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8 GIUGNO: MAI PIU'

8 GIUGNO: MAI PIU'
Dopo l'incidente di domenica mattina, nel quale una gigantesca nave da crociera ha investito un' imbarcazione e si è schiantata contro la riva, è stata indetta una manifestazione contro le grandi navi in Laguna. E' dal 2006 che A Venezia ci si oppone a questi mostri d'acciaio, pericolosi, inquinanti, devastanti. Non mancherebbero provvedimenti ai quali appellarsi per tenere fuori le navi, ma le istituzioni non esercitano i loro poteri, colluse come sono con gli interessi economici dominanti. Domani tutti alle Zattere, ore 16.00, anche se il prefetto ha negato il permesso di concludere il corteo a Piazza San Marco, luogo aperto a tutti i turisti e mercanti ma non a chi protesta! (a.b.)

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venerdì 23 maggio 2014

Il colonialismo non è mai morto

L'Europa non è nata secondo il progetto disegnato a Ventotene, ma come strumento  degli USA nella guerra fredda.Lo testimonia il ruolo svolto dall'UE ieri in Kossovo, oggi in Ucraina Oggi l'affermazionne di un'autonoma identità europea è minacciata a morte dalla volontà dei governi di approvare il Trat­tato di libero scam­bio tran­sa­tlan­tico, che solo la lista Tsipras denuncia . Il manifesto, 23 maggio 2014

L’Europa nata nel 1957 non è quella che era stata sognata dagli anti­fa­sci­sti al con­fino di Ven­to­tene. Nel loro Mani­fe­sto l’obiettivo dell’unità fra paesi che allora erano per la seconda volta in pochi decenni impe­gnati in una guerra san­gui­nosa, era la pace. E invece il primo embrione della futura Unione, che fu signi­fi­ca­ti­va­mente chia­mata Mec, l’Europa la spaccò. Fu infatti pen­sato soprat­tutto come stru­mento della guerra fredda: un avam­po­sto dell’occidente a ridosso della cor­tina di ferro, stret­ta­mente col­le­gato alla Nato. Pochi lo ricor­dano: il primo atto isti­tu­zio­nale a favore della nuova crea­tura euro­pea non fu dei nostri par­la­menti, bensì di quello ame­ri­cano. Fu votato nel 1947, il 10 marzo al Senato, il 23 al Con­gresso, auspice il potente segre­ta­rio di stato John Foster Dul­les, fra­tello dell’altrettanto potente Allen, capo della Cia.

Da que­sta nascita bastarda l’Europa è rima­sta segnata, sic­ché, anche quando è caduto il muro, non è miglio­rata. Basti pen­sare alla sua poli­tica estera che, anzi­ché ricer­care un rap­porto di coo­pe­ra­zione con il grande vicino euroa­sia­tico che avrebbe potuto con­fe­rire al con­ti­nente la pos­si­bi­lità di garan­tirsi un ruolo auto­nomo nel mondo, si è invece appiat­tita sulla linea di Washing­ton, inte­res­sata a man­te­nere il pro­prio con­trollo: accet­ta­zione di tutti i pos­si­bili mis­sili sul pro­prio ter­ri­to­rio ai tempi di Brez­nev e Andro­pov, anche quando sarebbe stato neces­sa­rio aiu­tarlo ad uscire dalla fatale spi­rale del riarmo; e oggi esten­sione della Nato ai con­fini della Rus­sia, come se doves­simo rilan­ciare la guerra fredda, una linea che copre solo i più bie­chi com­pe­ti­tivi inte­ressi petro­li­feri ame­ri­cani (nell’insieme un bel regalo all’odioso Putin, che per via del com­por­ta­mento occi­den­tale ha ritro­vato popo­la­rità nel suo paese).

L’impronta colo­nia­li­sta, così come l’arroganza occi­den­tale, sono rima­sti il tratto dell’orientamento dell’Ue in poli­tica inter­na­zio­nale: ciò che pos­siamo fare noi euro­pei non è con­cesso agli altri. Ad esem­pio, il pre­ci­pi­toso uni­la­te­rale rico­no­sci­mento dell’indipendenza da Bel­grado delle repub­bli­che slo­vena e croata nel ’93 in nome del diritto dei popoli all’autodeterminazione e la vio­lenta denun­cia di chi in Ucraina sta riven­di­cando il mede­simo diritto (signi­fi­ca­tivo che nes­suno ricordi oggi come la Jugo­slava sia stata sbra­nata in nome di quel diritto senza che l’Ue nem­meno ten­tasse di aprire un tavolo di discus­sione fra le parti, come pre­vi­sto dalla Con­fe­renza per la sicu­rezza euro­pea in cui era stato sta­bi­lito che nes­sun con­fine possa esser toc­cato senza un accordo. L’Unione euro­pea plaudì per­sino al bom­bar­da­mento di Bel­grado in difesa dell’autodeterminazione dei koso­vari).

Sull’incongruenza euro­pea si potrebbe con­ti­nuare, citando i casi del Sahara occi­den­tale, di Timor Est, di Cipro e natu­ral­mente della Pale­stina. Per non par­lare del silen­zio sulla bomba ato­mica pos­se­duta da Israele, con buona pace del Trat­tato di non pro­li­fe­ra­zione. Così come delle guer­re­sche puni­zioni a chi non obbe­di­sce alle deci­sioni dell’Onu, ma dell’assoluzione delle tante avven­ture bel­li­che che quella coper­tura non hanno avuto. Nel caso, ancora una volta, di Israele, e di quelle che hanno avuto l’Europa stessa come pro­ta­go­ni­sta.

E poi, forse più grave di tutte, la poli­tica verso il sud Medi­ter­ra­neo. Con sonore fan­fare si lan­ciò anni fa l’Accordo di Bar­cel­lona, che avrebbe dovuto essere un ami­che­vole par­te­na­riato, in grado di lan­ciare un com­pro­messo per un lun­gi­mi­rante co-sviluppo delle rispet­tive eco­no­mie ed è stato invece solo un’apertura al libero scam­bio che non avrebbe mai potuto col­mare – e infatti l’approfondì — l’enorme disli­vello sto­rico colo­niale fra le eco­no­mie delle due sponde.

Oggi il dramma gigan­te­sco dell’immigrazione clan­de­stina dovrebbe pro­porre una seria rifles­sione sulla poli­tica inter­na­zio­nale dell’Europa, che non si esau­ri­sce certo solo in un po’ di aiuti all’Italia per l’accoglienza degli scam­pati ai nau­fragi. Occor­re­rebbe ripen­sare il mondo, capire che siamo di fronte ad uno scon­vol­gi­mento sto­rico che non si può fron­teg­giare né con le armi ma nem­meno con una poli­tica miope che pensa l’Europa possa rima­nere un giar­dino chiuso.

Qual­che sin­tomo di rav­ve­di­mento? No, il con­tra­rio: l’impegno prin­ci­pale degli ese­cu­tivi dell’Unione con­si­ste ora nel varo di un Trat­tato di libero scam­bio tran­sa­tlan­tico che, se andrà in porto, can­cel­lerà tutto quanto è stato con­qui­stato nel ven­te­simo secolo in Europa dal movi­mento ope­raio e demo­cra­tico. Nes­suno, salvo la lista Tsi­pras, ne ha par­lato in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale. Non è un caso: sarebbe suf­fi­ciente que­sto pro­blema a deter­mi­nare il voto del 25 mag­gio ove la gente sapesse di cosa si tratta.

La pro­spet­tiva che que­sto accordo apre è di un’Europa che perde la spe­ci­fi­cità del suo modello sociale, che nel dopo­guerra, e gra­zie a grandi lotte, ha rap­pre­sen­tato il com­pro­messo sociale più alto. Se così finirà per essere, a che pro un’Unione euro­pea? Diver­rebbe solo un pez­zetto del mer­cato glo­bale e avrebbe ces­sato di avere una sua ragion d’essere, l’espressione di un modello diverso. I più peri­co­losi anti­eu­ro­pei­sti sono senz’altro tutti quelli che vogliono farle per­dere ogni iden­tità, omo­lo­gan­dola al peg­gio del mondo.
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