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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 15 maggio 2014

Taranto, la bella avvelenata

Tutti piangono la città, la società e l'ambiente feriti a morte, insieme a lavoro e operai. Quarant'anni fa si prevedevano le conseguenze, nessuno ascoltava, Cederna considerato una Cassandra: ma le visioni della sacerdotessa di Apollo erano sempre giuste. Il manifesto, 15 maggio 2014


«Sof­fo­cata a occi­dente dall’enorme zona indu­striale (cen­tro side­rur­gico Ital­si­der) e a oriente da una sgan­ghe­rata espan­sione edi­li­zia, Taranto offre oggi al visi­ta­tore uno spet­ta­colo rac­ca­pric­ciante, esem­pio da manuale di che cosa può pro­durre il sonno della ragione, cioè il siste­ma­tico disprezzo per le norme ele­men­tari del vivere asso­ciato nel nostro tempo». Non è un’inchiesta dei giorni nostri, è un arti­colo pro­fe­tico di Anto­nio Cederna sul Cor­riere della Sera del 18 aprile del 1972, qua­ran­ta­due anni fa. In un pezzo di qual­che giorno prima aveva scritto: «Era logico pen­sare che un’impresa così gigan­te­sca che coin­volge tutto il ter­ri­to­rio dovesse essere inqua­drata in un prov­ve­di­mento urba­ni­stico ed eco­no­mico stret­ta­mente coor­di­nato e inte­grato con ogni altra atti­vità (agri­col­tura, media e pic­cola indu­stria, difesa delle risorse ambien­tali, edi­li­zia eco­no­mica e popo­lare, ecce­tera) prov­ve­dendo nello stesso tempo ad affron­tare i pro­blemi creati dal pro­prio peso schiac­ciante (dalla pro­gres­siva ana­lisi del traf­fico all’inquinamento dell’aria e dell’acqua). 
Niente di tutto que­sto: è tri­ste dover rico­no­scere che l’industria a par­te­ci­pa­zione sta­tale, che bene­fi­cia di enormi con­tri­buti e age­vo­la­zioni da parte dello Stato pre­tende di far a meno di piani che appena esor­bi­tino dal suo limi­tato set­tore e, gio­van­dosi della debo­lezza dei respon­sa­bili a tutti i livelli, impone le pro­prie scelte par­ti­co­lari alla comu­nità». Cederna si rife­ri­sce al rad­dop­pio (da mille a due­mila ettari) del cen­tro side­rur­gico allora avviato, con lavori ciclo­pici che alte­ra­vano la geo­gra­fia dei luo­ghi, in con­tra­sto con gli stru­menti urbanistici.
Eppure, in que­gli stessi anni, il Comune di Taranto era attra­ver­sato da sor­pren­denti spinte inno­va­tive, quasi con­tem­po­ra­nea­mente a Bolo­gna, e comin­ciava a pro­get­tare il recu­pero del cen­tro sto­rico, cioè di Città Vec­chia, l’isola, anima e sim­bolo di Taranto, che separa il Mar Pic­colo dal Mar Grande, dove si erano inse­diati i primi coloni greci. Fu una vicenda straor­di­na­ria legata al nome dell’architetto Franco Blan­dino, che ha dedi­cato la vita allo stu­dio, alla con­ser­va­zione e alla rina­scita della sua città (espe­rienza che Enrico Gri­foni e altri gio­vani urba­ni­sti stanno cer­cando di rilan­ciare). Nel 1974 il Con­si­glio d’Europa rico­nobbe a Bolo­gna e a Taranto il pri­mato in mate­ria di recu­pero del patri­mo­nio abi­ta­tivo sto­rico. E gra­zie alle leggi di riforma degli anni Set­tanta e a ces­sioni volon­ta­rie il comune acquisì circa tre­cento alloggi degra­dati desti­nan­doli a edi­li­zia popo­lare. La mag­gior parte delle poche fami­glie che oggi abi­tano nella Città Vec­chia sono inqui­lini di que­gli alloggi. Il recu­pero andò avanti abba­stanza coe­ren­te­mente fino all’inizio degli anni Ottanta, soste­nuto in par­ti­co­lare dal sin­daco comu­ni­sta Giu­seppe Can­nata, in carica dal 1976 al 1983.

Poi, a mano a mano, è cam­biato tutto e il recu­pero è finito su un bina­rio morto. Nel 1993 fu eletto sin­daco Gian­carlo Cito, una spe­cie di Ber­lu­sconi in for­mato ridotto. Anche lui, all’inizio degli anni Novanta, usando spre­giu­di­ca­ta­mente una sua tele­vi­sione locale, rac­colse cre­scenti con­sensi e nel 1993 fu eletto sin­daco con un suo par­tito, AT6 — Lega d’Azione Meri­dio­nale. Assunse ini­zia­tive spet­ta­co­lari, ma durò poco. Nel 1995 fu rin­viato a giu­di­zio per con­corso esterno in asso­cia­zione mafiosa. Depu­tato nel 1996, è stato poi defi­ni­ti­va­mente con­dan­nato e incar­ce­rato. Da ricor­dare anche Ros­sana Di Bello, la prima donna sin­daco di Taranto dal 2000 a 2006, espo­nente di Forza Ita­lia, che pro­vocò un pau­roso dis­se­sto nelle finanze comunali.

Intanto Taranto diventa sem­pre più «la pic­cola appen­dice di un gigan­te­sco mon­nez­zaio» (Adriano Sofri). Accanto al più grande cen­tro side­rur­gico d’Europa con­vi­vono un porto indu­striale, una raf­fi­ne­ria, un cemen­ti­fi­cio, due ter­mo­va­lo­riz­za­tori, cen­ti­naia di altre atti­vità cre­sciute ver­ti­gi­no­sa­mente: un immane com­plesso indu­striale è sca­gliato addosso a una città dalle strut­ture fra­gi­lis­sime. Dall’inizio dell’industrializzazione, la super­fi­cie urba­niz­zata si è almeno decu­pli­cata, da circa 500 a oltre 5.000 ettari, più della metà per atti­vità produttive.

Una città e un pae­sag­gio fino a cinquant’anni fa di emo­zio­nante bel­lezza, sono oggi irri­co­no­sci­bili. L’isola versa in con­di­zioni orri­bili, è in rovina, in gran parte disa­bi­tata e murata per impe­dire l’accesso nelle aree a rischio di crolli. I muri espo­sti ai venti che ven­gono dalla fab­brica sono mar­cati dai segni ros­sa­stri delle pol­veri dei par­chi mine­rari cri­mi­no­sa­mente col­lo­cati a ridosso del cimi­tero, del cen­tro sto­rico e del quar­tiere Tam­buri. Ai bam­bini del quar­tiere è proi­bito gio­care negli spazi verdi (si fa per dire) con­ta­mi­nati da beril­lio, anti­mo­nio, piombo, zinco, cobalto nichel e altri veleni. La rovina col­pi­sce anche la cam­pa­gna in gran parte tra­sfor­mata in una scon­fi­nata e deso­lata distesa di ster­pa­glie bru­ciate dal sole e dagli incendi. Viene proi­bito l’allevamento del bestiame e sono sop­pressi gli ani­mali con­ta­mi­nati. Sono state smal­tite in disca­rica mon­ta­gne di cozze col­ti­vate nel Mar Piccolo.

Ma la poli­tica locale e nazio­nale e i sin­da­cati stanno dalla parte dell’industria, in difesa pur­ches­sia del lavoro, poco attenti alle con­se­guenze mici­diali di una dis­sen­nata indu­stria­liz­za­zione. I primi con­trolli ambien­tali a norma di legge comin­ciano nel 2006 con la pre­si­denza di Nichi Ven­dola alla Regione Puglia. All’assenza di poli­ti­che pub­bli­che la città risponde con la ricerca pri­vata di migliori con­di­zioni ambien­tali. I taran­tini vol­tano le spalle alla fab­brica e fug­gono verso est, da capo San Vito a Marina di Pul­sano e oltre, in quella «sgan­ghe­rata peri­fe­ria» che dalla denun­cia di Cederna del 1972 ha con­ti­nuato a essere coman­data dal cemento e dall’asfalto. In trent’anni, i resi­denti in città sono dimi­nuiti di circa 30 mila, una spe­cie di si salvi chi può.

La scena cam­bia repen­ti­na­mente nel luglio del 2012, quando la giu­dice per le inda­gini pre­li­mi­nari Patri­zia Todi­sco impone all’Ilva della fami­glia Riva di sospen­dere la pro­du­zione fino a quando non fos­sero eli­mi­nate le emis­sioni nocive. L’Italia del Palazzo rimane spiaz­zata e cerca impos­si­bili com­pro­messi. Il mini­stro dell’Ambiente Cor­rado Clini arriva a negare la sto­ria soste­nendo che è stata la città a cir­con­dare la fab­brica. Il con­tra­sto fra la magi­stra­tura da una parte e il governo e l’Ilva dall’altra diventa imba­raz­zante e set­tori sem­pre più vasti dell’opinione pub­blica si schie­rano a soste­gno della magistratura.

Si sus­se­guono le inchie­ste, i ser­vizi gior­na­li­stici, le inter­vi­ste, i son­daggi, che affron­tano soprat­tutto il rap­porto fabbrica-salute dando conto dei gra­vis­simi danni inflitti ai lavo­ra­tori e a tutti i taran­tini dall’apocalittico inqui­na­mento. Ma non man­cano le dispe­rate dichia­ra­zioni di chi pre­fe­ri­sce la morte alla disoccupazione.

La vasta discus­sione sull’inquinamento tra­scura però quasi del tutto le vistose respon­sa­bi­lità del Comune e degli altri pub­blici poteri in mate­ria di poli­ti­che ter­ri­to­riali. Men­tre avanza il degrado, le scelte più impor­tanti fra Comune e Regione hanno riguar­dato il discu­ti­bile impianto — in loca­lità Cimino, in pros­si­mità del cen­tro com­mer­ciale Auchan e della lot­tiz­za­zione Sir­com, sem­pre nella sgan­ghe­rata peri­fe­ria orien­tale — del nuovo polo ospe­da­liero S. Cataldo, che sosti­tui­sce l’antico ospe­dale della SS. Annun­ziata e quello più recente di Statte.

Invece, a Taranto, pro­prio per com­pen­sare la pre­po­tenza di una spie­tata indu­stria­liz­za­zione sarebbe stato impor­tante — è impor­tante — un impe­gno ecce­zio­nale di Comune e Regione per non arren­dersi alla spi­rale per­versa della degra­da­zione e dell’abbandono. Ma forse non tutto è per­duto se in un recente docu­mento di Anna Migliac­cio desti­nato alla Regione si legge quanto segue. «Per ricon­ci­liare ambiente e società biso­gna appron­tare la cura per i danni accer­tati e, con­tem­po­ra­nea­mente, costruire una nuova via allo svi­luppo locale, ripar­tendo dai valori patri­mo­niali resi­stenti. Taranto è una città ancora ricca di risorse e, mal­grado le offese, capace ancora di con­vin­cente bel­lezza. (…). Dallo splen­dore resi­stente di que­sta anti­chis­sima città del Medi­ter­ra­neo si può e si deve ripar­tire per ritro­vare il ban­dolo del futuro»
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