responsive_m

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

INVERTIRE LA ROTTA

CONTRORIFORMA URBANISTICA

DAI MEDIA

VENEZIA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

giovedì 24 aprile 2014

Il Rana Plaza e i banditi globali

«24 aprile 2013, un anno fa a Dacca crollava il Rana Plaza, un edificio-fabbrica. 1.138 morti, centinaia di invalidi, un solo colpevole. Mentre i grandi marchi, anche italiani, non risarciscono le vittime». Il manifesto, 24 aprile 2014 (m.p.r.)

C'è una pic­cola foto­gra­fia che gira in tutte le reda­zioni dei gior­nali asia­tici. È del 2012 e raf­fi­gura un par­la­men­tare dell’Awami Lea­gue, il ram­pante Towhid Jung Murad, che bacia in testa Sohel Rana, il pro­prie­ta­rio del Rana Plaza di Dacca, un palaz­zone malan­dato di otto piani più uno in costru­zione che, la mat­tina del 24 aprile del 2013, implode su se stesso come se venisse col­pito dall’urto di un ter­re­moto. Un «urto» che uccide più di mille per­sone. Il pro­prie­ta­rio Sohel Rana, desti­nato nel giro di pochi giorni a cadere, come il suo palazzo, dalle stelle alla pol­vere, diventa il volto del cat­tivo accu­sato di strage ma, anche gra­zie a quella foto, emerge il det­ta­glio di un antico soda­li­zio tra poli­tici e spe­cu­la­tori, par­la­men­tari e affa­ri­sti, «thug» (ban­diti) che la fanno franca gra­zie a chi dà una mano a far tim­brare le carte. Anche quelle di palaz­zi­nari senza per­messi, con mate­riali sca­denti e una solerte rapi­dità edi­li­zia che gode del grande boom che ha inve­stito il Paese, tanto da aver fatto del set­tore tes­sile la prima voce dell’export bangladese.

Oggi Sohel Rana però amici non ne ha più. Lui che era un gio­vane ram­pante atti­vi­sta del brac­cio gio­va­nile del par­tito al potere e che, gra­zie alle sue ami­ci­zie anche poli­ti­che, era diven­tato un ras di Savar, zona peri­fe­rica della capi­tale, adesso fa i conti con inqui­renti che sono andati a spul­ciare nei per­messi, nelle licenze, nei pezzi di carta. Jung Murad, che un anno prima lo baciava in testa, è invece corso tra i primi sul luogo della tra­ge­dia: cami­cia verde ben sti­rata e piglio da con­su­mato arrin­ga­tore, lo si vede immor­ta­lato men­tre, come un po’ tutti han fatto, chiede giu­sti­zia per le vit­time. Meglio tacere del fatto che Savar è il suo regno e che Rana era tra i suoi ami­chetti. Quella foto imba­raz­zante è del resto una delle tante che ha rico­struito i det­ta­gli di quella tra­ge­dia, costata la vita a 1.138 per­sone e che ha lasciato cen­ti­naia di malati e inva­lidi. Oltre a cen­ti­naia di fami­glie senza impiego per­ché, dice oggi chi lavo­rava al Rana Plaza, se hai quel mar­chio addosso non lavori più. Sohel pagherà per tutti?

Un’altra foto fa luce su altri det­ta­gli. C’è un angolo buio che non riguarda solo il sot­to­bo­sco mafioso di Savar e le sue impli­ca­zioni con la classe alta che ha i ram­polli in par­la­mento e una mano­va­lanza ben nutrita a pre­si­diare il ter­ri­to­rio. Sul luogo del delitto c’è un lato scuro, illu­mi­nato dallo scatto del repor­ter, che chiama in causa respon­sa­bi­lità che stanno a 10mila chi­lo­me­tri da Savar. In Ame­rica, Canada, Europa. Per­sino a Tre­viso, sede della mul­ti­na­zio­nale dall’italico cuore di nome Benetton. La foto illu­mina dei dan­na­tis­simi pezzi di carta: ordini, fat­ture, anno­ta­zioni su stoffe, asole, bot­toni.

Ci son nomi alti­so­nanti con cui col­la­bo­rano le fab­bri­che ospi­tate al Rana Plaza. Illu­mina la glo­ba­liz­za­zione che in Ban­gla­desh mostra uno dei suoi lati meno ecci­tanti e gla­mour. Può suc­ce­dere: che ne sap­piamo di come si regola il nostro omo­logo a migliaia di chi­lo­me­tri di distanza? Ma il pro­blema viene dopo. Ammesso, obtorto collo, di essere coin­volti nel lavoro non tanto solare che si svol­geva a ritmo con­ti­nuo al Plaza, ora biso­gna pagare. Qual­cuno lo fa. Qual­cuno no. Qual­cuno firma l’accordo sulla sicu­rezza nelle fab­bri­che, qual­cuno invece fa orec­chie da mer­cante su un altro accordo che vin­cola le aziende a rifon­dere le vit­time. C’è chi sce­glie la strada indi­vi­duale: un po’ di quat­trini a qual­che cha­rity che si occupi di ripu­lire l’immagine…

Per essere chiari e venire ai fatti, nono­stante sia stato siglato un accordo tra mar­chi, governo, sin­da­cati e Ong sotto l’egida delle Nazioni unite per pre­di­sporre un pro­gramma di risar­ci­mento delle fami­glie, il Donor Trust Fund volon­ta­rio, isti­tuito per rac­co­gliere le dona­zioni, è a secco. Un anno dopo il crollo i mar­chi e i distri­bu­tori hanno con­tri­buito con soli 15 milioni di dol­lari, appena un terzo dei 40 milioni neces­sari. Sul libro nero ci sono tre società ita­liane: Benet­ton, Mani­fat­tura Corona e Yes Zee.

Oggi in Ita­lia ci saranno Flash­Mob a Firenze, Milano e Tre­viso. Altre azioni sparse per il mondo. A Dacca lavo­ra­tori e sin­da­ca­li­sti ricor­de­ranno tutti coloro che hanno perso la vita quel dan­nato 24 aprile.
Show Comments: OR