso che in Ita­lia siano man­cate le lotte. Non è così: le lotte sono state innu­me­re­voli, aspre, su tutte le lati­tu­dini della peni­sola e hanno coin­volto gli ope­rai, i disoc­cu­pati, gli stu­denti, gli inse­gnanti, i ricer­ca­tori, i senza casa. Quel che è man­cato - e crea alla fine stan­chezza, ras­se­gna­zione e fuga - è stata una forza uni­ta­ria che facesse da col­lante gene­rale, da con­ti­nua­tore isti­tu­zio­nale della spinta par­tita dal basso. Oggi l’assenza di un tale sog­getto e di una tale pro­spet­tiva è alla base dell’inerzia e della ras­se­gna­zione che si respira in giro.

Eppure, mal­grado tutto, la pro­spet­tiva per la sini­stra rimane aperta. Obbli­ga­to­ria­mente aperta. E occorre un senso di respon­sa­bi­lità assai ele­vato da parte di tutti. Di una cosa infatti si può essere certi: alla ripresa autun­nale nes­suno dei gravi pro­blemi eco­no­mici e sociali che stanno logo­rando il paese sarà atte­nuato. Gli ultimi segnali anzi lasciano pre­sa­gire un ulte­riore peg­gio­ra­mento. Non mi rife­ri­sco ai recen­tis­simi dati sulla pro­du­zione indu­striale in calo e sul ral­len­ta­mento dell’economia tede­sca. È stata la Banca d’Italia ad annun­ciare che nel 2014 la disoc­cu­pa­zione in Ita­lia ha toc­cato il ver­tice uffi­ciale del 12,8% e che nel 2015 cre­scerà ancora, al 12,9%. Nel frat­tempo, udite, udite, il debito pub­blico ha toc­cato a luglio il nuovo record di 2.160 miliardi con un aumento di 96 miliardi dall’inizio dell’anno. Dun­que alla ripresa autun­nale gli ita­liani tro­ve­ranno ulte­rior­mente aggra­vate le loro con­di­zioni: immu­tata e forse cre­sciuta la pres­sione fiscale, sem­pre più estesa la man­canza di lavoro. E nuovi comuni fini­ranno nel frat­tempo in dis­se­sto. Sia che Renzi « faccia - come parla chiaro il lin­guag­gio dei tempi! – la riforma isti­tu­zio­nale, sia che non ce la fac­cia. 

Il senso di una con­ti­nuità verso il peg­gio sarà visi­bile a tutti. Basta del resto osser­vare il mini­stro dell’Economia Padoan. Come prima Monti e poi Sac­co­manni, egli non è il tito­lare di un dica­stero, in grado di per­se­guire una poli­tica eco­no­mica auto­noma, di mobi­li­tare inve­sti­menti pub­blici, age­vo­lare il cre­dito. Più mode­sta­mente è un bro­ker che pen­dola tra Bru­xel­les e Roma, cer­cando di mediare tra gli inte­ressi del suo paese e il Castello della Grande Orto­dos­sia dell’Unione. 

C’è dell’altro. Agli occhi degli ita­liani la con­ti­nuità verso il peg­gio appa­rirà da un ulte­riore dato.
L’alleanza con Ber­lu­sconi non è più un fatto tran­si­to­rio. È diven­tato un assetto sta­bile del potere poli­tico. E non è vero che la recente asso­lu­zione del boss di Arcore nel pro­cesso Ruby raf­forzi l’alleato Renzi. In quella fac­cenda nes­sun ita­liano crede all’innocenza di Ber­lu­sconi, come non può cre­dere alla nipote di Muba­rak. Al con­tra­rio mol­tis­simi nostri con­na­zio­nali comin­ciano a con­vin­cersi che la «rina­scita» di Ber­lu­sconi possa essere l’esito mediato di sor­didi scambi e patti segreti con Renzi. E comun­que il cava­liere bianco, che doveva rot­ta­mare la vec­chia poli­tica, sem­pre più appare come il capo di una casta che si è rifatta il trucco, utile a sal­vare un noto cri­mi­nale da una con­danna, ma che con­ti­nua a por­tare danni e dispe­ra­zione sociale al paese. Dal cilin­dro di Renzi non escono più coni­gli. E oggi gli ita­liani non pos­sono più guar­dare a Grillo per gri­dare il loro sde­gno o per cer­care una prospettiva.

Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto
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