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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 29 aprile 2014

Tsipras: «Un errore sostenere Kiev»

Dai numerosi articoli pubblicati dal quotidiano comunista , quando ancora non sono noti i risultati definitivi delle elezioni in Grecia,  ne presentiamo tre:  di Norma Rangeri, Pavlos Nerantzis e Jacopo Rosatelli. Il manifesto, 26 gennaio 2015


MISSIONE POSSIBILE
di Norma Rangeri

Per cam­biare il voca­bo­la­rio poli­tico dell’Europa dell’era neo­li­be­ri­sta, per tagliare il ramo secco dell’austerity e tor­nare alle radici euro­pee ori­gi­na­rie, fonte della demo­cra­zia, dob­biamo tor­nare alla scuola di Atene che oggi vive la sto­rica vit­to­ria della sini­stra nuova di Syriza e del suo gio­vane lea­der Ale­xis Tsipras.

Le cro­na­che rac­con­tano che nella piazza Omo­nia di Atene, dove Tsi­pras ha tenuto l’ultimo grande comi­zio della vigi­lia, c’era tanta gente comune, lon­tana dalla poli­tica attiva, senza ban­diere né slo­gan. Era il segnale tan­gi­bile che qual­cosa si era mosso nelle pro­fon­dità della società greca. Del resto i son­daggi delle ultime ore indi­ca­vano che la vit­to­ria di Tsi­pras sarebbe stata ali­men­tata da un voto che arri­vava a Syriza da tutta la popo­la­zione, anche da quei greci che alle ultime ele­zioni del 2012 ave­vano votato per la destra spe­rando di tro­vare così una via d’uscita alle loro sof­fe­renze. C’era chi pre­ve­deva che un 10 per cento dei con­sensi sareb­bero venuti da quella parte di Nuova Demo­cra­zia ostile all’estremismo libe­ri­sta del pre­mier uscente Sama­ras. Gente per nulla di sini­stra, ma che, que­sta volta, voleva punire un governo col­pe­vole di avere decur­tato pen­sioni e sti­pendi por­tan­doli a livelli di sussidi.

D’altra parte quando superi il 35 per cento dei con­sensi vuol dire che i voti ti arri­vano un po’ da tutti i ceti sociali, almeno da tutti quelli che la crisi ha messo con le spalle al muro, da quel 30 per cento di fami­glie ridotte in povertà, da quei cit­ta­dini che in massa fanno la fila per rime­diare medi­ci­nali e cibo.  Se la nostra media della disoc­cu­pa­zione è al 12 per cento e ci fa paura, quella greca ha sfon­dato il 26 per cento, più del dop­pio, e si cal­cola che un milione e mezzo di occu­pati abbia sulle spalle otto milioni e mezzo di con­na­zio­nali ridotti alla sussistenza.

Ormai si orga­niz­zano viaggi di stu­dio per vedere e capire come Syriza sia riu­scita a orga­niz­zare 400 cen­tri di ero­ga­zione di ser­vizi sociali in tutto il paese. Si resta incre­duli a sen­tire che si può com­prare un appar­ta­mento per 5.000 euro, che il cata­sto è inser­vi­bile, ma che gli arma­tori sono ancora i poten­tis­simi padroni di Atene.

Que­sto paese distrutto dalla guerra eco­no­mica e gover­nato dalla Troika oggi trova la forza di riac­ciuf­fare la speranza. Dando fidu­cia a una forza di sini­stra nuova, impe­gnata in tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale a fianco dei più deboli, con un pro­gramma poli­tico che fa della rine­go­zia­zione del debito e la can­cel­la­zione dei Memo­ran­dun la leva a cui aggan­ciare un’agenda di prov­ve­di­menti molto pre­cisi: tetto minimo di 700 euro agli sti­pendi, tre­di­ce­sima per le pen­sioni minime, can­cel­la­zione di tasse sulla casa e blocco delle aste giu­di­zia­rie, ban­che con­trol­late dallo stato, patri­mo­niale sulle grandi ric­chezze cre­sciute all’ombra della crisi.

Una pro­po­sta di governo ormai cono­sciuta come il “pro­gramma di Salo­nicco” che Tsi­pras ha pro­messo di per­se­guire a pre­scin­dere da come andrà la trat­ta­tiva con le isti­tu­zioni europee. Di fronte allo sfa­scio di un paese che nella sua sto­ria recente ha cono­sciuto pagine dram­ma­ti­che fino al colpo di stato dei colon­nelli negli anni ’70, il fatto che Syriza abbia sbar­rato la strada alla destra ever­siva è un risul­tato che sarebbe imper­do­na­bile sot­to­va­lu­tare anche solo sem­pli­ce­mente sotto il pro­filo della difesa democratica.

Una destra sem­pre pre­sente (con i neo­na­zi­sti di Alba Dorata che con­ten­dono il terzo posto al rag­grup­pa­mento di cen­tro­si­ni­stra To Potami), per­ché se Tsi­pras dovesse fal­lire, in Gre­cia arri­verà l’estrema destra. Lo sanno bene le can­cel­le­rie inter­na­zio­nali che si spin­gono a pur caute aper­ture verso una trat­ta­tiva, come dimo­stra la linea aper­tu­ri­sta del Finan­cial Times.

Perché quello che sta vivendo oggi l’Europa, dalla Fran­cia all’Ucraina, con la natura vio­lenta, iso­la­zio­ni­sta, xeno­foba, nazio­na­li­sta delle destre che si stanno rior­ga­niz­zando, potrà essere fer­mato solo da un rapido, bene­fico con­ta­gio del vento greco, da una cosmo­po­lita sini­stra euro­pea di nuova gene­ra­zione (fis­sata nell’immagine, a piazza Omo­nia, dell’abbraccio tra Tsi­pras e Igle­sias, lea­der di Podemos).

Una sini­stra che cita molto Gram­sci, che ha solide radici a sini­stra ma che intende lasciarsi alle spalle le zavorre nove­cen­te­sche, capace di rin­no­vare radi­cal­mente modelli par­ti­tici, lea­der­ship e cul­ture politiche. La vit­to­ria di Syriza è solo l’inizio di un per­corso pieno di trap­pole, osta­coli, con­trad­di­zioni. Pren­dersi la respon­sa­bi­lità di gover­nare un paese distrutto sem­bra quasi una mis­sione impossibile.

Nel libro di Teo­doro Andrea­dis Syn­ghel­la­kis, “Ale­xis Tsi­pras, la mia sini­stra”, il lea­der di Syriza spiega molto bene che si tratta «di una scom­messa enorme, simile a quella del Bra­sile di Lula» e avverte che «non pos­siamo per­met­terci il lusso di igno­rare che gran parte della società greca, e anche una per­cen­tuale dei nostri soste­ni­tori, abbia assor­bito idee con­ser­va­trici». Dun­que con­sa­pe­vo­lezza della prova che l’attende e deter­mi­na­zione nel per­se­guire l’obiettivo «che oggi non è il socia­li­smo ma la fine dell’austerità».

Ma que­sti sono i momenti della festa, della svolta, della vit­to­ria con­tro­mano, della bel­lis­sima rivin­cita che la Gre­cia si prende dopo sei anni vis­suti come una pic­cola cavia nel grande labo­ra­to­rio tede­sco. Un paese da punire in modo esem­plare per edu­care tutti gli altri: se non volete finire come la Gre­cia ingo­iate l’amara medi­cina dei tagli a salari e pen­sioni (anche noi abbiamo assag­giato que­sta fru­sta e ingo­iato que­sta pil­lola). Il debito vis­suto come colpa (avete voluto vivere al di sopra delle vostre pos­si­bi­lità) con tutto l’armamentario dei luo­ghi comuni che ancora oggi sen­tiamo ripe­tere in tv e leg­giamo sui giornali.

Ora dob­biamo atten­derci un ampio fuoco di sbar­ra­mento con­tro la svolta sociale di Syriza che appunto ribalta la pro­spet­tiva e rimette la realtà con i piedi per terra.

Quando nel feb­braio dello scorso anno Tsi­pras venne in Ita­lia in vista delle ele­zioni euro­pee, come prima tappa fece visita alla reda­zione del mani­fe­sto (Renzi non trovò il tempo di rice­verlo). Ci parlò a lungo del cam­mino verso una sini­stra unita e di quello che poi sarebbe diven­tato il pro­gramma di governo. Ci regalò una pic­cola barca di por­cel­lana della col­le­zione del museo Benaki, quasi un auspi­cio, un pro­no­stico. Due colo­ra­tis­sime vele gonfie. Un anno fa il vento in poppa era un auspi­cio e forse un pro­no­stico. Ora è una realtà sulla quale la sini­stra ita­liana dovrebbe riflet­tere molto. E anche in fretta.

NIKISSAME! È UNA VITTORIA NETTA

di Pavlos Nerantzis

«Nikis­same! Nikis­same!», «Abbiamo vinto! Abbiamo vinto», festeg­gia­vano ieri i greci radu­nati nei vari cen­tri elet­to­rali di Syriza ad Atene, a Salo­nicco, dal nord al sud del paese. Una svolta radi­cale, un vento pro­gres­si­sta in Gre­cia, un mes­sag­gio per un’altra Europa da riflet­tere al resto del vec­chio continente.

Alle 7 di dome­nica sera, subito dopo la chiu­sura delle urne, la buona noti­zia: Syriza appa­riva chia­ra­mente come il par­tito vin­cente, secondo i primi exit-poll. La sini­stra radi­cale ha otte­nuto una vit­to­ria di dimen­sioni sto­ri­che in Gre­cia, in Europa, rac­co­gliendo tra il 35,5% e il 39,5% con 146–158 seggi, senza avere la cer­tezza di poter for­mare un governo monocolore. Scon­fitta la Nea Dimo­kra­tia che rac­co­glieva, sem­pre secondo gli exit-pool, tra il 23% e il 27% con 65–75 seggi.

Nelle ele­zioni più impor­tanti degli ultimi decenni, ha vinto la spe­ranza nel cam­bia­mento e con essa la dignità, l’ orgo­glio per il giorno dopo di un popolo che ha subito tanti sacri­fici negli ultimi anni. Hanno vinto la demo­cra­zia, la giu­sti­zia sociale, la solidarietà.

Hanno perso la paura pro­mossa dai con­ser­va­tori, dai cre­di­tori inter­na­zio­nali, da chi vede nelle sini­stre il dia­volo rosso; hanno perso tutti coloro che nel nome di un risa­na­mento eco­no­mico del Paese hanno pro­vo­cato que­sta crisi uma­ni­ta­ria senza pre­ce­denti, la reces­sione, la depres­sione col­let­tiva, la vio­la­zione di leggi e di vite umane.

Verso le 10 di sera i risul­tati non erano ancora defi­ni­tivi. 36,5% per il Syriza con 150 seggi, 27,7% per i con­ser­va­tori della Nea Dimo­kra­tia con 76 seggi. Al terzo posto i nazi­sti di Alba dorata (Chrysi Avghi) con 6,3% e 17 seggi, il Fiume (To Potami) con 5,9% e 16 seggi, i comu­ni­sti del Kke con 5,6% e 15 seggi, il Pasok con 4,8% e 13 seggi e i Greci indi­pen­denti (Anel) con 4,7% e 13 seggi.

Non sono riu­sciti a supe­rare la soglia del 3% e riman­gono fuori dal par­la­mento il Movi­mento dei socia­li­sti demo­cra­tici, fon­dato dall’ ex pre­mier Yor­gos Papan­dreou (2,5%, la Sini­stra demo­cra­tica, gia com­po­nente del Syriza e ex part­ner del governo di coa­li­zione di Anto­nis Sama­ras (0,5%) e Antar­sya, for­ma­zione della sini­stra (0,6%).

Oltre alla pre­oc­cu­pa­zione che ha pro­vo­cato a tutti il man­te­ni­mento della forza elet­to­rale dei nazi­sti, la domanda che si poneva fino a tarda serata era se Syriza sarebbe riu­scita a for­mare un governo mono­co­lore e in secondo luogo se Ale­xis Tsi­pras avrebbe pre­fe­rito una mag­gio­ranza debole (150–151 seggi sui 300) e la dimi­nu­zione della sua forza di trat­tat­tiva nei con­fronti dei cre­di­tori inter­na­zio­nali, oppure una col­la­bo­ra­zione con un’ altra forza poli­tica che di fatto avrebbe limi­tato la sua forza poli­tica nell’applicazione del suo programma. «Faremo un altro invito al Kke» ha detto Dimi­tris Stra­tou­lis, diri­gente del Syriza, «ma se con­ti­nuano a rispon­dere nega­ti­va­mente, trat­te­remo con altre forze politiche».

Secondo fonti di Syriza, la sini­stra radi­cale esclude ogni col­la­bo­ra­zione con le forze pro-memorandum (Nea Dimo­kra­tia, Pasok, To Potami), lasciando aperta l’ even­tua­lità di una coo­pe­ra­zione con i Greci indi­pen­denti, il par­tito di destra nazio­na­li­stico, l’ unico ad essere chia­ra­mente anti-memorandum.

A parte le even­tuali alleanze post-elettorali, a sen­tire i diri­genti di spicco del Syriza ai talk-show tele­vi­sivi «i greci, e non solo quei che hanno votato per la sini­stra radi­cale, hanno preso una grande boc­cata di ossi­geno». Non certo tutti, ma almeno una parte sono con­sa­pe­voli delle dif­fi­coltà, che il nuovo governo dovrà affron­tare; ma a sen­tire que­sta gente che ieri gri­dava vit­to­ria per le strade di Atene, «Tsi­pras durante i nego­ziati con la troika avra un ottimo alleato».

Piena sod­di­sfa­zione tra gli atti­vi­sti della «Bri­gata kali­mera» radu­nata in piazza Kla­th­mo­nos nel pieno cen­tro di Atene. Smen­tita la tele­fo­nata di Mat­teo Renzi a Tsi­pras, men­tre la prima rea­zione da Ber­lino è arri­vata da Jens Weid­mann, pre­si­dente della Bun­de­sbank, la Banca cen­trale tede­sca, da sem­pre custode del rigore del bilan­cio e avver­sa­rio di Mario Dra­ghi, il quale ha detto con toni minac­ciosi che «gli aiuti eco­no­mici verso Atene con­ti­nue­ranno sol­tanto se la Gre­cia rispetta i patti». La rispo­sta di Syriza è stata imme­diata. «Par­le­remo e trat­te­remo a livello poli­tico con la lea­der­ship euro­pea, non con i suoi rap­pre­sen­tanti» ha detto ieri il vice-presidente dell’ euro­par­la­mento, Dimi­tris Papa­di­mou­lis, anti­ci­pando l’ atteg­gia­mento del nuovo governo di Atene nei con­fronti della troika (Fmi, Ue, Bce).

Il risul­tato otte­nuto dalla Nea Dimo­kra­tia dif­fi­cil­mente sarà gestito dal pre­mier uscente Anto­nis Sama­ras. Sama­ras ha usato un lin­guag­gio nazio­na­li­stico adot­tato pure da Alba dorata, come per esem­pio lo slo­gan della cam­pa­gna elet­to­rale «patria, reli­gione, fami­glia» che ha fatto allon­ta­nare molti elet­tori di destra. Pro­blemi e lamen­tele si sono sen­tite ieri anche nel quar­tier gene­rale dei socia­li­sti del Pasok. Il vice-presidente del governo di coa­li­zione e lea­der del Pasok, Evan­ghe­los Veni­ze­los pro­ba­bil­mente si allon­ta­nerà, ma «non come scon­fitto» secondo i suoi stretti collaborattori.

ESPLODE LA GIOIA DELL’ALTRA EUROPA
di Jacopo Rosatelli


L’Unione euro­pea è quella del ten­done di piazza Klaf­th­mo­nos, dove Syriza ha chia­mato a rac­colta i suoi soste­ni­tori. Pieno all’inverosimile, caldo quasi insop­por­ta­bile, pochi istanti prima delle 7 ore locale la ten­sione si taglia con il col­tello: facce con­cen­trate, cenni di inco­rag­gia­mento reci­proco. Poi l’annuncio degli exit polls, e ci si scio­glie in un abbrac­cio collettivo.

Greci, tede­schi, spa­gnoli, fran­cesi, inglesi, ita­liani, e chissà da quante altre parti del Vec­chio con­ti­nente: un enorme, corale urlo di gioia can­cella l’ansia e la fatica. Ora si può festeg­giare. Esi­ste un’altra Europa, è quella che si è data appun­ta­mento qui, nel cen­tro di Atene.

«Que­sto è uno di quei momenti in cui si dimo­stra che anche i pic­coli pos­sono fare la sto­ria, pos­sono cam­biare il mondo» ci dice subito, tra lacrime di gioia, Raf­faella Bolini, l’infaticabile orga­niz­za­trice della Bri­gata Kali­mera e di mille altre avven­ture poli­ti­che inter­na­zio­nali. «C’è chi ha iro­niz­zato sul nostro viag­gio per cri­ti­carci, ma noi siamo venuti a immer­gerci nella realtà greca: non tor­ne­remo in Ita­lia uguali a come era­vamo alla par­tenza, per­ché que­sta espe­rienza ci ha dav­vero arric­chiti», afferma una rag­giante Rosa Rinaldi, tra le prin­ci­pali arte­fici del «mira­colo» della fon­da­men­tale rac­colta firme in Valle d’Aosta per la lista delle euro­pee. «Ora la spe­ranza si mate­ria­lizza: vale per i greci, ma vale anche per noi, per­ché Syriza al governo ad Atene signi­fica una rivo­lu­zione demo­cra­tica per l’intera Europa. Per­sino il nostro pusil­la­nime pre­mier Mat­teo Renzi potrà ora avere più mar­gini di mano­vra nei con­fronti dei part­ner con­ti­nen­tali, e a noi a sini­stra spetta il com­pito di costruire una vera alter­na­tiva di società: senza copiare modelli di altri Paesi, ma cogliendo la straor­di­na­ria occa­sione di que­sto momento», con­clude Rinaldi.

«Il mes­sag­gio di dome­nica sera – riflette Maso Nota­rianni, anima dell’Altra Europa a Milano – è che nella sini­stra ita­liana dob­biamo final­mente abban­do­nare un atteg­gia­mento mino­ri­ta­rio ancora troppo dif­fuso: qui in Gre­cia ci dimo­strano che si può fare. Biso­gna essere con­vinti che un’utopia può diven­tare realtà».

La sod­di­sfa­zione in piazza Klaf­th­mo­nos è ovvia­mente di tutti, indi­pen­den­te­mente dalla nazionalità. Cia­scuno ha però un com­pito diverso nel pro­prio Paese.

In Spa­gna lo sce­na­rio poli­tico più simile a quello greco: «La svolta nella poli­tica euro­pea è pos­si­bile. La sfida per noi è pren­dere ad esem­pio Syriza e met­tere da parte per­so­na­li­smi o divi­sioni infon­date, con­cen­tran­doci nella cosa più impor­tante, che è unire le forze», ragiona Alberto Gar­zón, il nuovo (e gio­vane) lea­der di Izquierda unida. Il mes­sag­gio che invia dal ten­done ate­niese è diretto a Pode­mos, che finora nic­chia sulla pos­si­bi­lità di costruire un car­tello uni­ta­rio alle ele­zioni di autunno.

Parole simili da Enest Urta­sun, bril­lante euro­de­pu­tato della sini­stra eco­lo­gi­sta cata­lana, «pon­tiere» fra i Verdi e il gruppo del Gue (Sini­stra uni­ta­ria euro­pea) nel par­la­mento di Stra­sburgo: «La scelta giu­sta è quella fatta a Bar­cel­lona per le pros­sime muni­ci­pali: lista uni­ta­ria di tutti quelli che si bat­tono con­tro l’austerità».  Di diverso avviso è l’attivista di Pode­mos Ramón Arana: «non voglio alleanze con i par­titi del ‘vec­chio sistema’, ma parlo a titolo per­so­nale». Pen­sio­nato 64enne, Ramón è venuto ad Atene da Madrid «per assi­stere alla presa della Basti­glia del ven­tu­ne­simo secolo».

I tede­schi della Linke – muniti di car­telli ine­qui­vo­ca­bili: «La nuova Europa comin­cia in Gre­cia» – usano toni meno enfa­tici, ma la sostanza è la stessa: niente potrà essere più come prima. «La can­cel­liera Angela Mer­kel dice sem­pre che non ci sono alter­na­tive alle attuali poli­ti­che, ma la vit­to­ria di Syriza mostra che è falso» ci dice Katha­rina Dahme della dire­zione nazio­nale del par­tito. «Il nostro com­pito sarà mostrare ai cit­ta­dini del nostro Paese che la poli­tica del nuovo governo di Atene non sarà solo nell’interesse dei greci, ma anche dei lavo­ra­tori in Ger­ma­nia, che hanno biso­gno di salari più alti e di una poli­tica sociale dif­fe­rente», con­clude la diri­gente del prin­ci­pale par­tito dell’opposizione tedesca.
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