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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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giovedì 22 maggio 2014

Viaggio con la folla dentro il cuore

«Que­sta splen­dida e quasi clan­de­stina cam­pa­gna elet­to­rale è stata una grande scuola, prima di tutto per me. Girando per le città, ho incon­trato una vita par­te­ci­pa­tiva sot­ter­ra­nea, non rap­pre­sen­tata dai media eppure capace di costi­tuire un reti­colo di scambi, spe­ranze, lotte, inven­zioni, pra­ti­che di soli­da­rietà». Il manifesto, 23 maggio 2014 (m.p.r.)

Finora ho fatto poli­tica con i miei libri, occu­pan­domi di Shoah, raz­zi­smo, resi­stenza ai regimi. Nel mio primo incon­tro elet­to­rale, mi sono tro­vata a par­lare della tas­so­no­mia di Lin­neo e della costru­zione che è all’origine di quella “gerar­chia del disprezzo” che costi­tui­sce una radice pro­fonda della nostra cul­tura. Mi sono inter­rotta per scu­sarmi: di certo non era il lin­guag­gio della poli­tica che ci è con­sueto, ma mi è stato chie­sto di con­ti­nuare. È ini­ziata una mera­vi­gliosa discus­sione, forse eccen­trica in una cam­pa­gna elet­to­rale; tutti ne era­vamo un po’ stu­piti, ma abbiamo par­lato delle cate­go­rie che sepa­rano l’umano dall’animale, della nascita dello schia­vi­smo, dell’attribuzione alla natura della dico­to­mia tra uomo e donna. Per­ché le per­sone (noi) abbiamo desi­de­rio di scam­biarci e riflet­tere, cono­scere, stu­diare, anche fuori dai luo­ghi nor­mati, isti­tu­zio­na­liz­zati, nella con­sa­pe­vo­lezza del deserto che ci cir­conda. Mario Lodi, appena uscito di pri­gione, il 25 aprile 1945, decise che era neces­sa­rio comin­ciare a rico­struire una cul­tura distrutta dal ven­ten­nio fasci­sta; lo fece pro­prio par­tendo dal desi­de­rio di scam­bio, di rac­conto di sé, di cono­scenza cri­tica impe­dita dal regime. Il suo inse­gna­mento pas­sava essen­zial­mente per il rac­conto degli uni agli altri, e dalla cono­scenza, non socio­lo­gica ma umana, della realtà circostante.

Que­sta splen­dida e quasi clan­de­stina cam­pa­gna elet­to­rale è stata — per la parte che ne ho potuto vedere — una grande scuola, prima di tutto per me. Girando per le città, ho incon­trato una vita par­te­ci­pa­tiva sot­ter­ra­nea, non rap­pre­sen­tata dai media eppure capace di costi­tuire un reti­colo di scambi, spe­ranze, lotte, inven­zioni, pra­ti­che di soli­da­rietà. Dai pro­getti di micro­cre­dito alle coo­pe­ra­tive per l’inserimento lavo­ra­tivo dei car­ce­rati; dalle espe­rienze di social street ai Gruppi di Acqui­sto Soli­dale; dalle coo­pe­ra­tive di donne immi­grate ai col­let­tivi di stu­dio sull’energia alter­na­tiva e la lotta al nucleare. Pro­getti, intel­li­genze, com­pe­tenze che modi­fi­cano le realtà del ter­ri­to­rio.

Ma que­sta cam­pa­gna elet­to­rale si è svolta in gran parte anche sul web, in un con­ti­nuo scam­bio di infor­ma­zioni e con­tatti. Giorno dopo giorno, i can­di­dati si sono visti inol­trare decine di richie­ste di ade­sione a piat­ta­forme, impe­gni, punti pro­gram­ma­tici sui quali ver­ranno giu­di­cati e scelti. Dall’Agenda per i diritti umani in Europa, a soste­gno di poli­ti­che di tutela dei migranti, dei rom e dei dete­nuti — pro­mossa da Luna­ria, Asso­cia­zione 21 luglio e Anti­gone — alla cam­pa­gna di Ilga per i diritti di gay e lesbi­che; dal pro­gramma per i Diritti Digi­tali per l’autodeterminazione dell’informazione e la tutela della pri­vacy, a quello per i diritti dei migranti pro­po­sto dalla Rete Primo Marzo; dalla cam­pa­gna di Libera con­tro le mafie, Mise­ria ladra, che mette al cen­tro la lotta alla povertà, a NewDeal4Europe, ini­zia­tiva euro­pea di cit­ta­di­nanza per un piano straor­di­na­rio di svi­luppo soste­ni­bile e per l’occupazione; dai punti pro­gram­ma­tici delle asso­cia­zioni ani­ma­li­ste a Riparte il futuro, la cam­pa­gna tra­sver­sale e apar­ti­tica con­tro cor­ru­zione e cri­mi­na­lità organizzata.

Una sorta di “mente estesa” for­mata dalle nume­ro­sis­sime asso­cia­zioni che da anni si occu­pano di temi fon­da­men­tali per l’agenda poli­tica euro­pea, fuori dalle appar­te­nenze par­ti­ti­che. Una forza pro­gram­ma­tica e pro­get­tuale, un reti­colo di com­pe­tenze ed espe­rienze alle quali chiun­que verrà eletto al Par­la­mento euro­peo potrà appog­giarsi, e al tempo stesso dovrà ren­der conto.

Così ho deciso che la mia cam­pa­gna non sarebbe stata costi­tuita solo da comizi, ban­chetti, volan­ti­naggi, inter­venti e ini­zia­tive elet­to­rali nella cir­co­scri­zione, ma che avrei orga­niz­zato tre con­ve­gni per riflet­tere su argo­menti per me cen­trali, chie­dendo a per­sone con le quali ho spesso con­di­viso per­corsi di stu­dio e di lavoro di darmi una mano. È nato così un con­ve­gno su «Lavoro, pre­ca­rietà e nuovo schia­vi­smo», che ha avuto tra i rela­tori Gianni Rinal­dini, Mario Ago­sti­nelli e Guido Viale. Un con­ve­gno su «Raz­zi­smo e xeno­fo­bia», al quale hanno preso parte, tra gli altri, il gene­ti­sta Guido Bar­bu­jani, la scrit­trice Igiaba Scego, lo sto­rico del por­ra­j­mos Luca Bravi, il por­ta­voce della comu­nità sene­ga­lese di Firenze Pape Diaw. E infine un con­ve­gno sulla comu­nità del vivente come fon­da­mento della poli­tica, al quale hanno preso parte, oltre ai respon­sa­bili di alcune tra le più impor­tanti asso­cia­zioni ani­ma­li­ste e anti­spe­ci­ste, il filo­sofo Leo­nardo Caffo e lo scrit­tore Mil­ton Fer­nan­dez, che ha spie­gato, ad esem­pio, come il pre­si­dente ex tupa­maro dell’Uruguay, Pepe Mujica, abbia appena pro­mosso una legge per la tutela dei diritti ani­mali, com­preso quello alla dignità. Tutte que­ste voci, intel­li­genze, pro­get­tua­lità — che andranno a for­mare un archi­vio media­tico che resterà oltre il 25 mag­gio, per rian­no­dare i fili degli argo­menti che l’orizzonte euro­peo ci ha spinto a con­si­de­rare nella loro ampiezza poli­tica — sono una «folla den­tro il cuore» che, come nei versi di Emily Dic­kin­son, «nes­suna poli­zia potrà disperdere».

Natu­ral­mente non tutto è stato radioso in que­sta dif­fi­cile costru­zione di un sog­getto uni­ta­rio: ine­vi­ta­bil­mente sono entrate in gioco logi­che di appar­te­nenza, ripe­ti­zioni del già visto, ren­dite di potere, mal­ce­late ambi­zioni per­so­nali — una poli­tica che asso­mi­glia ai car­rar­ma­tini del Risiko, nel suo inse­diarsi su pic­co­lis­simi ter­ri­tori vedendo il vicino come un nemico o un peri­colo. Forse il viag­gio vero è stato l’aver avuto l’opportunità di par­te­ci­pare fin dalla nascita a un pro­getto che vuole uscire dalle sec­che di ragio­na­menti che hanno por­tato a troppi anni di scon­fitte, divi­sioni, inca­pa­cità del fram­men­tato mondo post-sessantottesco di smet­tere di cre­dersi il cen­tro del mondo; «di andare oltre il bri­co­lage orga­niz­za­tivo e il bal­bet­tio ideo­lo­gico», come scrive Marco Revelli in Oltre il Nove­cento, «alla ricerca delle parole, o delle for­mule, con cui nomi­nare la pro­pria rivo­lu­zione introvabile».

Per la prima volta dopo tanti anni è nato un pro­getto che può essere vin­cente, anche oltre l’appuntamento delle ele­zioni euro­pee, a patto che sap­pia supe­rare le logi­che dell’appartenenza e aprirsi alle plu­ra­lità che ha messo in campo.
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