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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 14 giugno 2014

La destituzione non è sostituzione

« L’estromissione di ogni voce dis­sen­ziente è un vul­nus irre­pa­ra­bile che incrina l’intero pro­cesso par­la­men­tare». Il manifesto, 13 giugno 2014
La rimo­zione dei sena­tori Mario Mauro e Cor­ra­dino Mineo dalla Com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali sol­leva tre ordini di pro­blemi giu­ri­dici. Si tratta, in primo luogo, di veri­fi­care la cor­ret­tezza dell’interpretazione del Rego­la­mento del Senato. In secondo luogo, di valu­tare la con­for­mità a Costi­tu­zione della deci­sione assunta. In terzo luogo, di con­si­de­rare gli effetti di tale deci­sone sul sistema poli­tico complessivo.

Per quanto riguarda il primo aspetto può dubi­tarsi che l’articolo 31 del Rego­la­mento possa legit­ti­mare l’estromissione di un com­po­nente per­ma­nente desi­gnato in base a quanto sta­bi­lito in via gene­rale dal pre­ce­dente arti­colo 21. Quest’ultimo, infatti, chia­ri­sce che spetta a cia­scun gruppo comu­ni­care alla pre­si­denza del Senato i pro­pri rap­pre­sen­tanti nelle com­mis­sioni e che que­ste sono rin­no­vate «dopo il primo bien­nio». Sem­bre­rebbe dun­que che l’indicazione dei gruppi debba essere tenuta ferma per almeno un bien­nio, anche per garan­tire una certa con­ti­nuità nei lavori. In que­sto qua­dro si col­loca l’articolo 31 che pre­vede invece la pos­si­bi­lità di «sosti­tu­zione» (non di «desti­tu­zione»), anche in via tran­si­to­ria, dei rap­pre­sen­tanti asse­gnati alle commissioni.

La ratio della norma, non­ché i pre­ce­denti, chia­ri­scono che — pro­prio a garan­zia della con­ti­nuità dei lavori delle com­mis­sioni e della pos­si­bi­lità di far acqui­sire “ulte­riori” com­pe­tenze in casi par­ti­co­lari — la sosti­tu­zione opera essen­zial­mente in due casi. Qua­lora un com­po­nente desi­gnato assume diversi ruoli (ad esem­pio diventa mini­stro o viene eletto al par­la­mento euro­peo), non potendo più garan­tire l’impegno neces­sa­rio per svol­gere al meglio il suo inca­rico, ovvero qua­lora, per casi par­ti­co­lari, si ritenga che un diverso com­po­nente del mede­simo gruppo par­la­men­tare possa for­nire un con­tri­buto “aggiun­tivo” e più con­forme alla mate­ria da deci­dere rispetto al mem­bro “sostituito”.

Que­sta dispo­si­zione del Rego­la­mento del senato, dun­que, è nata per esten­dere le com­pe­tenze e la fun­zio­na­lità delle com­mis­sioni, non come stru­mento disci­pli­nare nei con­fronti dei dis­sen­zienti. D’altronde, può dubi­tarsi che la “sosti­tu­zione” si possa otte­nere senza il con­senso dell’interessato. Com’è avve­nuto nei casi di Mauro e Mineo.

Si è asse­gnato in tal modo un potere asso­luto di disporre dei sin­goli par­la­men­tari agli organi diret­tivi dei gruppi, venendo a ledere i diritti dei sin­goli sena­tori. Non solo quelli defi­niti dai Rego­la­menti par­la­men­tari, ma anche quelli diret­ta­mente dedu­ci­bili dal testo della Costituzione.

In par­ti­co­lare, sul secondo aspetto, c’è da chie­dersi cosa rimanga del libero man­dato (arti­colo 67) se l’attività poli­tica del par­la­men­tare, con una deci­sione estem­po­ra­nea e puni­tiva del gruppo di appar­te­nenza, può essere impe­dita, osta­co­lando irri­me­dia­bil­mente l’esercizio delle sue essen­ziali fun­zioni. L’estromissione da una com­mis­sione non può essere giu­sti­fi­cata da una pre­sunta indi­sci­plina nei con­fronti della linea di un gruppo, ovvero di una mag­gio­ranza poli­tica. I par­la­men­tari, secondo Costi­tu­zione, rap­pre­sen­tano la nazione e — tanto più in mate­ria costi­tu­zio­nale — non sono vin­co­lati alla disci­plina di par­tito.

L’argomentazione del veto («nes­suno ha diritto di veto»), ovvero quella del voto (il suc­cesso elet­to­rale con­se­guito alle euro­pee) che si pro­pon­gono per giu­sti­fi­care l’estromissione dei dis­sen­zienti non hanno ovvia­mente alcun pre­gio costi­tu­zio­nale. Qui si discute di libertà di man­dato e del cor­retto fun­zio­na­mento delle isti­tu­zioni par­la­men­tari, le regole che chiun­que deve rispet­tare, in ogni caso, di fronte ad ogni pos­si­bile dis­senso poli­tico, quale che sia stato il risul­tato elet­to­rale. È la libera dina­mica poli­tica, i modi di for­ma­zione della volontà demo­cra­tica che si pon­gono in gioco.

Per quanto riguarda infine i riflessi sul sistema poli­tico com­ples­sivo ci si può limi­tare a ricor­dare che le logi­che par­la­men­tari negli ordi­na­menti demo­cra­tici devono essere impron­tate al con­fronto. Era Carl Sch­mitt che, nel disprezzo del carat­tere plu­ra­li­stico dell’ordinamento demo­cra­tico, affer­mava non ci si potesse fer­mare dinanzi «al tea­tro della divi­sione», con­si­de­rando in fondo un bene che la mag­gio­ranza deci­desse per la mino­ranza, poi­ché, in fondo, è un «assioma demo­cra­tico» quello che sta­bi­li­sce l’assorbimento delle voci dis­sen­zienti nell’unica volontà espressa nella deci­sione della mag­gio­ranza. Com’è noto, Hans Kel­sen aveva una diversa idea di demo­cra­zia, secondo la quale solo coin­vol­gendo le mino­ranze entro il pro­cesso di deci­sone col­let­tiva la volontà par­la­men­tare può assu­mere una sua legit­ti­ma­zione demo­cra­tica. Più impor­tante della deci­sone stessa è il modo con cui si decide e l’estromissione di ogni voce dis­sen­ziente è un vul­nus irre­pa­ra­bile che incrina l’intero pro­cesso par­la­men­tare. Un dibat­tito del secolo scorso. Siamo ancora lì.
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