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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

giovedì 22 maggio 2014

Europei, alzate la testa e non fatevi distruggere dal neoliberismo

«Con l’austerity è in corso una "pulizia etnica" di quella parte di popolazione più fragile. E i paesi in crisi sono presentati come casi unici. Così si lacera il tessuto sociale». Il manifesto, 22 maggio 2014

Per­ché l’Europa ha gestito la crisi di que­sti anni nel modo in cui l’ha fatto? L’obiettivo era sal­vare la finanza, le mul­ti­na­zio­nali e la classe poli­tica – a spese dei lavo­ra­tori, delle pic­cole imprese e delle eco­no­mie locali. In sostanza, la stra­te­gia è stata quella di tute­lare i pro­prie­tari di grandi capi­tali e di sca­ri­care i costi sul 20–30% più povero della società. La sto­ria degli ultimi vent’anni è fatta di aumento dei pro­fitti, caduta delle tasse sulle imprese e gon­fiarsi dei defi­cit pub­blici.

La tesi del mio ultimo libro, Expul­sions: bru­ta­lity and com­ple­xity in the glo­bal eco­nomy, è che siamo entrati in una nuova fase sto­rica, carat­te­riz­zata dall’ “espul­sione” delle per­sone dalle con­di­zioni eco­no­mi­che e sociali pre­ce­denti, dai loro pro­getti di vita, dalla loro esclu­sione dal “con­tratto sociale” che era al cen­tro delle demo­cra­zie libe­rali. È molto più di un aumento nelle disu­gua­glianze e nella povertà. Non è un feno­meno ancora pie­na­mente visi­bile, e non è una con­di­zione che riguardi la mag­gio­ranza delle per­sone. Si tratta però della gene­ra­liz­za­zione di con­di­zioni estreme finora pre­senti solo ai mar­gini del sistema, spo­sta­menti che non sono ancora indi­vi­duati dalle sta­ti­sti­che tra­di­zio­nali. Le classi medie impo­ve­rite pos­sono vivere ancora nelle stesse belle case di prima, ma die­tro la fac­ciata cre­scono povertà e dispe­ra­zione, si tro­vano costrette a ven­dere i loro beni per pagare il mutuo, i figli adulti non pos­sono andare via di casa.

La Gre­cia, la Spa­gna e il Por­to­gallo sono la dimo­stra­zione di quanto un’economia si possa con­trarre in poco tempo e mostrano la ten­denza gene­rale al ridi­men­sio­na­mento dello spa­zio dell’economia nei paesi avan­zati. Si parla di «bassa cre­scita e alta disoc­cu­pa­zione», ma que­sti ter­mini sono troppo vaghi per descri­vere il dif­fon­dersi di con­di­zioni estreme a cui assi­stiamo in tutti i paesi.

In realtà, stiamo assi­stendo a una ride­fi­ni­zione di quella che è “l’economia”. I disoc­cu­pati che per­dono tutto si ritro­vano al di fuori di quella che è con­si­de­rata “l’economia”, e ven­gono esclusi dalle sta­ti­sti­che dei senza lavoro. Lo stesso vale per i pic­coli impren­di­tori che per­dono tutto e si sui­ci­dano. O per i pro­fes­sio­ni­sti e lau­reati che abban­do­nano i loro paesi o l’Europa. Que­sti feno­meni ridi­men­sio­nano lo spa­zio dell’economia, esclu­dendo i più fra­gili. E’ un pro­cesso di espul­sione ana­logo alla “puli­zia etnica”, in cui gli ele­menti pro­ble­ma­tici della popo­la­zione ven­gono sem­pli­ce­mente eli­mi­nati. Quello che rimane dell’economia – per­fino in Gre­cia e Por­to­gallo — può essere pre­sen­tato come «sulla via della ripresa», ed è que­sta la nar­ra­zione che offrono in Europa Fondo mone­ta­rio e Banca cen­trale euro­pea, le uni­che voci ascol­tate.

Una seconda carat­te­ri­stica delle poli­ti­che euro­pee è stata quella di pre­sen­tare tutti i paesi in crisi come «casi unici». La Gre­cia era un paese povero con altis­sima eva­sione fiscale e inef­fi­cienza buro­cra­tica. Il Por­to­gallo e la Spa­gna erano anch’essi casi estremi, ma per motivi diversi. Non è così. Gli stessi feno­meni che sono estremi in que­sti paesi sono dif­fusi in tutta Europa: si tratta delle con­di­zioni strut­tu­rali della fase del capi­ta­li­smo aper­tasi negli anni ottanta. I pesan­tis­simi tagli alla spesa sociale, il crollo dell’occupazione e l’aumento delle impo­ste in Gre­cia e Spa­gna sono i segni di una pro­fonda ristrut­tu­ra­zione, che in misura minore sta avve­nendo in tutta l’eurozona, e anche in paesi come gli Stati Uniti.
Un aspetto chiave di que­sto pro­cesso è il ten­ta­tivo di tener in piedi l’economia pri­vata eli­mi­nando le spese ecces­sive legate al con­tratto sociale. Il rim­borso del debito e l’austerità sono mec­ca­ni­smi che impon­gono disci­plina e tute­lano le imprese, ma non fanno cre­scere pro­du­zione e occu­pa­zione. Qua­lun­que sia la logica che divide in Europa vin­ci­tori e vinti, essa lacera pro­fon­da­mente il tes­suto sociale ed eco­no­mico di un paese: negli ultimi anni la pro­du­zione è crol­lata in tutto il Sud Europa, smen­tendo l’idea secondo cui il l’austerità favo­ri­sca la cre­scita. E i dati dimen­ti­cano i tanti che sono oggi esclusi dell’economia for­male.



Il nuovo libro di Saskia Sas­sen, Expul­sions: bru­ta­lity and com­ple­xity in the glo­bal eco­nomy sarà pub­bli­cato in Ita­lia da Il Mulino
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