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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 25 aprile 2014

Per un’Europa che non sia delle multinazionali

La vicenda della Thyssen di Torino rimane aperta sul piano giudiziario, ma è chiarissima sul piano della politicase è a questa che spetta trasformare la domanda di equità in regole di giustizia. «I mana­ger devono tener conto della sicu­rezza nei luo­ghi di lavoro in qua­lun­que delle loro deci­sioni, com­prese le chiu­sure degli impianti, per­ché la vita umana non è meno impor­tante dei fat­tu­rati e dei bilanci». Il manifesto, 25 aprile 2014 

Se i giu­dici della Cas­sa­zione accet­te­ranno la richie­sta del pg, la strage di lavo­ra­tori della Thys­sen di Torino sarà giunta a giu­di­zio defi­ni­tivo con la con­ferma delle con­danne e l’individuazione delle respon­sa­bi­lità già accla­rate nei gradi di giu­di­zio pre­ce­denti e pur­troppo deru­bri­cata in appello dall’omicidio volon­ta­rio all’omicidio col­poso con colpa grave. Il giu­di­zio defi­ni­tivo non può lenire il dolore delle fami­glie o col­mare il vuoto per la per­dita dei loro cari e dei com­pa­gni di lavoro. E non rimuove quell’onda di emo­zione che si pro­pagò nell’intero paese per quelle morti ope­raie sul lavoro, di quasi l’intera squa­dra addetta alla linea di deca­pag­gio N 5, unico super­stite l’operaio Anto­nio Boc­cuzzi, in una fab­brica che stava chiu­dendo per le scelte di posi­zio­na­mento inter­na­zio­nale della mul­ti­na­zio­nale tede­sca.

Resta il ram­ma­rico per il ten­ta­tivo di Raf­faele Gua­ri­niello, ardito per il diritto vigente, ma di grande con­tem­po­ra­neità per come le imprese mul­ti­na­zio­nali glo­ba­liz­zate costrui­scono oggi le loro deci­sioni di ter­ri­to­ria­liz­za­zione dei pro­dotti e i loro bud­get di spesa. Attra­verso l’accusa di omi­ci­dio volon­ta­rio il pro­cu­ra­tore di Torino ha cer­cato di respon­sa­bi­liz­zare i mana­ger, che devono tener conto della sicu­rezza nei luo­ghi di lavoro in qua­lun­que delle loro deci­sioni, com­prese le chiu­sure degli impianti, per­ché la vita umana non è meno impor­tante dei fat­tu­rati e dei bilanci. Non diciamo que­sto per spi­rito ven­di­ca­tivo, ma per­ché nelle pie­ghe di quella inchie­sta si evi­den­zia come la scelta della dismis­sione avesse com­por­tato anche la mas­si­miz­za­zione dei risparmi e lo sfrut­ta­mento di que­gli impianti fino all’ultima uti­lità dell’impresa, sca­ri­cando sulla dispo­ni­bi­lità dei lavo­ra­tori, ricat­ta­bili con gli ultimi salari dispo­ni­bili prima della ces­sa­zione dell’attività, rischi inac­cet­ta­bili.

Infine, que­sta vicenda segnala come serva un’altra Europa che metta al cen­tro le per­sone oltre e prima della finanza e dei pro­fitti, anche con leggi e diritti nei luo­ghi di lavoro che impe­di­scano alle mul­ti­na­zio­nali di acqui­sire van­taggi com­pe­ti­tivi rispar­miando sulla sicu­rezza: se a Torino ci fos­sero stati gli impianti antin­cen­dio che erano in fun­zione in Ger­ma­nia, sette ope­rai sareb­bero ancora vivi.
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