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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

sabato 7 giugno 2014

I paradossi di un anniversario

Non tutti i giornali né tutti gli intellettuali hanno subìto il morbo del revisionismo storico e hanno tradito la verità. Per fortuna è rimasto ancora qualcuno  che sa che la storia è maestra di vita e perciò la utilizza per comprendere e valutare il presente la ricorda a chi non l'ha vissuta. Il manifesto, 7 giugno 2014

La celebrazione del D-day. Si dimentica che la guerra a Hitler non fu vinta a Dunquerke, ma a Stalingrado, e si coglie l’ennesima occasione per appuntare sul petto degli yankeees la medaglia dei salvatori: tutti i servizi giornalistici esordiscono o si concludono con «Le truppe alleate cominciarono il 6 giugno 1944 la liberazione dell’Europa dal nazismo». Finiscono nell’oblio i 20-22 milioni di russi morti in guerra

E siamo di nuovo alla ricor­renza del “giorno più lungo”, il 6 giu­gno 1944. Fan­fare, cor­na­muse, ceri­mo­nie civili e reli­giose, finti sbar­chi sulle coste fran­cesi, finti lanci di para­ca­du­ti­sti, foto ricordo dei vete­rani, le trombe che suo­nano le note del silen­zio nei cimi­teri di guerra, rin­no­vata pro­du­zione di car­to­line ricordo, e tutto il resto. Con il “valore aggiunto” di un para­dos­sale incon­tro del G8 dive­nuto G7, per l’esclusione della Fede­ra­zione Russa. Il con­vi­tato di pie­tra Vla­di­mir Putin, si aggi­rava ospite sgra­dito, ma inevitabile.

Gli affari con la Rus­sia non pos­sono fer­marsi, anche se Obama lo pre­ten­de­rebbe. Del resto se ai festeg­gia­menti pren­dono parte ita­liani e ucraini, alleati ai nazi­sti, oltre ai tede­schi, non si capi­rebbe per­ché non dovreb­bero essere invi­tati i russi. Sic­ché accade che venga rice­vuto in pompa magna,un uomo sul libro paga dei ser­vizi sta­tu­ni­tensi, il miliar­da­rio ucraino cioc­co­la­taio Poro­shenko, vin­ci­tore di ele­zioni farsa, dopo la desti­tu­zione del pre­si­dente Yanu­ko­vic, men­tre Putin deve stare alla porta di ser­vi­zio: l’uomo che rap­pre­senta non solo una delle 8 eco­no­mie più impor­tanti del mondo, il più grande Stato in ter­mini di esten­sione ter­ri­to­riale, uno Stato che, a dispetto di quanti pre­ten­de­reb­bero di espun­gerlo dalla geo­gra­fia e dalla sto­ria d’Europa, è pie­na­mente parte del con­ti­nente, pur con la sua gigan­te­sca “appen­dice” euroasiatica.

In que­sta strana situa­zione, natu­ral­mente, si esalta il ruolo dell’Unione euro­pea come «fat­tore di pace»: e si dimen­tica che dopo l’aggressione alla Fede­ra­zione Jugo­slava del 1999 — la «guerra social­de­mo­cra­tica» di Clin­ton, Blair e D’Alema — la guerra è di nuovo nel cuore del con­ti­nente: l’Unione euro­pea ha tol­le­rato e sup­por­tato l’azione dell’Amministrazione sta­tu­ni­tense volta a rea­liz­zare in Ucraina un colpo di Stato, assi­stendo inerte, da set­ti­mane, ai mas­sa­cri com­piuti dal governo gol­pi­sta di Kiev con l’ausilio di truppe mer­ce­na­rie. Come in Siria. Come in molte «rivo­lu­zioni» aran­cioni o medi­ter­ra­nee. Nella guerra dei Bal­cani si usò il para­digma della «guerra giu­sta», con un inces­sante, fuor­viante e stuc­che­vole rife­ri­mento al Secondo con­flitto mon­diale, e dun­que i per­fidi serbi diven­nero i nazi­sti e i poveri koso­vari gli ebrei vit­time di un «geno­ci­dio»: che poi non fosse dimo­strato poco impor­tava. A Milo­se­vic furono fatti cal­zare gli sti­vali di Hitler, ed egli fu addi­tato come il nuovo mostro da far fuori senza tanti com­pli­menti; il che avvenne, e nel modo più tra­gico e infame, dopo che i cac­cia­bom­bar­dieri «alleati» ave­vano spia­nato la Ser­bia. L’importante era col­pire l’immaginazione dell’opinione pub­blica, toc­care le corde della pietà, e natu­ral­mente sven­to­lare la ban­diera della demo­cra­zia: che veniva difesa, nel ’99 come nel ‘39.

La stessa ban­diera, in que­ste ultime ore, è agi­tata da Obama e Came­ron, in rife­ri­mento all’Ucraina: le cele­bra­zioni dello sbarco in Nor­man­dia diven­tano fun­zio­nali all’attacco per ora media­tico e solo par­zial­mente com­mer­ciale, alla Rus­sia. Ma nelle parole sem­pre più roboanti di un Obama rive­la­tosi in pol­tica estera degno del suo pre­de­ces­sore Bush jr., non si esclude il ricorso alle «misure militari».

Insomma, si cele­bra la fine di una guerra, minac­ciando una nuova guerra; e si gioca su un dop­pio piano: la memo­ria corta e l’uso poli­tico della sto­ria. Le ele­zioni euro­pee sono già alle nostre spalle, nel disin­te­resse gene­rale. E sem­pre di più, davanti a certi discorsi e alle pra­ti­che poste in essere, dob­biamo chie­derci dove sia finita quella «Europa dei popoli», pero­rata da Spi­nelli (Altiero!), Erne­sto Rossi, Euge­nio Colorni, nel loro sogno di fede­ra­li­smo demo­cra­tico e socialista.

Men­tre si dimen­tica che la guerra ad Hitler non fu vinta a Dun­querke, ma a Sta­lin­grado, e si coglie l’ennesima occa­sione per appun­tare sul petto vigo­roso degli yan­keees la meda­glia dei sal­va­tori: tutti i ser­vizi gior­na­li­stici esor­di­scono o si con­clu­dono con «Le truppe alleate comin­cia­rono il 6 giu­gno 1944 la libe­ra­zione dell’Europa dal nazi­smo». Fini­scono tran­quil­la­mente nell’oblio i 20–22 milioni di russi morti in guerra.

Memo­ria corta, ma, appunto, disin­volto uso poli­tico della sto­ria: solo ieri Obama ha dichia­rato, dopo un grot­te­sco para­gone fra la «gene­ra­zione del 6 giu­gno» con quella «dell’11 set­tem­bre», che allora come oggi gli Stati Uniti sono «il baluardo mon­diale della libertà». E, da ultimo, Lech Walesa, a Roma a pre­sen­tare il film senile di Waida sull’«eroe» di Soli­dar­nosc, dà la sua bene­di­zione a Obama: «È dav­vero un grande». Se lo dice lui.
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