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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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venerdì 13 giugno 2014

Renzi, Mineo e l’arroganza del potere

Finalmente Renzi e Grillo uniti nella lotta contro chi dissente. Ma un manipolo esprime, col garbo d'una farfalla che s'avventa contro un rinoceronte, il suo disagio di restare nella camera a gas del PMR (ex PD). Il manifesto, 13 giugno 2014

Andia­moci piano con la libertà di coscienza, un bene pre­zioso da eser­ci­tare con mode­ra­zione, senza biso­gno di sban­die­rarlo per que­stioni minori come la riforma costi­tu­zio­nale. E se un sena­tore pro­prio insi­ste a voler espri­mere la sua cri­tica sul pro­getto del nuovo senato, addi­rit­tura pre­ten­dendo il diritto di voto, allora delle due l’una: o «eser­cita la sua libertà di coscienza in aula» (dove un voto in più o in meno non conta), come con­si­glia Anna Finoc­chiaro, pre­si­dente della Com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali (alias por­ta­voce della mini­stra Boschi), oppure sarà sosti­tuito da un ren­ziano doc.

E così, secondo le leggi della nuova monar­chia (anti­co­sti­tu­zio­nale), l’incompatibile sena­tore Mineo è stato epu­rato e al suo posto imme­dia­ta­mente nomi­nato il capo-gruppo Zanda, pro­prio quello che a ogni for­za­tura ber­lu­sco­niana sban­die­rava l’articolo 67 della Costi­tu­zione sul non vin­colo di man­dato. Ma la mal­de­stra operazione-pulizia si è pre­sto tra­sfor­mata in un boo­me­rang, e da uno i ribelli sono diven­tati quat­tor­dici, tutti auto­so­spesi dal gruppo par­la­men­tare del Pd.

Con una simile osten­ta­zione di arro­ganza, il presidente-segretario ha voluto met­tere in chiaro che se in par­la­mento e nel suo par­tito qual­cuno ancora insi­ste per emen­dare il sal­vi­fico pro­getto di riforma che tutto il mondo ci invi­dia, allora scatta il «renzismo-stalinismo» (copy­right di Mineo), anche a costo di pro­ce­dere a colpi di risi­cata mag­gio­ranza, con un solo voto di dif­fe­renza in com­mis­sione. Al grido di «non ci fer­miamo» (Boschi) e sotto la ban­diera del «no al diritto di veto» (Renzi), sven­tola orgo­gliosa l’idea di que­sti neo-unti del «conta il voto degli elet­tori», di fronte al quale il par­la­mento è un resi­duato che va rapi­da­mente neu­tra­liz­zato in forza del ple­bi­scito elet­to­rale (che, in ogni caso, né ha eletto Renzi, né era con­vo­cato sulle riforme costituzionali).

Al coro degli yesmen del Pd (tra i quali molti ex alfieri della «ditta» ber­sa­niana) si sono unite voci gril­line come quella del vice­pre­si­dente della camera, Di Maio, coe­ren­te­mente plau­dente («se un mem­bro del gruppo vota in dis­senso rischiando il sabo­tag­gio con il suo voto, è giu­sto pren­dere prov­ve­di­menti»). Lim­pida sin­tesi dove il «dis­senso» diventa «sabo­tag­gio», così come il «voto» diventa «veto» se non sei con­forme alla mag­gio­ranza di par­tito. È in que­sto modo che fun­ziona la nuova poli­tica dei rot­ta­ma­tori. Anche se poi Grillo tenta una mal­de­stra difesa di Mineo tanto per dare una botta a Renzi (senza nem­meno avver­tire il povero Di Maio). Del resto che Renzi e Grillo siano più con­cor­renti che avver­sari lo abbiamo visto molto chia­ra­mente nella com­pe­ti­zione elet­to­rale con quella corsa for­sen­nata a chi era più «anti» (anti-tasse, anti-sindacati, anti-partiti …). Sem­mai biso­gna dire che la pra­tica delle espul­sioni, dopo quella dello strea­ming, Renzi l’ha copiata pro­prio dall’ex comico.

Par­tite malis­simo, que­ste riforme costi­tu­zio­nali stanno pro­se­guendo nel modo peg­giore. Già aver deciso di pro­porre come governo la riforma della Costi­tu­zione, anzi­ché lasciarla alla sua sede natu­rale, il par­la­mento, ha espo­sto la falange ren­ziana a una cri­tica larga e bla­so­nata. Ma se all’inizio si trat­tava solo di insul­tare «gufi» e «pro­fes­so­roni» ora siamo arri­vati alle espul­sioni dei sena­tori. In fin dei conti può anche capi­tare che il potere logori per­sino chi ne ha troppo.
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