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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 1 luglio 2014

Fiscal compact, un’altra strada è l’iniziativa popolare

«L’iniziativa popo­lare è uno stru­mento debole? Può essere, ma qui si entra nel campo della poli­tica: se non si ha forza di far sen­tire la pro­pria voce e capa­cità di mobi­li­tare il popolo su obiet­tivi con­di­visi non c’è tec­ni­ca­lità che possa sup­plire al vuoto». Il manifesto, 1 luglio 2014

Vor­rei avan­zare alcune per­ples­sità in merito al refe­ren­dum sull’equilibrio di bilan­cio. Viene pre­sen­tato -anche da que­sto gior­nale- come un modo per opporsi al Fiscal com­pact. A me non sem­bra. Si vogliono infatti abro­gare solo le dispo­si­zioni con­te­nute nella legge 243 del 2012 che det­tano ulte­riori limi­ta­zioni rispetto a quelle defi­nite in sede euro­pea e rece­pite nel nostro ordi­na­mento “a livello costi­tu­zio­nale”. Non tocca (ne potrebbe mediante lo stru­mento de refe­ren­dum) i prin­cipi intro­dotti nel 2012 in costituzione.

Né le altre parti della legge di attua­zione che defi­ni­scono il sistema dei vin­coli per il con­se­gui­mento dell’equilibrio. Scopo del refe­ren­dum è, in effetti, quello di con­ti­nuare a rispet­tare gli obbli­ghi euro­pei in mate­ria di bilan­cio pub­blico, ma si richiede che ciò avvenga in modo cor­retto, senza ecces­sive rigi­dità. In linea con la bat­ta­glia del Governo in Europa, la pro­po­sta è quella di una mag­giore mode­ra­zione nell’applicazione di misure che – nel rispetto dei trat­tati e degli accordi euro­pei di rien­tro del debito – per­met­tano un’ “auste­rità flessibile”.

Vi è un argo­mento che potrebbe farsi valere per smen­tire -almeno in parte- la pro­spet­tiva mode­rata che ho richia­mato. L’istituto del refe­ren­dum con­tiene in sé un “plu­sva­lore di senso” che tende a tra­scen­dere il signi­fi­cato let­te­rale del que­sito su cui si è chia­mati a votare. Così è stato per il nucleare ovvero per l’acqua. Se la por­tata dell’abrogazione in fondo era assai limi­tata e riguar­dava solo una nor­ma­tiva di con­torno, l’esito posi­tivo del responso popo­lare ha assunto una por­tata gene­rale: con­tro ogni poli­tica filo­nu­cleare (per l’acqua la vicenda post refe­ren­dum è più complicata).

Ciò è vero, ma è anche da tener pre­sente che allora era chiara la posta in gioco e uni­voco lo spi­rito dei pro­po­nenti. Nel nostro caso non è così. Tra gli stessi pro­mo­tori ope­rano più che legit­ti­ma­mente e con il mas­simo della coe­renza espo­nenti che si ripro­met­tono di far valere sem­pli­ce­mente un equi­li­brio fles­si­bile entro le com­pa­ti­bi­lità date in sede euro­pea. Una even­tuale vit­to­ria refe­ren­da­ria sarà legit­ti­ma­mente figlia di un libe­ra­li­smo dal volto umano, rischiando di for­nire una defi­ni­tiva legit­ti­ma­zione demo­cra­tica alle attuali poli­ti­che euro­pee. Forse un aiuto a Fran­cia e Ita­lia nella dia­let­tica con la Ger­ma­nia, ma nulla di più. È que­sto ciò che si vuole?

Per senso di rea­li­smo (meglio poco che niente) può anche accet­tarsi una simile pro­spet­tiva, ma deve essere chiaro che in tal modo si rinun­cia a cam­biare l’orizzonte delle com­pa­ti­bi­lità eco­no­mi­che e poli­ti­che. Un’altra Europa e un’altra Ita­lia -se vogliamo dare un senso pro­fondo alle parole- pos­sono nascere solo se si è in grado di ridi­scu­tere i trat­tati e i vin­coli eco­no­mici, solo se si è in grado di pro­porre una stra­te­gia in cui si affermi la cen­tra­lità dei diritti delle per­sone, solo se -in Ita­lia- si rie­sce ad modi­fi­care il prin­ci­pio di equi­li­brio impo­sto nel 2012 da un super­fi­ciale e irruento legi­sla­tore che ha distorto gli equi­li­bri costi­tu­zio­nali con la modi­fica dell’articolo 81.

Si com­prende la sen­si­bi­lità della sini­stra radi­cale al refe­ren­dum. È tra­mite que­sto stru­mento di par­te­ci­pa­zione che si sono otte­nute la più signi­fi­ca­tive vit­to­rie poli­ti­che e costi­tu­zio­nali. Il refe­ren­dum del 2006 che ha scon­fitto il ten­ta­tivo di riscri­vere in senso auto­ri­ta­rio la nostra costi­tu­zione; quello del 2011 che ha visto affer­marsi un’altra idea di svi­luppo con la vit­to­ria dell’acqua bene comune. Ma non credo che que­sto possa indurre a soste­nere ogni richie­sta al di là del merito. Anche per­ché temo che il rischio di delu­dere le aspet­ta­tive sia più vicino di quanto non possa sembrare.

Ritengo infatti che i que­siti pro­po­sti siano ad alto rischio di inam­mis­si­bi­lità. Temo cioè che non pos­sano pas­sare il vaglio della Con­sulta. Sono diverse le ragioni che mi indu­cono a for­mu­lare que­sta pre­vi­sione. Alla luce della giu­ri­spru­denza costi­tu­zio­nale ritengo che si sia cor­ret­ta­mente prov­ve­duto a disin­ne­scare il rischio di una pro­nun­cia di inam­mis­si­bi­lità per vio­la­zione di un obbligo euro­peo (ed in effetti i que­siti non pon­gono in discus­sione alcun vin­colo comu­ni­ta­rio), più dif­fi­cile con­vin­cere la Corte costi­tu­zio­nale che le norme che si vogliono abro­gare non rien­trino tra quelle tri­bu­ta­rie e di bilan­cio che sono espres­sa­mente escluse dal refe­ren­dum (soprat­tutto dopo l’allargamento con­cet­tuale defi­nito con la sen­tenza n. 2 del 1994) ovvero che la legge 234 del 2012 che si sot­to­pone a refe­ren­dum non rien­tri tra quelle escluse dal refe­ren­dum per­ché “a forza pas­siva pecu­liare”. In quest’ultimo caso la giu­ri­spru­denza costi­tu­zio­nale (secondo quanto deciso – in modo un po’ gene­rico, in verità — dalla sen­tenza 16 del 1978) sem­bre­rebbe voler esclu­dere tutte quelle leggi appro­vate con un pro­ce­di­mento spe­ciale. E la legge di attua­zione dell’articolo 81 deve essere appro­vata con mag­gio­ranza qualificata.

Biso­gna allora arren­dersi al Fiscal com­pact? Non credo. Ci sono altri stru­menti di par­te­ci­pa­zione pre­vi­sti dal nostro ordi­na­mento costi­tu­zio­nale. L’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare è uno di que­sti. Essa potrebbe anche affian­carsi al refe­ren­dum richie­sto per segna­lare una rotta diversa in grado di impri­mere un reale cam­bia­mento nelle poli­ti­che eco­no­mi­che e di rispetto dei diritti costi­tu­zio­nali. È pos­si­bile anche imma­gi­nare la pre­sen­ta­zione di una legge costi­tu­zio­nale assieme ad una ordi­na­ria d’iniziativa popo­lare che rie­scano l’una ad “aggre­dire” il prin­ci­pio dell’equilibrio finan­zia­rio posto in costi­tu­zione l’altra a inter­pre­tare in modo con­forme al sistema costi­tu­zio­nale (all’obbligo costi­tu­zio­nale di assi­cu­rare i diritti fon­da­men­tali) i vin­coli di bilan­cio “di natura per­ma­nente” che l’Europa ci impone. C’è dun­que la pos­si­bi­lità di pro­porre un cam­bia­mento anzi­ché subire o cer­care di argi­nare quello che pro­viene dalle attuali cul­ture dominanti.

L’iniziativa popo­lare è uno stru­mento debole? Può ben essere, ma qui si entra nel campo della poli­tica: se non si ha la forza di far sen­tire la pro­pria voce e la capa­cità di uti­liz­zare que­sti stru­menti per mobi­li­tare il popolo di sini­stra su obiet­tivi lar­ga­mente con­di­visi non c’è tec­ni­ca­lità che possa sup­plire al vuoto.
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