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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 21 luglio 2014

La profonda lezione politica del movimento dei movimenti

Ricordiamo  le «ragioni di fondo del movi­mento sceso in piazza nel 2001», a Genova: un momento importante del movimento di contrasto alla nuova devastante fase globale della storia del capitalismo. Le ragioni di allora, i torti dello stato, l’impegno di oggi. Il manifesto online, 20 Luglio 2014 

In que­ste gior­nate per noi così evo­ca­tive, con tre­dici anni dif­fi­cili alle spalle, due pen­sieri si sovrap­pon­gono. Uno riguarda la dimen­sione poli­tica del movi­mento nato per con­tra­stare il pen­siero unico neo­li­be­ri­sta, l’altro le dina­mi­che repres­sive e di limi­ta­zione della demo­cra­zia. Que­stioni che si intrec­ciano e che sono oggi il fon­da­mento di una nuova consapevolezza.

In que­sto 2014 con la cosid­detta crisi – giunta al suo set­timo anno – che si rivela in realtà un sistema di governo e di domi­nio desti­nato a durare, può sem­brare per­fino super­fluo rimar­care la fon­da­tezza e l’attualità delle ragioni di fondo del movi­mento sceso in piazza nel 2001. Potremmo par­lare a lungo del domi­nio della finanza, delle oli­gar­chie sovra­na­zio­nali che sot­trag­gono demo­cra­zia, del neo­co­lo­nia­li­smo e del debito come leva di potere del forte con­tro il debole, della logica di guerra che ispira l’ideologia del libero mer­cato, cioè dei temi affron­tati nei semi­nari, nei forum e nelle ini­zia­tive pub­bli­che di allora, ma pos­siamo limi­tarci a far notare che in que­sti anni si è avuta una radi­ca­liz­za­zione del pen­siero unico e dei suoi stru­menti di dominio.

E che le chiavi di let­tura intro­dotte dal movi­mento con­tro il neo­li­be­ri­smo a cavallo del mil­len­nio sono oggi impre­scin­di­bili se vogliamo capire quel che dav­vero accade nell’economia glo­bale e nel suo sistema di governo. Altro che “crisi”, altro che “cre­scita da rilan­ciare”: siamo più che mai di fronte alla neces­sità di uscire dalle gab­bie men­tali, sociali e poli­ti­che di un sistema desti­nato a soprav­vi­vere a se stesso accre­scendo il livello di autoritarismo.

Genova 2001 portò novità dirom­penti anche nel modo di fare poli­tica, d’essere attivi nella società. Impa­rammo in quei giorni a ragio­nare in ter­mini glo­bali, a lavo­rare con spi­rito di coo­pe­ra­zione, a pren­dere deci­sioni cer­cando di allar­gare il con­senso, a favo­rire la par­te­ci­pa­zione dal basso. Que­sta lezione di metodo è il tesoro più pre­zioso di cui ancora dispo­niamo, ed è da que­sto tesoro che dovremmo attin­gere nel guar­dare al domani, in una fase sto­rica per­vasa da un senso di scon­fitta che rischia d’essere paralizzante.

Le migliori espe­rienze di movi­mento emerse in que­sti anni – pen­siamo a Occupy Wall Street, agli Indi­gna­dos spa­gnoli e anche del Movi­mento ita­liano per l’acqua pub­blica — sono tutte carat­te­riz­zate da un alto livello di com­pe­tenza, dalla cen­tra­lità di nuove figure sociali igno­rate dalla poli­tica uffi­ciale (il pre­ca­riato gio­va­nile, i migranti), da un’originale atti­tu­dine al plu­ra­li­smo, da una forte capa­cità di attrarre par­te­ci­pa­zione popo­lare, da una ten­denza a svi­lup­parsi per vie oriz­zon­tali senza derive gerar­chi­che o leaderistiche.

Se una nuova con­vin­cente idea di sini­stra non si è ancora affer­mata nella società e negli ambiti isti­tu­zio­nali, è anche per­ché in que­sti anni, nei vari ten­ta­tivi messi in campo, si è caduti nelle anti­che logi­che del per­so­na­li­smo, delle forme ver­ti­cali di orga­niz­za­zione, sof­fo­cando di fatto la crea­ti­vità dif­fusa e la voglia stessa di par­te­ci­pare. E non si è inve­stito abba­stanza, a nostro avviso, nella con­creta ela­bo­ra­zione di un cre­di­bile pro­getto poli­tico di “con­ver­sione” dell’economia, in grado di dare rispo­ste alle urgenze del momento – in testa la disoc­cu­pa­zione di massa — e d’essere “capace di futuro”.

Dice­vamo che un altro pen­siero preme in que­sti giorni in cui cade la ricor­renza del G8 geno­vese. Riguarda l’esercizio dei diritti civili, la qua­lità della demo­cra­zia ita­liana. E’ un punto sul quale non pos­siamo farci illu­sioni, ma che dev’essere dal cen­tro della nostra atten­zione. La pre­po­tenza isti­tu­zio­nale, al limite dell’eversione, che carat­te­rizzò le gior­nate del luglio 2001 è ormai con­se­gnata alla sto­ria, sotto forma di sen­tenze della magistratura.

Sotto que­sto pro­filo abbiamo otte­nuto risul­tati di por­tata sto­rica, con le con­danne per la Diaz e per Bol­za­neto e la sospen­sione dai pub­blici uffici di altis­simi diri­genti della poli­zia di stato. Risul­tati che certo non miti­gano la sof­fe­renza al pen­siero che dieci per­sone sono state impri­gio­nate con con­danne pesan­tis­sime e spro­por­zio­nate, per­sone che stanno pagando sulla loro pelle – in maniera pro­fon­da­mente ingiu­sta e inu­mana – quella spe­cie di com­pen­sa­zione che è stata con­cessa all’istituzione-stato, insieme con i man­cati pro­cessi per l’omicidio di Carlo Giu­liani e per il vili­pen­dio del suo cada­vere, a fronte della mise­ra­bile prova offerta in piazza, nelle scuole, nelle caserme e nei tri­bu­nali di Genova da nume­rosi fun­zio­nari e diri­genti delle forze dell’ordine.

Molti, troppi abusi e vio­lenze fino all’omicidio hanno mac­chiato negli ultimi anni le varie forze di poli­zia per poter dire che la “lezione di Genova” è stata accolta ed ela­bo­rata den­tro gli appa­rati di sicu­rezza. Forse è avve­nuto il con­tra­rio. Si è cioè affer­mata, in rispo­sta alle con­danne di Genova e al fal­li­mento del ten­ta­tivo di osta­co­lare il corso della giu­sti­zia, un’evasione dai canoni della demo­cra­zia che rischia d’essere inarrestabile.

La chiu­sura cor­po­ra­tiva è addi­rit­tura erme­tica. Niente sap­piamo di quel che avviene nella caserme, dei cri­teri di for­ma­zione degli agenti, di come sono state rece­pite le cla­mo­rose sen­tenze geno­vesi. La stessa nuova fase poli­tica, tutta all’insegna della rot­ta­ma­zione e del “nuovo che avanza” non ha toc­cato i gruppi di potere ai ver­tici degli appa­rati. Lì non si annun­ciano rivo­lu­zioni e si pensa sem­mai – dob­biamo sup­porre –a strin­gere l’ennesimo patto di potere in chiave neoautoritaria.

E’ dun­que tutto per­duto? Noi cre­diamo di no e pen­siamo che valga ancora la pena col­ti­vare l’idea che l’etica demo­cra­tica dev’essere la bus­sola per tutte le isti­tu­zioni sta­tali, anche per gli appa­rati di poli­zia. E’ una sfida che può essere affron­tata a patto che cia­scuno fac­cia la sua parte: in par­la­mento, nella società, fra gli stessi agenti coscienti della deriva anti­de­mo­cra­tica che sono costretti a subire.

Le nostre pro­po­ste sono note: dai codici di rico­no­sci­mento sulle divise, alla revi­sione dei cri­teri di for­ma­zione degli agenti, all’abolizione della riserva dei posti in poli­zia per chi abbia pre­stato ser­vi­zio nelle forze armate. Fino a una vera legge sulla tor­tura. Quindi una legge diversa da quella appro­vata in prima let­tura al senato, un testo ina­de­guato per­ché non qua­li­fica la tor­tura come reato spe­ci­fico del pub­blico uffi­ciale né pre­vede il prin­ci­pio della non prescrivibilità.

Ecco un con­creto fronte d’impegno per le pros­sime set­ti­mane e mesi: una cam­pa­gna per cam­biare un testo di legge che pare pen­sato in un paese diverso dall’Italia, come se a Genova nel 2001 o den­tro caserme e car­ceri anche negli anni seguenti, non fosse avve­nuto niente. Come se i giu­dici non aves­sero scritto la parola tor­tura – senza poter appli­care una pena con­grua – nella sen­tenza di con­danna per i fatti di Bolzaneto.

E’ il minimo che pos­siamo fare per chi ha vis­suto sulla pro­pria pelle ciò che una volta abbiamo chia­mato l’eclisse della democrazia.


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