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8 GIUGNO: MAI PIU'

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Dopo l'incidente di domenica mattina, nel quale una gigantesca nave da crociera ha investito un' imbarcazione e si è schiantata contro la riva, è stata indetta una manifestazione contro le grandi navi in Laguna. E' dal 2006 che A Venezia ci si oppone a questi mostri d'acciaio, pericolosi, inquinanti, devastanti. Non mancherebbero provvedimenti ai quali appellarsi per tenere fuori le navi, ma le istituzioni non esercitano i loro poteri, colluse come sono con gli interessi economici dominanti. Domani tutti alle Zattere, ore 16.00, anche se il prefetto ha negato il permesso di concludere il corteo a Piazza San Marco, luogo aperto a tutti i turisti e mercanti ma non a chi protesta! (a.b.)

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giovedì 17 luglio 2014

Città Metropolitana e democrazia

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Accanto alla prevaricazione di segno pre-democratico dalle riforma del Parlamento e della legge elettorale, anche la frettolosa approssimazione con la quale si affronta la “riforma” dei poteri locali è un segno del degrado italiano. Un commento da Milano, inviato a eddyburg il 13 luglio


1. La legge n. 56 del 7 aprile 2014, nota come legge Del Rio, ha istituito le Città Metropolitane di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, più Roma Capitale con disciplina speciale. L’entrata in funzione è fissata al primo gennaio 2015 (con una dilazione al 2016 per Reggio C.). Condizione perché il sindaco metropolitano possa essere eletto direttamente dai cittadini è che il comune capoluogo venga suddiviso in zone (o municipi) dotate di autonomia amministrativa. Senza questa suddivisione, la legge prevede che la carica venga assunta automaticamente dal sindaco del comune capoluogo con un evidente deficit di democrazia.
Mi limito qui al caso milanese, dove il pubblico dibattito latita, mentre affiorano prese di posizione con agli estremi due alternative: da un lato quella di chi vede nell’istituzione della Città Metropolitana l’occasione per abolire il Comune di Milano (in tal modo, per costoro, si farebbe finalmente giustizia di una politica centralistica e disattenta ai problemi cronici della periferia urbana); dall’altro quella di chi pensa si debba procedere con la massima attenzione e cautela, esaltando le potenzialità del decentramento senza abolire un ambito di governo come quello comunale potenzialmente in grado di esprimere una politica unitaria per la città nel suo insieme. È questo anche l’orientamento di chi scrive. È mia convinzione infatti che si debba procedere a un’articolazione del governo locale così da rispondere nel modo più adeguato ai problemi evitando la trappola di populismi vecchi e nuovi.

2. Ogni abitante della Città Metropolitana è interessato da almeno tre livelli relazionali su cui si definiscono anche le appartenenze/identità:
- il luogo in cui abita (con un orizzonte esteso al quartiere);
- la città (o cittadina, o paese) in cui in diversa misura si riconosce;
- la metropoli in cui esplica comunemente le sue attività nell’arco delle 24 ore.
Ognuna di queste appartenenze/identità chiede di essere rappresentata politicamente, anche perché ad ognuna di esse corrispondono ambiti di polarizzazione dei problemi che il governo locale è chiamato ad affrontare. Ma, per rispondere positivamente a questa richiesta, va ricercato un equilibrio fra livelli decisionali, cominciando con il mettere ben in chiaro chi decide che cosa (una materia su cui, a poco più di quattro mesi dell’entrata in funzione del Governo metropolitano, grava una fitta nebbia). Equilibrio significa che ogni livello – locale, urbano, metropolitano – deve saper pervenire a una sintesi nell’ambito di sua competenza, in una dialettica complessa con gli altri livelli.
È questa la materia che va ordinata dallo Statuto: un nodo da sciogliere prima del nuovo anno.
Per inciso, alle incognite che si addensano su questo passaggio delicato se ne aggiunge un’altra. Il Governo metropolitano dovrà vedersela con la Regione Lombardia. Un rapporto, questo tra città Metropolitana e Regione, per nulla regolato dalla legge Del Rio e su cui, se non si prende una adeguata iniziativa politica, potrebbe crearsi una situazione incresciosa: quella che potrebbe vedere tutte le altre realtà provinciali (con la finta abolizione delle province) coalizzate contro la Città Metropolitana Milanese (Barbarossa docet).
Per restare alla questione degli equilibri interni alla Città Metropolitana, ai fautori della cancellazione di Palazzo Marino chiedo: per quale motivo i cittadini di Milano dovrebbero rinunciare alla seconda delle tre appartenenze/identità sopra indicate? Hanno forse da scontare una doppia colpa: l'egemonia esercitata dal capoluogo sulla metropoli e sulle sue zone del decentramento? A chi pensa che sia giunto il momento di una resa dei conti, faccio osservare che una simile operazione da piazza pulita sarebbe una rivoluzione condotta a tavolino. Un non senso sul piano storico. Le egemonie si combattono sul loro terreno, facendone sostanza della politica. Puntare a eliminare i problemi con improvvisate ingegnerie istituzionali porta immancabilmente al fallimento.

3. Mi preoccupa poi la moltiplicazione dei parlamentini e degli apparati burocratici. E dei costi relativi. Che si arrivi cioè a spendere le risorse scarse per mantenere in piedi macchine amministrative farraginose e sovradimensionate invece che per fare le cose necessarie.
In una situazione come quella italiana dove una della cause del dissesto del bilancio dello Stato, oltre che nelle politiche governative, sta in quella parte della Pubblica Amministrazione che va sotto il nome di Enti Locali (a tutti i livelli), una riforma come quella della Città Metropolitana, dovrebbe essere obbligatoriamente accompagnata da una quantificazione dei costi economici. Senza questo bilancio, ogni proposta è difficilmente giudicabile e sarebbe comunque un'operazione mistificatoria. Il decentramento, il federalismo, la sussidiarietà in questo nostro malandato Paese presentano un quadro che fa acqua da tutte le parti.
Se non si procede con accortezza e con una logica sperimentale, c'è il rischio di perdere la bussola in nome del localismo. Per bussola intendo un progetto politico e civile volto a combattere e a correggere gli squilibri interni e a portare qualità urbana, vivibilità e vitalità dove non c'è.
Un simile progetto richiede:
a) una mobilitazione di intelligenze e di risorse a partire da un'analisi condivisa;
b) la messa a punto di un quadro degli interventi da attuare sulla base di una sintesi tra una visione d'assieme e una visione dall'interno dei diversi contesti in cui è articolata la città (una prospettiva praticabile solo se crescita politica e crescita civile procedono parallelamente);
c) la definizione di priorità in un processo che non potrà che essere graduale e di medio periodo.
Tutte cose che, a tutt'oggi, la giunta Pisapia non ha voluto o saputo mettere in campo, giocando invece di rimessa rispetto all'iniziativa privata e all'insorgere di problemi.

4. Senza un progetto come quello sopra richiamato, il decentramento è un'operazione velleitaria e populistica che porterà solo a complicare le cose e a sollevare dalle responsabilità chi assumerà la guida del Governo metropolitano. Oggi, come milanese, mi sento coinvolto rispetto a quel che succede a Lambrate o a Baggio; quando il Comune di Milano verrà suddiviso in 9 parti, ogni Municipio (ex-zona) sarà forse più vicino ai cittadini ma certo più isolato e impotente.
Per non dire della debolezza con cui ogni Municipio ex-zona dovrà fare i conti quando avrà come interlocutore la grande società immobiliare o anche Ferrovie dello Stato.
Così come stanno le cose, si rischia di decentrare per scaricare i problemi. Si potrà anche avere una maggiore partecipazione dei cittadini, ma parallelamente sulle grandi questioni aumenterà, c'è da scommettere, il senso di impotenza e di inadeguatezza.

5. Se dici Isola, o Niguarda, ti viene in mente una parte di città che ha tratti identitari per chi ci abita, come anche per gli altri abitanti della città e della metropoli; se dici Zona 2 il riferimento resta muto. E si potrebbe continuare. L'identità non è una cosa che si inventa a tavolino.
A Milano sopravvive qualcosa di un policentrismo storico; altre focalità si potrebbero individuare in un progetto unitario capace di fare sistema. A Barcellona lo si è fatto in modo esemplare (a partire dagli anni settanta!) per l'intera città su una dimensione ancora più ampia di quella di Milano, che tutto sommato resta una città piccola ma con una precoce e spiccata propensione metropolitana. Il progetto che può rendere effettivamente policentrica Milano va coltivato e realizzato in un'ottica metropolitana.
Prima di ogni progetto istituzionale occorre un piano di interventi volto non a una astratta equipotenzialità del territorio (Giancarlo De Carlo), ma a superare le disparità in fatto di qualità urbana dei luoghi. Quelli che alcuni chiamano con un certa sufficienza "quartieri" (per Milano l'elenco sarebbe molto lungo, almeno sei volte 9) hanno al loro interno energie per orientare il progetto unitario di riqualificazione della città in un'ottica di superamento degli squilibri (De Carlo, che invece su questo aveva ragione, chiamava questa prospettiva la piramide rovesciata).

Senza un progetto strategico, spezzare Milano in 9 piccoli comuni è pura macelleria istituzionale che non porterà a risolvere i problemi: porterà solo a moltiplicare costi e burocrazia (magari sistemando qualche politico a spasso) e a riprodurre in piccolo, quando non a moltiplicarli, gli squilibri e le disfunzioni che sulla carta si vuole combattere. Non si farà un passo per avvicinare i cittadini alle istituzioni: ci sarà un triste spettacolo dove i pochi soldi pubblici, invece che essere spesi per migliorare la città, verranno sperperati per tenere in piedi apparati pletorici.
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