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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 30 maggio 2014

Il revisionismo storico investe il Sessantotto

 "May '68 and its afterlives", un saggio dello storico statunitense Kritin Ross per University Of Chicago Press. Il manifesto, 29 maggio 2014

È abba­stanza dif­fusa un’interpretazione del Ses­san­totto come moder­niz­za­zione del capi­ta­li­smo: que­sto sarebbe il suo merito o al con­tra­rio il suo pec­cato ori­gi­nale. Da un Ses­san­totto certo un po’ per­ver­tito qual­cuno fa discen­dere per­fino il ber­lu­sco­ni­smo, con la sua cari­ca­tura di libertà ses­suale e oltrag­gio alle isti­tu­zioni. Il libro di Kri­stin Ross May ’68 and its after­li­ves (Uni­ver­sity of Chi­cago Press) con­si­dera que­ste inte­pre­ta­zioni come il pro­dotto di una revi­sione sto­rica, pro­dotta dalla «tra­di­zione dei vin­ci­tori», come avrebbe detto Wal­ter Ben­ja­min. La vit­to­ria del neo­ca­pi­ta­li­smo è pro­iet­tata all’indietro nel tempo, tor­cendo in suo favore la con­si­stenza del pas­sato, ridu­cendo il Ses­san­totto a un suo prologo.

L’evento inde­ciso, in cui la plu­ra­lità dei pos­si­bili in sospeso ancora si apriva a esiti diver­genti, viene ridotto uni­vo­ca­mente alla visione neo­li­be­ri­sta: l’esito deter­mi­nato di un con­flitto sociale, che vede il pre­va­lere del capi­tale, viene ri-esposto come legge sto­rica. Le «comuni» anta­go­ni­ste del Mag­gio diven­tano poco a poco astra­zioni, uto­pie, poi sono defi­nite vel­lei­ta­rie, mino­ri­ta­rie, infine mai esi­stite; come è avve­nuto per la Comune ed altre brecce di libertà.

Ross pro­pone una «let­tura a con­trap­pelo» di que­sto revi­sio­ni­smo sto­rico. La sua non è una cro­naca del Mag­gio, ma un’analisi del modo in cui è stato rap­pre­sen­tato, prima dai suoi attori e poi dai suoi inter­preti pre­sunti. Risa­lendo con il recu­pero di docu­menti e testi­mo­nianze fino al cuore inde­ciso dell’evento, Ross rin­trac­cia gli ele­menti irri­du­ci­bili al con­cetto di moder­niz­za­zione ed ad esso anta­go­ni­sti: la ricerca di rela­zioni sociali comuni, costi­tuive di un noi che rifiuta ogni prin­ci­pio gerar­chico e rap­porto di padro­nanza; la cri­tica della sepa­ra­zione spa­ziale della città in set­tori estra­niati, distrug­gendo i vec­chi quar­tieri popo­lari; la cri­tica della par­ti­zione del sen­si­bile.

Ross riprende quest’ultimo ter­mine dal filo­sofo fran­cese Jac­ques Ran­cière. Esso indica una netta con­trap­po­si­zione tra poli­zia (uno stato gerar­chi­ca­mente ordi­nato) e vera demo­cra­zia e segnala la divi­sione tra chi ha cit­ta­di­nanza e chi è respinto al di fuori di essa (i «senza parte»). La par­ti­zione del sen­si­bile non riguarda solo i ruoli eco­no­mici, ma il sim­bo­lico, il quo­ti­diano, lo psi­chico, le rela­zioni per­so­nali e sen­ti­men­tali, lo spa­zio urbano: si decide ciò che «può essere oggetto di per­ce­zione e ciò che non lo è», «ciò che può essere visto», o inteso, e ciò che è espulso dalla parola e dall’immagine. Nel Ses­san­totto «l’apertura poli­tica all’alterità ha per­messo… di rom­pere con quest’ordine, di scon­vol­gere… i ruoli asse­ganti dalla poli­zia, di ren­dere visi­bile ciò che non lo era», cri­ti­cando in primo luogo la sepa­ra­zione tra lavoro manuale e lavoro intel­let­tuale e pro­po­nendo invece una costante ibri­da­zione delle ete­ro­ge­neità sociali.

Quanto alla cri­tica della sepa­ra­zione urbana, essa fu pro­ba­bil­mente il con­tri­buto più spe­ci­fico dei situa­zio­ni­sti alle gior­nate di Mag­gio: essi rifiu­ta­rono l’idea che lo spa­zio dovesse essere com­par­ti­men­tato e diviso secondo le stesse linee delle gerar­chie sociali. L’urbanesimo neo­ca­pi­ta­li­sta divide i set­tori sociali invece di unirli e sta­bi­li­sce i con­fini con­creti dell’estraniazione, sta­bi­lendo una cor­ri­spon­denza tra l’articolazione dello spa­zio e quella del domi­nio. Nella con­fu­sione e nella tra­sgres­sione degli ordini estra­niati e della sepa­ra­zione, si con­cre­tiz­zava il pia­cere e il desi­de­rio di vivere da parte dei mili­tanti del Mag­gio: «Il pia­cere di vio­lare la com­par­ti­men­ta­zione, fisica o sociale, è pro­por­zio­nale alla durezza della segre­ga­zione sociale urbana dell’epoca; i dia­lo­ghi intrec­ciati a dispetto di tale segre­ga­zione vei­co­lano un sen­ti­mento di tra­sfor­ma­zione urgente». Que­sto pia­cere sov­ver­sivo di vivere oltre l’ordine sim­bo­lico del capi­tale, abbat­tendo le bar­riere dello spa­zio e del tempo domi­nati, lasciando emer­gere un nuovo spa­zio sociale, è stato poi rein­ter­pre­tato come «edo­ni­smo» dai can­tori della modernizzazione.

Altro deci­sivo ele­mento di distor­sione dell’evento è per Ross il così detto «gene­ra­zio­ni­smo», ben descritto da una cita­zione di Hoc­quen­ghem (si tratta di una let­tera aperta ai vec­chi com­pa­gni pas­sati «da Mao al Rotary Club»): «Si diviene una “gene­ra­zione” quando ci si ritrae come una lumaca nella con­chi­glia o il pen­tito nella sua cella: il fal­li­mento di un sogno, la stra­ti­fi­ca­zione dei ran­cori, il resi­duo di un’antica insur­re­zione, si chia­mano “gene­ra­zione”». Il gene­ra­zio­ni­smo dis­solve in un dato bio­lo­gico il con­flitto dei pos­si­bili e lo spazio-tempo impre­ve­di­bile dell’evento, il ritmo dello svi­luppo sto­rico è ridotto – come diceva Man­n­heim — a legge posi­ti­vi­sta della «durata di vita». L’essere per l’inizio, da cui balza il tempo-ora del pre­sente, ponendo in discus­sione ogni pre­ce­dente media­zione e scan­sione del tempo, viene così risolto in «fase della vita», desti­nata a pas­sare. La lotta e il con­flitto tra chi ha parte e chi è «senza parte», si ridu­cono a una ine­vi­ta­bile lace­ra­zione tra padri e figli, e in una altret­tanto ine­vi­ta­bile, suc­ces­siva, conciliazione.

D’altra parte, anche l’idea che il Mag­gio sia stato un tumulto effi­mero e improv­viso è con­te­stata da Ross. L’evento è il cul­mine di una durata lunga del con­flitto sto­rico; la brec­cia è solo l’atto finale di una lenta ero­sione del muro del domi­nio, che comin­cia in Fran­cia con la guerra d’Algeria.


Una rivo­lu­zione pas­siva ha distorto l’ultimo ten­ta­tivo nove­cen­te­sco di scuo­tere l’ordine del capi­tale. Lo scio­pero gene­rale, che portò nei giorni di Mag­gio al col­lasso del governo gol­li­sta, è certo uno dei dati più impor­tanti della memo­ria col­let­tiva che Ross cerca di resti­tuirci: per pochi giorni milioni di per­sone com­pi­rono l’esperienza che vivere senza il peso del potere sulle spalle è dif­fi­cile e possibile
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