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8 GIUGNO: MAI PIU'

8 GIUGNO: MAI PIU'
Dopo l'incidente di domenica mattina, nel quale una gigantesca nave da crociera ha investito un' imbarcazione e si è schiantata contro la riva, è stata indetta una manifestazione contro le grandi navi in Laguna. E' dal 2006 che A Venezia ci si oppone a questi mostri d'acciaio, pericolosi, inquinanti, devastanti. Non mancherebbero provvedimenti ai quali appellarsi per tenere fuori le navi, ma le istituzioni non esercitano i loro poteri, colluse come sono con gli interessi economici dominanti. Domani tutti alle Zattere, ore 16.00, anche se il prefetto ha negato il permesso di concludere il corteo a Piazza San Marco, luogo aperto a tutti i turisti e mercanti ma non a chi protesta! (a.b.)

INVERTIRE LA ROTTA

DAI MEDIA

VENEZIA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

giovedì 26 giugno 2014

Il mantra mediatico delle riforme

«Come mai non c’è una voce dissontante tra i grandi media che plaudono a Renzi? La crisi ha avviato una torsione oligarchica che si riflette nel sistema dell’informazione.deplo­re­vole stato dell’informazione poli­tica, tra le prin­ci­pali con­cause del disa­stro italiano». Il manifesto, 26 giugno 2014

Non credo di essere il solo a pro­vare nau­sea per l’ossessivo mar­tel­la­mento sulle «riforme». Un incubo. In pas­sato abbiamo denun­ciato l’abuso di que­sto nobile lemma del les­sico poli­tico, e l’ironia che ne ribal­tava il senso. Sullo sfondo della glo­ba­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta, «riforme» erano i colpi inferti alle con­qui­ste sociali e ope­raie, dalle pen­sioni alle tutele del lavoro, al carat­tere pub­blico di sanità, scuola e uni­ver­sità. Non ave­vamo ancora visto nulla. Non ave­vamo imma­gi­nato che cosa sarebbe stato il man­tra delle riforme al tempo del ren­zi­smo trion­fante. Non c’è gior­nale né tele­gior­nale che non gli dedi­chi il posto d’onore. E che fior di riforme! Da set­ti­mane ten­gono banco quelle del pub­blico impiego e del Senato: la pre­ca­riz­za­zione del primo e il ridi­men­sio­na­mento del secondo, tra­sfor­mato in una docile Camera degli ammi­ni­stra­tori.

Nel merito di entrambe ci sarebbe molto da dire. Il governo stra­parla di cre­scita e occu­pa­zione, ma intanto minac­cia i dipen­denti pub­blici – notori nababbi fan­nul­loni – con misure che scon­vol­ge­ranno let­te­ral­mente la vita di milioni di fami­glie, soprat­tutto se il lavo­ra­tore in que­stione è una donna con figli. Quanto al Senato, il dise­gno è stato demo­lito dai più impor­tanti costi­tu­zio­na­li­sti, che hanno mostrato come esso miri, in siner­gia con la nuova legge elet­to­rale, a costi­tu­zio­na­liz­zare la pri­ma­zia dell’esecutivo quale pro­dut­tore di norme. Cioè a rove­sciare l’ispirazione anti-autoritaria della Carta del ’48. Ma non è della sostanza delle riforme che vor­rei par­lare, bensì del deplo­re­vole stato dell’informazione poli­tica, tra le prin­ci­pali con­cause – credo – del disa­stro italiano.

Pren­der­sela con i gior­na­li­sti, si sa, non serve a molto. La cor­po­ra­zione rea­gi­sce nel nome della sacra libertà di stampa, che peral­tro da noi non scop­pia di salute. E si trin­cera die­tro un bril­lante argo­mento: se c’è un pro­blema, per­ché pren­der­sela con chi si limita a par­larne? Pec­cato che le cose non siano tanto sem­plici. E che tra rac­con­tare e fare – o tra fare e tacere – non corra tutta que­sta distanza quando ci si muove sulla scena pubblica.

L’anno scorso que­sto gior­nale con­dusse, soli­ta­rio, una cam­pa­gna con­tro il sistema media­tico, impe­gnato ad aval­lare la men­zo­gna secondo cui la crisi sarebbe di per sé causa di povertà e disoc­cu­pa­zione. Come se fosse ine­vi­ta­bile affron­tarla per mezzo delle misure deflat­tive che, ovvia­mente, l’hanno ali­men­tata, e non fosse nem­meno imma­gi­na­bile aggre­dirla redi­stri­buendo risorse (quindi impo­nendo misure dra­sti­che di equità fiscale) e rilan­ciando la domanda effet­tiva di beni e ser­vizi. Da ultimo lo ha ammesso per­sino il pre­si­dente della Bce, pun­tando il dito sull’austerity e sulla mio­pia dei ver­tici comu­ni­tari, pri­gio­nieri della teo­lo­gia mone­ta­ri­sta. Ma nem­meno que­sto ser­virà. I tagli alla spesa reste­ranno il piatto forte della poli­tica eco­no­mica. Chi vive di sti­pen­dio con­ti­nuerà a rischiare di per­derlo e se lo vedrà man­giare dal «rigore». E la vul­gata amman­nita al popolo rimarrà quella del «risa­na­mento» e dei sacri­fici «neces­sari per i nostri figli».

Adesso, qui da noi, si è aggiunta la grande nar­ra­zione delle riforme. Per non farci mai man­care niente. Da quando «il pre­mier Renzi» ha con­qui­stato il Pd e palazzo Chigi e ha sban­cato alle ele­zioni di mag­gio, non ci si salva più. Il rac­conto delle sue gesta e dei suoi pro­getti occupa inva­ria­bil­mente gran parte dei noti­ziari, come al tempo del duce. Ed è come una bomba a grap­polo, che dis­se­mina veleni.

Intanto, è un rac­conto incom­pren­si­bile. Si dice che l’una forza poli­tica o sin­da­cale difende la pro­po­sta del governo men­tre l’altra auspica una modi­fica. Ma come in un tea­trino di mario­nette, quasi si trat­tasse di gusti per­so­nali. Nes­suno che si azzardi a chia­rire la vera posta in gioco, quali con­se­guenze com­porti, poniamo, la non-elettività dei sena­tori o la facoltà di spo­stare di decine di chi­lo­me­tri, senza uno strac­cio di moti­va­zione, la sede di ser­vi­zio nel pub­blico impiego. Quel che conta è aval­lare la grande dice­ria del cam­bia­mento. Il governo tra­sforma, «cam­bia verso»: que­sto importa, e guai al disfat­ti­sta che eccepisce.

Poi la reto­rica delle riforme assorbe, di fatto, ogni ana­lisi del qua­dro economico-sociale, che eva­pora dinanzi al «grande can­tiere» rifor­mi­sta. Sem­bra che tutto, let­te­ral­mente, ne dipenda, col risul­tato di oscu­rare tutti i pro­blemi di un paese sem­pre più affan­nato e spa­ven­tato. Si salva, per forza di cose, il discorso sulla cor­ru­zione, troppo ingom­brante per met­terlo a tacere. Ma sul resto – la chiu­sura delle fab­bri­che; i con­trac­colpi sociali e morali della disoc­cu­pa­zione; la povertà delle fami­glie; il degrado delle scuole, delle uni­ver­sità, degli ospe­dali pub­blici, delle biblio­te­che, del ter­ri­to­rio – il più stretto silenzio.

Ora, la que­stione del fun­zio­na­mento per­verso di quella che ci osti­niamo a chia­mare «infor­ma­zione» è dav­vero troppo deli­cata e seria per­ché non la si torni a porre. Come mai fun­ziona così? Come mai non c’è di fatto voce dis­so­nante tra i mag­giori organi dell’informazione scritta o par­lata? La spie­ga­zione clas­sica – che i prin­ci­pali media sono per tra­di­zione gover­na­tivi – non basta, per­ché que­sto feno­meno, con que­ste carat­te­ri­sti­che tota­li­ta­rie, è tutto som­mato recente. Non basta nem­meno evo­care la que­stione pro­prie­ta­ria, che pure va tenuta pre­sente. I mag­giori media pri­vati, in linea di prin­ci­pio indi­pen­denti, sono in mano a grandi capi­ta­li­sti, certo poco inte­res­sati a un’opinione pub­blica infor­mata e poten­zial­mente cri­tica. Resta che ancora dieci anni fa il coro non era una­nime. Si scon­tra­vano let­ture diverse, fon­date su diverse attri­bu­zioni di respon­sa­bi­lità. Allora cos’è suc­cesso poi, per­ché oggi ci ritro­viamo in que­sta situazione?

Azzardo sche­ma­ti­ca­mente una spie­ga­zione come prima ipo­tesi. Forse pro­prio la crisi ha cam­biato le cose, rive­lan­dosi, anche da que­sto punto di vista, un pro­cesso costi­tuente. Dal 2007 sono in corso in tutto l’Occidente tra­sfor­ma­zioni strut­tu­rali della dina­mica pro­dut­tiva che ven­gono modi­fi­cando, a cascata, la com­po­si­zione sociale e i rap­porti di classe, i sistemi poli­tici, gli assetti di potere in seno alle classi diri­genti, l’intero qua­dro delle rela­zioni inter­na­zio­nali.

Viene gene­ra­liz­zan­dosi – soprat­tutto nella peri­fe­ria – il modello della cre­scita senza occu­pa­zione, che tende a sem­pli­fi­care la strut­tura sociale nel senso della pola­riz­za­zione pre­co­niz­zata dal vec­chio Marx. I corpi inter­medi vedono fatal­mente ero­dersi i pro­pri resi­duali mar­gini di mano­vra. La sfera poli­tica subi­sce duri con­trac­colpi, come mostra, non sol­tanto in Ita­lia, il degra­darsi del bipo­la­ri­smo a puro masche­ra­mento di un grande cen­tro con­ser­va­tore che «riforma» instan­ca­bil­mente lo stato di cose al solo scopo di con­so­li­darlo. In una parola, le demo­cra­zie euro­pee si ven­gono alli­neando al modello ame­ri­cano, met­tendo fuori gioco, forse defi­ni­ti­va­mente, l’idea sov­ver­siva adom­brata dai nostri Costi­tuenti, quella di una demo­cra­zia par­te­ci­pata, fon­data sulla sovra­nità della classe lavo­ra­trice. Si tratta di una ten­den­ziale tor­sione oli­gar­chica delle dina­mi­che di con­trollo e di governo, nella quale sem­bra di poter cogliere la rispo­sta difen­siva e aggres­siva del capi­ta­li­smo alla crisi sto­rica della pro­pria espan­si­vità. In que­sto con­te­sto non sor­prende la meta­mor­fosi in atto nel sistema infor­ma­tivo: il suo modo di ope­rare e soprat­tutto la sua nuova sostan­ziale univocità.

Oggi non serve più infor­mare e orien­tare l’opinione pub­blica nel con­flitto sociale di massa, come avve­niva al tempo della prima Repub­blica, sullo sfondo di uno sce­na­rio poli­tico real­mente plu­ra­li­sta, e ancora, ben­ché sem­pre meno, sino a pochi anni addie­tro. Serve, al con­tra­rio, disin­for­mare per diso­rien­tare, in modo da oscu­rare il pro­cesso di costi­tu­zione del nuovo ame­ri­ca­ni­smo e da lasciare mano libera all’azione distrut­tiva dei governi e dei poteri sovra­na­zio­nali che det­tano loro l’agenda. Serve pri­vare il grosso della popo­la­zione degli stru­menti di deci­fra­zione dei pro­cessi in corso e, soprat­tutto, pre­ve­nire la for­ma­zione di pen­sieri cri­tici.

Per que­sto non deve mera­vi­gliare la sostan­ziale omo­ge­neità del sistema media­tico, intento a rap­pre­sen­tare la scena poli­tica sulla base di un qua­dro inter­pre­ta­tivo ampia­mente con­di­viso. Gli accenti diver­gono natu­ral­mente, ma ormai sol­tanto sui det­ta­gli. Men­tre sui fon­da­men­tali si impon­gono i tabù, le auto-evidenze, le nuove orto­dos­sie. Ovvia­mente tutto que­sto non avviene nel vuoto né nel silen­zio, ma, in appa­renza, den­tro un finto pieno. Si parla, si stra­parla, addi­rit­tura si annega nei talk-show. Lo spa­zio pub­blico è satu­rato da chiac­chiere fini a se stesse che dimo­strano bril­lan­te­mente che non c’è pro­prio null’altro di cui par­lare e, soprat­tutto, nient’altro da dire. Magari, di que­sto passo, la «gente» finirà con lo stan­carsi, qual­che testata chiu­derà, qual­che cen­ti­naio di gior­na­li­sti andrà a casa. Pazienza. Anzi, tanto meglio. O c’è qual­cuno che rim­piange i tempi in cui si cre­deva ancora nelle ideo­lo­gie, se non addi­rit­tura nell’esistenza di classi in con­flitto tra loro?
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