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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

sabato 12 luglio 2014

L'ascensore sociale funziona. Ma in giù

Dalle storie degli operai la conferma: innovare si può, ma tornando all'indietro; cambiare verso si può, ma all'indietro; fare si può, ma di masole in peggio. Il manifesto, 10 luglio 2014

E par­liamo un po’ di classe ope­raia, rac­con­tiamo come vive, giorno dopo giorno, tirando la vita coi denti. Par­liamo non di gio­vani disoc­cu­pati, la grande tra­ge­dia nazio­nale, ma di gente che il lavoro ce l’ha — a quali con­di­zioni… — e fatica a man­te­nerlo, sot­to­po­sta a ricatti, costretta a con­di­zioni iugu­la­to­rie, con salari al minimo; e quando lo perde, per l’incessante chiu­sura di offi­cine, aziende, imprese, fa ancora più fatica a rime­diarne un altro.

Non voglio offrire sta­ti­sti­che e sguardi di insieme, ma rac­con­tare una sto­ria, una vicenda come tante, esem­plare, ritengo. Fami­glia pro­le­ta­ria, nell’ex capi­tale: del Ducato di Savoia, del Regno d’Italia, dell’automobile, della Fiat. Il padre ope­raio spe­cia­liz­zato giunto al reparto pro­get­ta­zione auto, ari­sto­cra­zia ope­raia, insomma, che al lavoro ha sem­pre guar­dato con rispetto e per­sino con amore; qual­che scio­pero, ma via via sem­pre meno nel corso dei decenni; una moglie con un lavoro non qua­li­fi­cato, due figli, che fanno le scuole tecniche.

Il maschio fre­quenta l’Istituto per Geo­me­tri, ma comin­cia a fre­quen­tare i can­tieri, nel tempo libero e nelle vacanze, si impra­ti­chi­sce del lavoro, e quando fini­sce trova subito un impiego. Lavora sodo negli anni seguenti, diventa capo­can­tiere, per la ditta che lo ha assunto, mette su fami­glia: com­pra una casetta, col mutuo, fuori città, nel luogo dove ha sede la sua ditta: casa e bot­tega. Come suo padre vive per il lavoro, lo ama, si impe­gna, e non bada a straordinari.

Il babbo è orgo­glioso, ha fatto stu­diare il pri­mo­ge­nito, che è salito nella scala sociale; ma c’è di più. Il nostro ope­raio spe­cia­liz­zato ha una seconda figlia, che fa le scuole com­mer­ciali, prende il suo diploma, e vuole a tutti i costi andare all’università. Il babbo le dice d’accordo, ma non pos­siamo per­met­ter­celo. E lei si man­tiene lavo­rando per tutto il periodo degli studi. E dopo la lau­rea — otte­nuta nei quat­tro anni, e bene — con­ti­nua, avrebbe aspi­ra­zioni intel­let­tuali, ma sa di non poter­selo per­met­tere; con­serva la pas­sione per i libri, per lo stu­dio, e rifiuta le pro­po­ste di con­ti­nuare nella vita degli studi, che il suo rela­tore di tesi le fa.Le rie­sce impos­si­bile con­ci­liare quella dimen­sione, a cui pure ter­rebbe, con la vita reale.

Una vita reale nella quale è pas­sata ormai dai lavo­retti nelle fiere o come aiuto par­ruc­chiera, ad assun­zioni a tempo deter­mi­nato in un’azienda, con rin­novi semestrali.

È seria come tutti in fami­glia: sarà l’etica del lavoro tipica della cul­tura pie­mon­tese? E i datori di lavoro le rin­no­vano il con­tratto, fino a che si sta­bi­lizza: è una lavo­ra­trice che si fa sfrut­tare fino in fondo. Piega la testa, ed è brava: per­ciò, a un certo punto il lavoro a tempo inde­ter­mi­nato arriva. Il mirag­gio diviene realtà. E que­sto le fa cre­dere che può, come suo fra­tello, com­prare un pic­colo appar­ta­mento, con un mutuo trentennale.

Ma fa fatica, troppa fatica, i costi aumen­tano mese dopo mese, le utenze, le spese con­do­mi­niali, il cibo, i deter­sivi, e il suo com­pa­gno che ha messo su un’attività nel momento sba­gliato, con la crisi galop­pante, non ce la fa ad aiu­tarla. Anzi: chiede un fido ban­ca­rio, e le rate stroz­zano lui e lei, che intanto vende gli ogget­tini d’oro, salta il pasto di mez­zodì e usa i buoni pasto della ditta per fare la spesa a fine set­ti­mana. In casa i pranzi sono ridotti a fari­na­cei, patate e, di rado, pro­teine, a cui prov­ve­dono per­lo­più i geni­tori nei pasti dome­ni­cali, quando i due “gio­vani” (ormai entrambi sui 40) ritor­nano nelle dimore di nascita; le mamme li prov­ve­dono con ciba­rie, olio, caffè. Una vita di stenti. E lei sa di doversi con­si­de­rare “for­tu­nata” con i suoi circa 1.100 euro men­sili, anche se alla quarta set­ti­mana non rie­sce ad arri­vare, e cerca occu­pa­zioni per arro­ton­dare. Va a fare le puli­zie in una dimora pri­vata dopo l’ufficio un paio di volte alla settimana.

Intanto, la crisi ha col­pito il fra­tello mag­giore: la ditta ha perso mese dopo mese, le com­messe in pre­ce­denza nume­rose. E un anno e mezzo fa ha chiuso. Era una pic­cola, ma fio­rente azienda. Kaputt. Il geo­me­tra qua­ran­tenne viene messo con gli altri dipen­denti in cassa inte­gra­zione: finita la cassa, comin­cia a cer­care. Prima fa il giro dei can­tieri, poi manda cur­ri­cula alle ditte edili: non riceve rispo­ste. Quando gliene danno sono scon­so­late e sconfortanti.

Spul­cia gli annunci sui gior­nali: ma set­ti­mana dopo set­ti­mana allarga il rag­gio della sua ricerca. Cerca qua­lun­que cosa. Va a sca­ri­care frutta ai mer­cati gene­rali, quando capita. E con­ti­nua a salir l’altrui scale. A bus­sare a porte che riman­gono osti­na­ta­mente chiuse. I geni­tori con­di­vi­dono le amba­sce del figlio, e le dif­fi­coltà della figlia. Sono impo­tenti. E pro­ba­bil­mente il padre pensa che suo figlio che era la prova del miglio­ra­mento della con­di­zione fami­liare, ora testi­mo­nia un fal­li­mento, una scon­fitta. Ma arriva infine la buona noti­zia: forse il figlio sarà “preso”, ossia assunto. In una ditta metal­mec­ca­nica. Come ope­raio sem­plice, mano­vale. Ma avrà un sala­rio. Basso, poco più di 900 euro trat­tan­dosi di un primo impiego, ma pur sem­pre un salario.

Infine, non sarà super­fluo aggiun­gere che que­sto posto, se sarà dav­vero con­fer­mato, è stato otte­nuto solo gra­zie al fatto che all’Ufficio del per­so­nale della ditta c’è qual­cuno che è amico di un amico che è amico di…Insomma, anche per essere assunti, come ope­raio gene­rico, in una grande azienda del Nord, occorre una raccomandazione.
Ma que­sto è solo un det­ta­glio: siamo pur sem­pre in Ita­lia. Quello che conta è la forza sim­bo­lica di que­sta pic­cola sto­ria, una come tante. Sen­tiamo par­lare di “cam­bio di passo”, di mobi­lità, di riforme, di moder­nità, di ascen­sore sociale, della gene­ra­zione di Tele­maco che sosti­tui­sce quella di Ulisse (che scioc­chezza, Renzi!): ebbene, l’ascensore quando fun­ziona, va in discesa.
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