responsive_m

23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

martedì 20 maggio 2014

Per un'Europa sociale

Le proposte delle associazioni e delle organizzazioni del volontariato. Campagna promossaa dal Gruppo Abele e da Libera Associazioni nomi e numeri contro le mafie


Dalla fine degli anni ’70 ad oggi la distanza tra ricchi e poveri è tornata a crescere in maniera grave, invertendo il trend di inizio ‘900 quando in Europa la quota della ricchezza nazionale posseduta dall’uno per cento più ricco era diminuita a favore dei ceti popolari.

La ridistribuzione della ricchezza è ferma da oltre 30 anni ed oggi la crisi, iniziata proprio a causa dell’aumento delle diseguaglianze, ha raggiunto nel nostro continente livelli senza precedenti. Secondo Eurostat nel 2012 circa 124,5 milioni di persone, il 24,8% dei 28 Paesi della UE, sono state minacciate dalla povertà e dall’esclusione sociale, definizione che comprende sia la povertà relativa che quella assoluta. Nel 2008 la cifra era del 17%. Di questo passo nei prossimi 10 anni avremo 15/25 milioni di esseri umani in più che nel nostro continente saranno costretti a vivere nell’indigenza. Le ong denunciano come in Europa già oggi siano 30 milioni i bambini in povertà, mentre l’Italia detiene la maglia nera con 1 milione di minori poveri ed un rischio per chi nasce nel nostro paese del 32,3%. L’Italia, dopo la Grecia, occupa nella classifica UE la posizione peggiore per la percentuale di popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale, salita purtroppo al 30%. 

Dal 2008 al 2012 la povertà assoluta è addirittura raddoppiata, passando da 2,4 a 4,8 milioni. Le differenze economiche hanno accresciuto le differenze sociali e culturali, facendo diventare l’Italia il paese con la più alta percentuale europea di dispersione scolastica: 18,2%, con picchi nelle regioni meridionali anche del 25%. Il 63% delle famiglie ha ridotto i consumi alimentari ed il 40% vive una condizione di deprivazione materiale, considerata “grave” per il 25% dei nuclei familiari italiani. Sono aumentati a 50 mila unità il numero dei senza fissa dimora, mentre cresce il numero dei suicidi. I crimini contro l’ambiente sono saliti a 93,5 ogni giorno, segnando un incremento del 176% negli ultimi tre anni secondo l’ultimo rapporto sulle ecomafie. L’Europa affronta allo stesso tempo una crisi occupazionale senza precedenti. Sono 27 milioni i disoccupati e l’Italia registra una delle situazioni peggiori con il 12,7% di disoccupazione, tra i giovani sopra il 43%. A questi dobbiamo aggiungere 3,2 milioni di lavoratori considerati “working poors”, 2,8 milioni di Neet e 4 milioni di precari. Dal 2008 l’Italia ha perso il 25% di capacità produttiva. In una situazione di crisi così violenta sono le mafie a trarre grandi benefici. Europol ha censito 3600 organizzazioni criminali attive in tutta Europa, mentre la CE ha stimato in 120 miliardi di euro l’impatto della corruzione. Le organizzazioni criminali vedono accrescere il loro potere attraverso usura e riciclaggio, favorite dalla crisi di liquidità, dal credit crunch, dalla frammentazione sociale e dalla perdita di fiducia nelle istituzioni rappresentative. In un contesto così fragile, impoverito, precario ed in cui la cultura ha smesso di essere elemento centrale, soprattutto nel nostro paese, per la crescita complessiva dell’etica pubblica, la corruzione e la mafiosità sono in grande aumento.

L’aggravarsi delle condizioni economico, sociali, ambientali e culturali sono conseguenza di politiche economiche sbagliate. Le politiche scelte non solo non hanno saputo contrastare la crisi prodotta dall’aumento delle diseguaglianze ma si sono mostrate addirittura controproducenti nel fronteggiare la crisi bancaria e finanziaria esplosa nel 2008 a causa di una finanza ipertrofica e speculativa a cui non sono state imposte regole e sanzioni. Le cosiddette politiche di austerity messe in campo hanno fallito e continuano ad avere un costo altissimo in termini sociali, minacciando il futuro dell’unità europea. Queste politiche, dai piani di austerità, al pareggio di bilancio, ai vincoli esterni imposti alle politiche pubbliche, sino al trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance che comprende il fiscal compact, riducono l’intervento pubblico e la possibilità di manovre fiscali per il rilancio dell’economia, pongono limiti alla spesa pubblica ed alla politica della domanda, tagliano la spesa sociale, chiedono minori imposte per le fasce di reddito più alte e premono per ridurre le tutele del lavoro, dei salari e dell’ambiente. I nemici dell’Europa, e di conseguenza del nostro paese, sono oggi l’austerity, la povertà, l’esclusione sociale, la disoccupazione, la corruzione e le mafie. Sono questi fenomeni che stanno consentendo ai germi del razzismo, del nazionalismo e del populismo di prosperare.

Alla vigilia delle elezioni europee del maggio 2014 l’Europa è colpita da stagnazione economica, da disuguaglianze sempre più gravi, dal crescente divario tra paesi del centro e della periferia, dai germi del razzismo e dall’aumento di ingiustizia sociali ed ambientali di cui sono vittime soprattutto ceti medi e popolari. La democrazia viene sensibilmente ridotta a livello nazionale ma non viene sviluppata a livello europeo. Siamo davanti ad una crisi strutturale e sistemica che non può essere affrontata e gestita da un potere troppo concentrato nelle mani di istituzioni tecnocratiche e non elettive che finiscono per rispondere agli interessi di quelle elite economiche e finanziarie che con la crisi si sono invece arricchite. Questa non è l’Europa immaginata decenni fa come uno spazio di integrazione economica e politica, libera dalla guerra, fondata sul progresso sociale, l’estensione della democrazia, dei diritti e del welfare.

Come cittadini e cittadine europee abbiamo il diritto e la responsabilità di lavorare per un’Europa che riaffermi e rilanci il suo impegno per il rafforzamento ed il rilancio della democrazia, della giustizia sociale ed ambientale, delle politiche sociali, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli. Vogliamo un’Europa più forte e coesa per affrontare la crisi, cogliendone le opportunità di trasformazione in positivo. Dopo 9 mesi di lavoro condotto dalla campagna Miseria Ladra in più di 100 città del nostro paese, centinaia di realtà del sociale e del volontariato laico e cattolico hanno deciso di camminare insieme, per offrire al dibattito pubblico ed agli amministratori le nostre proposte per combattere nella nostra Europa la povertà, l’esclusione sociale ed ambientale e la disoccupazione. Proposte frutto di un’elaborazione e di un’esperienza collettiva che fanno della partecipazione e del metodo condiviso valori e pratiche indispensabili per rispondere alla crisi.

1- Stop all’austerity

Le politiche fiscali restrittive dell’Unione europea – in particolare il Fiscal Compact e il Patto di stabilità e crescita – devono essere abbandonate. Le regole di bilancio devono essere cambiate e l’obiettivo di un “pareggio strutturale” per i bilanci pubblici deve essere sostituito da una strategia economica coordinata che permetta agli stati membri di attuare le politiche fiscali che sono necessarie per uscire dalla crisi. Senza un forte stimolo della domanda non ci può essere via d’uscita dall’attuale stagnazione. Un piano di investimenti pubblici europei è necessario per ricostruire attività economiche che siano sostenibili e capaci di offrire buoni posti di lavoro. Queste misure dovrebbero essere al centro di una nuova politica industriale in Europa, orientata verso la trasformazione ecologica e sociale del nostro modello economico, con una drastica riduzione nei consumi di energie non rinnovabili. A tal fine,

Chiediamo:
- un programma di investimenti pubblici per la transizione ecologica, finanziati a livello europeo attraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei)


2- Per una finanza pubblica e non speculativa

Di fronte al rischio di deflazione - e al circolo vizioso di politiche restrittive, depressione e concorrenza al ribasso sui salari – la politica monetaria dell’eurozona deve cambiare radicalmente, riportando l’inflazione almeno al livello del 2%. Il problema del debito pubblico deve essere risolto attraverso una responsabilità comune dell’eurozona e con la ristrutturazione del debito. Gli eurobond devono essere introdotti non solo per rifinanziare il debito pubblico degli stati membri, ma anche per finanziare la conversione ecologica dell’economia europea. Allo stesso tempo bisogna mettere davvero un freno allo strapotere della finanza. Le regole previste dall’Unione bancaria non affrontano i difetti strutturali e la fragilità di fondo del sistema finanziario.

Chiediamo:
- la Banca centrale europea (Bce) deve fornire liquidità per realizzare politiche espansive e diventare prestatore di ultima istanza per i titoli pubblici;
- il radicale ridimensionamento del settore finanziario, con una tassa sulle transazioni finanziarie, l’eliminazione della finanza speculativa e il controllo dei movimenti di capitale;
- regole stringenti che vietino le attività finanziarie più speculative e rischiose, introducendo una netta divisione tra banche commerciali e banche d’investimento. I problemi dei centri finanziari offshore e dei paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea devono essere risolti attraverso l’armonizzazione fiscale e regole più severe;


3- Welfare: dovere etico e leva per il rilancio dell’economia

Politiche di welfare in Europa
Qualsiasi ragionamento sulla costruzione di politiche sociali omogenee per l’Europa chiama in causa il ripensamento dei trattati europei fin qui sottoscritti. Infatti a tutt’oggi non è prevista una funzione deliberante e vincolante degli indirizzi dell’UE in materia di politiche sociali. Di fronte all’enorme disparità di trattamento e al mancato riconoscimento dei diritti sociali nei diversi stati, la UE dovrebbe intervenire con un nuovo trattato sulle politiche sociali con la definizione di una dotazione di risorse certe in grado di intervenire adeguatamente in questa materia.

Se invece passiamo al confronto degli ultimi dati Eurostat disponibili della spesa sociale a parità di potere d’acquisto, emerge come la spesa sociale per abitante in Italia sia tra le più basse, pari al 91,9% del corrispondente valore medio della UE a 15, all’80,5% di quella tedesca, all’80,3% di quella francese. Il termini monetari il valore italiano era pari a 7.486 euro mentre nella UE a 15 il valore corrispondente medio era 8.150. Se analizziamo la spesa sociale per abitante, era pari nel 2001 a 6.050 euro e nel 2011 si è portata a 6.855 con un incremento del 13,3%. Nella UE a 15 il tasso di incremento è stato invece del 17,8%, nettamente più alto. In Spagna addirittura del 36,5%, in Francia del 21,1%, in Svezia del 15,9%.

Se analizziamo la spesa pubblica procapite per sanità, istruzione, servizi sociali e casa, emerge come l’Italia sia ai livelli più bassi. Sanità: la spesa pubblica pro capite è cresciuta tra il ’90 ed il 2009 del 37% a fronte di un +79% della media UE, rimanendo la spesa pubblica pro capite fra le più basse d’Europa. Istruzione: la spesa pubblica pro capite è cresciuta del 15% fra il 1999 ed il 2008 a fronte di una crescita media UE del 25%. Servizi sociali e Casa: siamo ai minimi europei.

Occorre dunque incrementare e di molto la spesa sociale in senso stretto, spesa per le famiglie, per l’invalidità, per la casa, per contrastare l’esclusione sociale a tutto campo. Questo significa incrementare i servizi, piuttosto che i soli trasferimenti.

Per evitare una riproposizione di interventi a carattere puramente assistenziale, compresa l’erogazione diretta di un risarcimento monetario, riteniamo che tutti gli interventi di politiche sociali debbano rispondere: al superamento degli interventi assistenziali con politiche centrate allo sviluppo di un welfare “generativo”; alla sollecitazione e sostengo a diffusi livelli di partecipazione e protagonismo dei cittadini e degli stessi beneficiari degli interventi sociali; alla centralità della programmazione degli interventi da parte degli enti locali e di prossimità e progettazione partecipata dei servizi e interventi a livello locale con il contributo attivo delle forme organizzate formali e informali della società civile; alla integrazione dei servizi e aree di intervento (sociale sanitario, lavoro, formazione, ambiente); al sostengo e diffusione di un’economia responsabile, sociale e solidaristica.

Chiediamo:
- obbligo di ri-allineamento della spesa per il Welfare alla media dei paesi dell’Unione, colmando lo scarto esistente tra il nostro paese con gli altri paesi europei, considerando che l’Italia risulta agli ultimi posti riguardo la dotazione di spesa per i servizi sociali;
- definizione vincolante dei Livelli Essenziali di Assistenza europei, elemento fondamentale per garantire una discreta omogeneità di interventi e garanzie di diritti sociali in tutta l’area UE;
- approvazione di misure per favorire e sostenere lo sviluppo della cooperazione sociale e le altre forme di iniziativa che sappiano costruire percorsi di inclusione sociale rispettose delle persone e dell’ambiente.


Libera il welfare attraverso i beni confiscati

Le mafie sono oggi in Europa un fenomeno in espansione. Le stime ufficiali del SOCTA e del CRIM denunciano 3600 Clan operativi all'interno dell'Unione Europea, di cui il 70% ha una composizione geograficamente eterogenea e più del 30% ha una vocazione policriminale. Un potere economico enorme che ben più di altri ha saputo approfittare delle crescenti interconnessioni delle economie europee e dell’aumento della povertà e dell’esclusione sociale. Le misure patrimoniali, forse ancor di più delle misure di detenzione, sono lo strumento e insieme la politica antimafia più efficace, quella che colpisce le organizzazioni criminali nel loro obiettivo primario: l'accumulazione di denaro, ricchezza, profitti. Ma sono anche molto di più di questo, rappresentando la finalità sociale un’opportunità per generare nuovo welfare. In Italia in questi anni hanno rappresentato opportunità di lavoro, luoghi relazione e partecipazione civile, centri di accoglienza, di servizi alla persona, luoghi di solidarietà. In questo senso riteniamo la Direttiva sul congelamento e la confisca dei proventi di reato alla criminalità organizzata, approvata lo scorso febbraio 2014 dal PE, un sicuro passo in avanti verso un'armonizzazione delle legislazioni degli Stati Membri.

Riteniamo sia fondamentale uno scatto ulteriore che consenta di segnare il passo con misure all'avanguardia. Sono ancora numerosi i margini di avanzamento e di innovazione che possono essere prodotti in tema di confisca dei beni e riutilizzo sociale.

Chiediamo:

- il riutilizzo sociale dei beni confiscati; il riutilizzo sociale è oggi solo una possibilità prevista dalla Direttiva. Molto può ancora essere fatto nei 30 mesi in cui ogni Stato Membro recepirà nel proprio ordinamento interno le disposizioni della Direttiva. Chiediamo che si agisca immediatamente, rendendo davvero possibile la destinazione sociale dei beni confiscati. In un periodo di grande crisi, i beni confiscati rappresentano uno strumento di coesione sociale da non lasciarsi sfuggire;
- la confisca dei beni ai corrotti; la confisca dei beni per i reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione può generare nuove, importanti risorse da investire nell'innovazione sociale. La crisi si combatte non con misure di austerità, ma contrastando innanzitutto la corruzione e la capacità delle mafie, attraverso questa, di generare ulteriori disuguaglianze, povertà, perdita di competitività in ogni settore delle nostre economie, incidendo non solo sull'economia e la ricchezza di un territorio, ma sull'etica pubblica, sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e sulle prospettive di sviluppo;
- risorse e progetti per il riutilizzo sociale; investire sui beni confiscati significa dedicare risorse all'inclusione sociale, al contrasto alla povertà, alla promozione della legalità, ad opportunità di sviluppo e di lavoro. Significa contrastare la corruzione favorendo partecipazione e protagonismo di cittadini e giovani. E' perciò importante che percorsi di questo genere trovino sempre più spazio attraverso le linee di finanziamento. Tante le esperienze finora realizzate, ad esempio in Italia, attraverso l'utilizzo di fondi FESR per la ristrutturazione o la realizzazione di progettualità sui beni confiscati. Ancora molte altre possono essere le strade da percorrere. Lotta alla disoccupazione, inclusione sociale, uguaglianza di genere ed innovazione sociale sono tra le priorità del FSE per il a partire dal 2014, e possono trovare, proprio nel riutilizzo sociale dei beni confiscati, un importante strumento di azione e partecipazione;
- estensione delle possibilità di confisca: a partire dal mutuo riconoscimento delle decisioni definitive di confisca, rimasto mai pienamente attuato a partire dalla decisione 2006/783/GAI, occorre incrementare le possibilità di azione, pur nel rispetto dei diritti fondamentali, sui patrimoni delle mafie, a partire dalla confisca “estesa” ed alla confisca in assenza di condanna definitiva. La rapidità dell'azione contro la potenza economica della criminalità rimane ancora un aspetto cruciale per garantire efficacia verso il riutilizzo sociale.


4- Un reddito minimo per una vita dignitosa

Dal 1992 in Europa, Parlamento e Consiglio invitano gli Stati membri ad individuare misure concrete che sradichino la povertà. Le Istituzioni europee chiedono con la cosiddetta “Raccomandazione sul reddito minimo” che si “compiano progressi reali nell'ambito dell'adeguatezza dei regimi di reddito minimo, affinché essi siano in grado di sottrarre ogni bambino, adulto e anziano alla povertà e garantire loro il diritto a una vita dignitosa”. Con la Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010, viene riconosciuto il ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva. Noi, aderenti alla Campagna Miseria Ladra chiediamo l’impegno dei candidati italiani a lavorare per una “Direttiva europea per un reddito minimo” che garantisca una vita dignitosa alle persone che vivono sotto la soglia di povertà. Che garantisca il diritto a vivere una vita dignitosa anche per coloro che in un dato momento della loro vita, per circostanze non volute, si trovano ad essere in una situazione di povertà e rischiano di essere esclusi definitivamente dalla società.

Chiediamo:
- un impegno affinché parta dal prossimo Parlamento europeo la spinta verso una misura vincolante per tutti gli Stati membri, con uno standard minimo riconosciuto al 60% del reddito mediano in ciascun paese a livello individuale.



5- Un'istruzione pubblica, gratuita e di qualità a livello europeo


In questi anni mentre Belgio, Lettonia, Romania, Slovacchia, Svezia, Islanda e Austria hanno aumentato la spesa in istruzione dall’1% al 5%, nei paesi ad elevato debito pubblico, i PIIGS (Portagallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), nei paesi dell’est e anche nel Regno Unito, il Patto di stabilità e crescita ha imposto e incentivato tagli lineari ai servizi pubblici, scuole e università in primis. Un’Europa a due velocità dunque. Infatti nei paesi del “sud” ci sono stati ingenti tagli dei finanziamenti che hanno prodotto un decremento delle risorse disponibili per le borse di studio, una restrizione del numero dei beneficiari, un aumento dei costi dei trasporti e più in generale di tutti i servizi e le prestazioni erogati. L’Italia ad oggi investe il 4,2% del PIL in istruzione, la Danimarca il doppio. E' una disparità insostenibile di cui l'Unione Europea dovrebbe farsi carico. Noi pensiamo che investire sia una priorità e che l'UE debba giocare un ruolo centrale per incentivare e incrementare le risorse su scuole, università e ricerca. La società della conoscenza deve essere costruita investendo sulla qualità dei percorsi formativi e garantendone l’accesso a tutti, non rendendoli sempre più elitari.

Chiediamo:
- l'innalzamento degli investimenti in istruzione e ricerca fino all'8% del PIL con forme di controllo e aiuto nei confronti dei paesi svantaggiati indirizzando al megio i FSE e i FESR;
- la gratuità dell'istruzione di ogni ordine e grado per consentirne a tutti e tutte l'accesso e ridurre i tassi di dispersione, aumentare il numero di laureati e incrementare il livello culturale dell'intera Unione Europea;
- estensione a livello continentale delle politiche di Diritto allo Studio che garantiscano il diritto all'abitare, alla salute e alla mobilità anche agli studenti fuori sede e agli studenti stranieri. L'UE deve quindi dotarsi di Livelli Essenziali delle Prestazioni a livello continentale.


6- Patrimonio Bene Comune

Ex aree militari, vecchi cinema e teatri, scuole chiuse, ex depositi, terre incolte, ex fabbriche, fondi rustici e casali sono esempi di patrimonio pubblico e privato abbandonato che, per effetto delle progressive trasformazioni urbane e della speculazione edilizia che in modi, con intensità e tempi diversi ha coinvolto i Paesi Europei, è stato svuotato dalle sue attività, sottraendo alla collettività spazi precedentemente utilizzati. Disperdendo via via la loro funzione originaria e restando vuoti, questi stabili disattendono la funzione sociale della proprietà. Il riprodursi di tale fenomeno di residualità immobiliare, traendo origine dal mutare delle esigenze del ciclo produttivo/riproduttivo, si colloca nel più generale contesto dell’attuale modello economico che governa l’Europa e si esprime nelle politiche di austerità e di privatizzazione. Questo modello propone i processi di alienazione del patrimonio pubblico per ridurre il debito e come strada per liberare l’amministrazione dagli obblighi di gestione del patrimonio, trasferendo la proprietà dei beni pubblici ai grandi interessi privati, assicurando solo a questi ultimi cospicui guadagni. Eppure, mai come in questi anni di recessione economica, in cui esclusione sociale, negazione del diritto allo studio, precarietà e impoverimento sono in rapida ascesa, il recupero degli spazi inutilizzati è un pezzo di risposta - assai concreta - alla crisi che viviamo, un’occasione irripetibile per creare lavoro e cultura, per soddisfare bisogni e diritti. In tali spazi abbandonati potrebbero trovare accoglienza la crescente domanda del disagio abitativo, nonché quell’insieme di soggetti comunitari e associativi che assicurerebbero la fornitura di servizi necessari alla cittadinanza. In questi stabili si potrebbero sperimentare forme nuove di democrazia partecipata che superino la tendenza politica in atto, la cosiddetta valorizzazione economica, ma sarebbe meglio definirla svalutazione, in favore di una valorizzare sociale. Questi edifici da rigenerare potrebbero essere gli Spazi della cittadinanza europea, dell’incontro interculturale e della promozione dei valori europei.

Chiediamo:
- il censimento del patrimonio abbandonato pubblico e privato;
- l’istituzione di una banca dati pubblica europea del patrimonio immobiliare pubblico e privato inutilizzato, in continuo aggiornamento, nella quale confluiscano gli immobili privi di destinazione, per assicurare ai cittadini corrette informazioni, trasparenza, partecipazione e per incoraggiare la sinergia tra partner diversi per la co-progettazione;
- la promozione di forme di riutilizzo proposte dai gruppi di cittadini attivi europei attraverso l’utilizzo di Fondi strutturali europei.


7- Migranti: l’Europa sono anche Io!

L'Europa che immaginiamo è uno spazio culturale aperto, con un'identità plurale e dinamica, capace di fondare le relazioni tra gli stati membri e con i paesi terzi sul reciproco rispetto, sul riconoscimento delle specifiche diversità culturali, sulla promozione delle libertà e dei diritti fondamentali, sul mantenimento della pace tra i popoli, sulla garanzia del principio di eguaglianza, sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, sul ripudio della xenofobia e del razzismo. Nell’UE risiedono 32,9 milioni di migranti che rappresentano il 7% della popolazione, pari a 503 milioni. Nell'attuale fase di crisi economica e sociale è importante che l'Unione Europea rafforzi il proprio impegno nella lotta a tutte le forme di xenofobia e di razzismo combattendo ogni forma di discriminazione legata all'origine nazionale, ai tratti somatici, alla lingua, alla religione, alle diversità culturali reali o presunte. La crescita di movimenti nazionalisti, populisti e xenofobi che utilizzano strumentalmente il tema delle migrazioni per accrescere il proprio consenso presso l'opinione pubblica rappresenta un pericolo per la costruzione di un'Europa democratica, solidale, coesa e di pace.

Chiediamo:
- la ratifica della Convenzione dell'ONU del 18/12/1990 "sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie";
- la garanzia del diritto di voto ai migranti residenti per le elezioni amministrative ed europee ed il riconoscimento della cittadinanza europea, armonizzando le leggi nazionali;
- la garanzia del diritto di accesso legale in Europa per ricerca di lavoro e per richiedere la protezione internazionale;
- l’abolizione dei centri di detenzione e la fine del diritto speciale per i migranti;
- di garantire la parità di accesso ai sistemi di welfare e al mondo del lavoro, combattendo con azioni concrete la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento lavorativo;
- la tutela dei diritti dei minori, garantendo la loro inespellibità, senza alcuna limitazione alla libertà personale.

Show Comments: OR