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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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lunedì 28 aprile 2014

La rimozione elettorale

«La rimozione delle prossime scadenze elettorali evoca lo stesso problema. La stessa tendenza. Il declino del territorio. O meglio: la perdita dei riferimenti territoriali». La Repubblica, 28 aprile 2014

Manca meno di un mese alle elezioni. Riassunte, nel dibattito pubblico, dal voto europeo. E, insieme, politico. Italiano. Perché non c’è voto, in Italia, che non abbia effetti sul piano politico nazionale. Così la consultazione del 25 maggio sembra ridursi a due quesiti. Pro o contro l’Europa — e, in primo luogo, l’euro. Pro o contro Renzi — e, di conseguenza, pro o contro Grillo. Ci si dimentica che il 25 maggio avranno luogo anche altre elezioni.Non irrilevanti, per numero e importanza. Si voterà, infatti, anche per eleggere i sindaci e i consigli in oltre 4000 comuni, quasi la metà di quelli italiani. Tra questi, 27 capoluoghi di provincia e 14 città con oltre 100 mila abitanti. Inoltre, si eleggeranno il Presidente e il Consiglio di due Regioni: il Piemonte e l’Abruzzo.

Dunque, in Italia si voterà per l’Europa, ma anche per numerosi Comuni e due Regioni. Ma è significativo che molti non lo sappiano. L’alto grado di incertezza rivelato dai sondaggi, insieme al peso delle astensioni, inoltre, riflette anche un elevato livello di non conoscenza. Difficile chiedere agli intervistati se e per chi voteranno, quando molti di loro non sanno per che e per chi saranno chiamati a votare. D’altronde, la campagna elettorale non è ancora partita. Nelle strade non si vedono manifesti. Né volantini, nelle cassette postali. Tanto meno si incontrano volontari, nelle strade e nei mercati. Ma questa è un’altra storia. Riguarda la scomparsa della politica sul territorio. Anche se, in fondo, la rimozione delle prossime scadenze elettorali evoca lo stesso problema. La stessa tendenza. Il declino del territorio. O meglio: la perdita dei riferimenti territoriali.

Vent’anni fa avveniva esattamente il contrario. I sindaci erano i nuovi sovrani. I veri capi della Nuova Repubblica. Eletti direttamente dal popolo. Insieme ai presidenti di Provincia. Come sarebbe avvenuto, negli anni a seguire, anche per i presidenti di Regione, pretenziosamente ri-nominati, per analogia con gli Usa, Governatori. Vent’anni fa: il territorio veniva agitato come una bandiera. Come il federalismo. Marcava la lotta contro lo Stato centrale. E contro il vecchio ceto politico. Contro i partiti “romani”. In fondo, lo stesso Berlusconi, anche se aveva definito il suo partito personale Forza “Italia”, era il capo di Forza “Milano”, in marcia “contro Roma” insieme alla Lega “Nord”. La sinistra, invece, appariva minoritaria, perché anch’essa localizzata, fin troppo, all’interno degli stessi confini di un tempo. Le regioni rosse dell’Italia centrale. Una sorta di Lega Centro (per citare Marc Lazar). Quest’Italia dei Comuni e delle Regioni aveva la sua cornice naturale nell’Europa. L’Italia: il Paese più europeista d’Europa. E al tempo stesso il più localista e antistatalista. Anzi: proprio per questo. Tanto più europeista — e localista — in quanto più lontano e disincantato nei confronti dello Stato.

Ebbene, in vent’anni, tutto sembra cambiato. E, senza quasi accorgersene, gli italiani hanno perduto fiducia nel territorio. In tutti i principali ambiti di governo locale. Basta tornare all’ultimo Rapporto su “ gli italiani e lo Stato” ( dicembre 2013). Da cui emerge il calo (meglio sarebbe dire: il collasso) della fiducia verso i Comuni. Oggi “stimati” da circa il 30% dei cittadini. Cioè: quasi 20 punti in meno rispetto a fine anni Novanta. Mentre la fiducia verso le Regioni, nello stesso periodo, si è dimezzata e oggi supera, di poco, il 20%. Così, non deve stupire la rimozione delle elezioni amministrative, che si coglie in questa fase. Rispecchia la progressiva marginalità dei governi locali nel sentimento dei cittadini. Che non ha paragoni, negli altri Paesi europei. Visto che la fiducia nei confronti dei Comuni e delle Regioni, in Italia, risulta, di gran lunga, la più bassa in un’indagine condotta anche in Francia, Spagna, Germania e GB ( Pragma per l’Oss. Europeo sulla Sicurezza di Demos, Oss. Pavia e Fondazione Unipolis, gennaio 2014).

Abbiamo, dunque, perduto il nostro “ancoraggio” al territorio. E i partiti territoriali, non a caso, galleggiano faticosamente. Non solo la Lega, ma anche Forza Italia, pardon: Forza Milano. I quali, non per caso, per sopravvivere si affidano al sentimento anti-territoriale. O meglio anti-europeo. D’altronde, la fiducia nella Ue è crollata, quanto e più di quella verso i governi locali. Oggi è scesa intorno al 28%. Oltre 20 punti meno rispetto a dieci anni fa. Circa la metà rispetto alla Germania, ma 10 punti in meno anche rispetto alla Spagna (Oss. Europeo sulla Sicurezza). Così, ci ritroviamo senza riferimenti territoriali. Abbiamo perduto la fede nei Comuni e nelle Regioni. Mentre delle Province ci siamo sbarazzati senza neppure discuterne, a livello sociale. Cancellate, come una voce di spesa, un capitolo della spending review. Senza rimpianti e senza proteste. Il federalismo, d’altronde, chi l’ha visto? Tuttavia, ci sentiamo lontani e delusi anche dall’Europa. A cui restiamo attaccati solo per paura. Di quel che ci potrebbe capitare se ne restassimo fuori. Non per questo abbiamo recuperato fiducia nello Stato. Anzi. Lo Stato è un participio passato. Perché oggi esprime fiducia (si fa per dire…) nei suoi confronti circa il 13% dei cittadini. Cioè: quasi nessuno. Così non ci dobbiamo sorprendere se, per paradosso, il leader politico più popolare, oggi, Matteo Renzi, è stato sindaco e, prima, presidente di Provincia. Né che la maggioranza dei veneti si dica d’accordo con la rivendicazione di indipendenza. Perché Renzi appare un capo. Senza partito — e senza territorio. Mentre l’indipendenza veneta non evoca una patria diversa e alternativa. Ma l’in-dipendenza dallo Stato e da ogni altra istituzione territoriale. Comune o Regione. Per non parlare delle Province, che non esistono più. Oltre che dall’Europa.

Un non-popolo senza patrie. Senza identità. Un Paese di apolidi. A questo rischiamo di ridurci, se non tentiamo, almeno, di resistere all’abolizione del territorio. Non solo dall’orizzonte (geo) politico. (A proposito: la Crimea da che parte sta?) Ma dal nostro “limes personale”. Dal nostro linguaggio. Dalle mappe che orientano la nostra vita quotidiana.
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