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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 22 maggio 2014

Viaggio con la folla dentro il cuore

«Que­sta splen­dida e quasi clan­de­stina cam­pa­gna elet­to­rale è stata una grande scuola, prima di tutto per me. Girando per le città, ho incon­trato una vita par­te­ci­pa­tiva sot­ter­ra­nea, non rap­pre­sen­tata dai media eppure capace di costi­tuire un reti­colo di scambi, spe­ranze, lotte, inven­zioni, pra­ti­che di soli­da­rietà». Il manifesto, 23 maggio 2014 (m.p.r.)

Finora ho fatto poli­tica con i miei libri, occu­pan­domi di Shoah, raz­zi­smo, resi­stenza ai regimi. Nel mio primo incon­tro elet­to­rale, mi sono tro­vata a par­lare della tas­so­no­mia di Lin­neo e della costru­zione che è all’origine di quella “gerar­chia del disprezzo” che costi­tui­sce una radice pro­fonda della nostra cul­tura. Mi sono inter­rotta per scu­sarmi: di certo non era il lin­guag­gio della poli­tica che ci è con­sueto, ma mi è stato chie­sto di con­ti­nuare. È ini­ziata una mera­vi­gliosa discus­sione, forse eccen­trica in una cam­pa­gna elet­to­rale; tutti ne era­vamo un po’ stu­piti, ma abbiamo par­lato delle cate­go­rie che sepa­rano l’umano dall’animale, della nascita dello schia­vi­smo, dell’attribuzione alla natura della dico­to­mia tra uomo e donna. Per­ché le per­sone (noi) abbiamo desi­de­rio di scam­biarci e riflet­tere, cono­scere, stu­diare, anche fuori dai luo­ghi nor­mati, isti­tu­zio­na­liz­zati, nella con­sa­pe­vo­lezza del deserto che ci cir­conda. Mario Lodi, appena uscito di pri­gione, il 25 aprile 1945, decise che era neces­sa­rio comin­ciare a rico­struire una cul­tura distrutta dal ven­ten­nio fasci­sta; lo fece pro­prio par­tendo dal desi­de­rio di scam­bio, di rac­conto di sé, di cono­scenza cri­tica impe­dita dal regime. Il suo inse­gna­mento pas­sava essen­zial­mente per il rac­conto degli uni agli altri, e dalla cono­scenza, non socio­lo­gica ma umana, della realtà circostante.

Que­sta splen­dida e quasi clan­de­stina cam­pa­gna elet­to­rale è stata — per la parte che ne ho potuto vedere — una grande scuola, prima di tutto per me. Girando per le città, ho incon­trato una vita par­te­ci­pa­tiva sot­ter­ra­nea, non rap­pre­sen­tata dai media eppure capace di costi­tuire un reti­colo di scambi, spe­ranze, lotte, inven­zioni, pra­ti­che di soli­da­rietà. Dai pro­getti di micro­cre­dito alle coo­pe­ra­tive per l’inserimento lavo­ra­tivo dei car­ce­rati; dalle espe­rienze di social street ai Gruppi di Acqui­sto Soli­dale; dalle coo­pe­ra­tive di donne immi­grate ai col­let­tivi di stu­dio sull’energia alter­na­tiva e la lotta al nucleare. Pro­getti, intel­li­genze, com­pe­tenze che modi­fi­cano le realtà del ter­ri­to­rio.

Ma que­sta cam­pa­gna elet­to­rale si è svolta in gran parte anche sul web, in un con­ti­nuo scam­bio di infor­ma­zioni e con­tatti. Giorno dopo giorno, i can­di­dati si sono visti inol­trare decine di richie­ste di ade­sione a piat­ta­forme, impe­gni, punti pro­gram­ma­tici sui quali ver­ranno giu­di­cati e scelti. Dall’Agenda per i diritti umani in Europa, a soste­gno di poli­ti­che di tutela dei migranti, dei rom e dei dete­nuti — pro­mossa da Luna­ria, Asso­cia­zione 21 luglio e Anti­gone — alla cam­pa­gna di Ilga per i diritti di gay e lesbi­che; dal pro­gramma per i Diritti Digi­tali per l’autodeterminazione dell’informazione e la tutela della pri­vacy, a quello per i diritti dei migranti pro­po­sto dalla Rete Primo Marzo; dalla cam­pa­gna di Libera con­tro le mafie, Mise­ria ladra, che mette al cen­tro la lotta alla povertà, a NewDeal4Europe, ini­zia­tiva euro­pea di cit­ta­di­nanza per un piano straor­di­na­rio di svi­luppo soste­ni­bile e per l’occupazione; dai punti pro­gram­ma­tici delle asso­cia­zioni ani­ma­li­ste a Riparte il futuro, la cam­pa­gna tra­sver­sale e apar­ti­tica con­tro cor­ru­zione e cri­mi­na­lità organizzata.

Una sorta di “mente estesa” for­mata dalle nume­ro­sis­sime asso­cia­zioni che da anni si occu­pano di temi fon­da­men­tali per l’agenda poli­tica euro­pea, fuori dalle appar­te­nenze par­ti­ti­che. Una forza pro­gram­ma­tica e pro­get­tuale, un reti­colo di com­pe­tenze ed espe­rienze alle quali chiun­que verrà eletto al Par­la­mento euro­peo potrà appog­giarsi, e al tempo stesso dovrà ren­der conto.

Così ho deciso che la mia cam­pa­gna non sarebbe stata costi­tuita solo da comizi, ban­chetti, volan­ti­naggi, inter­venti e ini­zia­tive elet­to­rali nella cir­co­scri­zione, ma che avrei orga­niz­zato tre con­ve­gni per riflet­tere su argo­menti per me cen­trali, chie­dendo a per­sone con le quali ho spesso con­di­viso per­corsi di stu­dio e di lavoro di darmi una mano. È nato così un con­ve­gno su «Lavoro, pre­ca­rietà e nuovo schia­vi­smo», che ha avuto tra i rela­tori Gianni Rinal­dini, Mario Ago­sti­nelli e Guido Viale. Un con­ve­gno su «Raz­zi­smo e xeno­fo­bia», al quale hanno preso parte, tra gli altri, il gene­ti­sta Guido Bar­bu­jani, la scrit­trice Igiaba Scego, lo sto­rico del por­ra­j­mos Luca Bravi, il por­ta­voce della comu­nità sene­ga­lese di Firenze Pape Diaw. E infine un con­ve­gno sulla comu­nità del vivente come fon­da­mento della poli­tica, al quale hanno preso parte, oltre ai respon­sa­bili di alcune tra le più impor­tanti asso­cia­zioni ani­ma­li­ste e anti­spe­ci­ste, il filo­sofo Leo­nardo Caffo e lo scrit­tore Mil­ton Fer­nan­dez, che ha spie­gato, ad esem­pio, come il pre­si­dente ex tupa­maro dell’Uruguay, Pepe Mujica, abbia appena pro­mosso una legge per la tutela dei diritti ani­mali, com­preso quello alla dignità. Tutte que­ste voci, intel­li­genze, pro­get­tua­lità — che andranno a for­mare un archi­vio media­tico che resterà oltre il 25 mag­gio, per rian­no­dare i fili degli argo­menti che l’orizzonte euro­peo ci ha spinto a con­si­de­rare nella loro ampiezza poli­tica — sono una «folla den­tro il cuore» che, come nei versi di Emily Dic­kin­son, «nes­suna poli­zia potrà disperdere».

Natu­ral­mente non tutto è stato radioso in que­sta dif­fi­cile costru­zione di un sog­getto uni­ta­rio: ine­vi­ta­bil­mente sono entrate in gioco logi­che di appar­te­nenza, ripe­ti­zioni del già visto, ren­dite di potere, mal­ce­late ambi­zioni per­so­nali — una poli­tica che asso­mi­glia ai car­rar­ma­tini del Risiko, nel suo inse­diarsi su pic­co­lis­simi ter­ri­tori vedendo il vicino come un nemico o un peri­colo. Forse il viag­gio vero è stato l’aver avuto l’opportunità di par­te­ci­pare fin dalla nascita a un pro­getto che vuole uscire dalle sec­che di ragio­na­menti che hanno por­tato a troppi anni di scon­fitte, divi­sioni, inca­pa­cità del fram­men­tato mondo post-sessantottesco di smet­tere di cre­dersi il cen­tro del mondo; «di andare oltre il bri­co­lage orga­niz­za­tivo e il bal­bet­tio ideo­lo­gico», come scrive Marco Revelli in Oltre il Nove­cento, «alla ricerca delle parole, o delle for­mule, con cui nomi­nare la pro­pria rivo­lu­zione introvabile».

Per la prima volta dopo tanti anni è nato un pro­getto che può essere vin­cente, anche oltre l’appuntamento delle ele­zioni euro­pee, a patto che sap­pia supe­rare le logi­che dell’appartenenza e aprirsi alle plu­ra­lità che ha messo in campo.
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