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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 1 luglio 2014

L’ambivalente modenità di Zygmunt Bauman

«Inter­vi­sta­tori e intervistato sono con­sa­pe­voli che le cosid­dette scienze sociali sono spesso stru­mento nelle mani del "potere costi­tuito" per il consenso a un ordine sociale. Pure riten­gono che la socio­lo­gia possa svol­gere un ruolo nella com­pren­sione delle rela­zioni sociali». Il manifesto, 1 luglio 2014

A Zyg­munt Bau­man non difetta la scan­zo­nata ten­denza a met­tere in rela­zione campi disci­pli­nari, attorno ai quali sono state costruite mura stret­ta­mente sor­ve­gliate dai padroni della pro­du­zione sociale della cono­scenza. I suoi libri sono costel­lati da rife­ri­menti let­te­rari, filo­so­fici, eco­no­mici, tele­vi­sivi e cine­ma­to­gra­fici. E tut­ta­via lo stu­dioso di ori­gine polac­che non si stanca mai di ripe­tere che in fondo lui è solo un socio­logo, una disci­plina che può aiu­tare a com­pren­dere il fun­zio­na­mento della società. Ed è pro­prio dallo sta­tuto disci­pli­nare che prende le mosse il libro-intervista di Bau­man con Michael Hviid Jacob­sen e Keith Tester che ha come titolo La scienza della libertà (Erik­son edi­zioni, pp. 160, euro 15).

Non è però la socio­lo­gia la scienza della libertà, anche se in pas­sato è stata così rap­pre­sen­tata. Tanto gli inter­vi­sta­tori che l’intervistato sono con­sa­pe­voli che le cosid­dette scienze sociali sono stati spesso uno stru­mento nelle mani del «potere costi­tuito» per costruire il con­senso a un ordine sociale. Eppure riten­gono che la socio­lo­gia possa con­ti­nuare a svol­gere un ruolo rile­vante nella com­pren­sione delle rela­zioni sociali. A patto, però, che la socio­lo­gia sia con­sa­pe­vole che la neces­sa­ria dimen­sione quan­ti­ta­tiva e le astra­zioni su cui pog­gia sono un modo diverso di rap­pre­sen­tare la vita, gli affetti, le pas­sioni di uomini e donne al pari della let­te­ra­tura, della cine­ma­to­gra­fia. Con alcune affer­ma­zioni di Bau­man che susci­tano mera­vi­glia negli inter­vi­sta­tori. Come quando il car­to­grafo della moder­nità liquida sostiene che ci sono, sto­ri­ca­mente, alcuni romanzi che hanno avuto la capa­cità di cogliere la realtà sociale più di un trat­tato sullo stato nazione o sulle classi sociali.

Que­sto libro-intervista può essere con­si­de­rato in due maniere. La difesa, intel­li­gente e sofi­sti­cata, di una disci­plina acca­de­mica for­te­mente con­te­stata negli anni pas­sati pro­prio per­ché usata dal potere costi­tuito. Oppure può essere letto come un testo che sot­to­li­nea l’ambivalenza che carat­te­rizza la moder­nità liquida. È que­sta seconda carat­te­ri­stica, pre­sente in maniera rile­vante nelle pagine del volume, che svela il carat­tere «aperto» della rifles­sione di Bau­man. Aperta a essere smen­tita, certo, ma anche tesa a misu­rarsi con temi, argo­menti con­si­de­rati «minori» pro­prio dalla socio­lo­gia, come le rela­zioni amo­rose, i talk show, il cini­smo di massa e i sen­ti­menti che accom­pa­gnano la moder­nità liquida (il risen­ti­mento, l’opportunismo, il rifiuto di una etica pub­blica). Rispetto a ciò, Bau­man è con­sa­pe­vole che le fonti a cui attin­gere mate­riali non hanno nulla a che fare con l’ammasso di dati sta­ti­stici o le «astra­zioni» delle disci­pline acca­de­mi­che, ma sono mate­riali grezzi, poco lavo­ra­tivi, che resti­tui­scono tutto ciò che la socio­lo­gia ha sem­pre rite­nuto ines­sen­ziali: i sen­ti­menti. Da qui la cen­tra­lità della loro ambi­va­lenza.

Da que­sto punto di vista l’ambivalenza rivela il suo potere espli­ca­tivo delle rela­zioni sociali. L’esempio più ricor­rente in Bau­man è il con­sumo. L’acquisto dell’ultimo gad­get tec­no­lo­gico o il ricam­bio vor­ti­coso del pro­prio guar­da­roba sono certi com­pren­si­bili all’interno dei mec­ca­ni­smi di ripro­du­zione dell’ordine sociale eco­no­mico, ma hanno anche a che fare con una ten­sione alla libertà che non può essere fret­to­lo­sa­mente liqui­data come una colo­niz­za­zione delle coscienza da parte del capi­tale. Il con­sumo è un atto ambi­va­lente, per­ché pre­fi­gura domi­nio, ma anche ricerca della libertà. È que­sta ambi­va­lenza dei feno­meni sociali e delle moti­va­zioni per­so­nali che ha potere per­for­ma­tivo.

«La scienza della libertà» risiede non tanto nella can­cel­la­zione dell’ambivalenza, ma nella sua for­za­tura in una dire­zione o nell’altra. Tra domi­nio e sot­tra­zione dal potere, Bau­man tut­ta­via non sce­glie. Man­tiene «aperta» la sua rifles­sione a esiti ancora non con­tem­plati dal les­sico poli­tico. Ma è pro­prio in que­sta aper­tura che si pos­sono accen­tuare i punti di rot­tura, di fuo­riu­scita dall’ordine sociale domi­nante. Una pro­spet­tiva che potrebbe essere accolta da Zyg­munt Bau­man con un sor­riso venato da un amaro disincanto.
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