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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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sabato 28 giugno 2014

Le Grandi Opere e quell’utile teoria delle solite mele marce

«È partita l’operazione: “salvate le grandi opere”. Mettete pure in galera i corrotti, ma non mettete in discussione i cantieri». Il manifesto, 28 giugno 2014


Per bonificare il terreno dalla mala pianta della corruzione basterebbe un semplice articolo di legge che dicesse: “E’ fatto divieto a qualunque impresa che ha rapporti con la pubblica amministrazione (concessioni, appalti, ecc.) di elargire denaro a chiunque e a qualsiasi titolo (contributi, sponsorizzazioni, ecc.)”. Mi verrebbe voglia di proporre a Confindustria e Governo una campagna del tipo pubblicità progresso: “Liberiamo le imprese dal pizzo ai politici”. Ma so che non la accetterebbero mai perché il fenomeno della nuova corruzione – contrariamente a quanto si affannano a dire i commentatori di regime - ha poco a che fare con la teoria antropologica delle “mele marce”.

La “Corruzione 2.0” è consustanziale al sistema di finanziarizzazione delle opere pubbliche. Qui non si tratta di fare i conti con il lato oscuro, egoista e un po’ cleptomane dell’animo umano, ma con un sistema politico-economico (volgarmente chiamato affari&politica) strutturalmente radicato che prescinde dai singoli addebiti di rilevanza penale in cui sono incappati alcuni noti personaggi. È in atto un miserabile tentativo di separare il destino delle “grandi opere” da quello giudiziario delle aziende che le hanno progettate e costruite; da quello degli apparati tecnici pubblici preposti alla approvazione, controllo e collaudo; da quello dei decisori politici corrotti. 

È partita l’operazione: “salvate le grandi opere”. Mettete pure in galera i corrotti, ma non mettete in discussione i cantieri. Sono sicuro che tra un po’ di tempo i vari capitani delle cordate delle grandi imprese che stanno costruendo il Mose, l’Expo, il Tav, decine di nuove autostrade, grandi poli ospedalieri, rigasificatori, carceri e via dicendo saranno trattati come vittime, costretti a corrompere per realizzare opere di interesse economico generale. La strada del fare, spendere, costruire deve essere spianata. Alcuni tra gli stessi inquisitori si sono preoccupati di indicare ai legislatori il modo per non incorrere più in “incidenti” giudiziari. Il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio ha dichiarato: “Gli unici strumenti contro la corruzione sono la semplificazione delle procedure e l’individuazione delle competenze. Se un cittadino deve bussare cento porte è inevitabile che qualcuna resti chiusa finché qualcuno non viene a suggerirti di oliarla”. 

Oltre al danno la beffa! Come se il Mose o altre infrastrutture del genere avessero potuto superare l’esame di una seria valutazione tecnica (strutturale oltre che ambientale) se prima non fossero state avuotate le competenze degli apparati tecnico scientifici dello stato (Cnr e università compresi) e senza azzerare le capacità di giudizio autonomo dei decisori politici. Che ciò avvenga con la corruzione diretta o con il finanziamento delle campagne elettorali, dei giornali di partito, delle società sportive o delle parrocchie… poco importa. L’attenzione mediatica sullo scandalo delle tangenti mette in secondo piano la mostruosità ancora più grande della realizzazione di opere inutili e dannose, che servono solo a chi le fa e che sottraggono risorse pubbliche ad altri interventi più necessari. Ricordiamoli ancora: trasporti pubblici locali, strutture sanitarie di prossimità, assetto idrogeologico, recupero e riuso del patrimonio edilizio esistente, beni culturali, servizio idrico integrato. 

Per questi motivi la priorità ora è fermare le opere sospettate di irregolarità, revocare le autorizzazioni, annullare i contratti, le concessioni e gli affidamenti dei lavori per poterne verificare la affidabilità tecnica oltre che economica. In nome di un elementare principio di precauzione. Ma non basta ancora. È necessario impedire che questo modo di fare, spendere, costruire proceda come e più di prima. Bisognerebbe abrogare la “legge obiettivo” Lunardi-Berlusconi (2001) e vietare i Project Financing. Lo “Sblocca Italia” annunciato da Renzi, in questo quadro normativo colabrodo e in questo quadro politico corrotto, si presenta come la più irragionevole e arrogante sfida al buon governo.


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