responsive_m

23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

giovedì 17 aprile 2014

Il Circo Massimo? Bello senza i Rolling Stones

Intervista con Rita Paris, responsabile dell’area archeologica del Parco dell’Appia Antica. «Non siamo dei conservatori, ma non è vero che per rendere attraenti i monumenti dobbiamo chiamare soltanto i Rolling Stones». Il manifesto, 17 aprile 2014

Fino a giu­gno, il Museo Nazio­nale Romano di Palazzo Mas­simo alle Terme ospi­terà una fan­ta­sma­go­rica ras­se­gna dedi­cata ai mostri e alle crea­ture fan­ta­sti­che nella mito­lo­gia antica. Tutti pre­senti gli incubi dell’uomo clas­sico: dal mino­tauro alle arpie, pas­sando per la chi­mera. In cata­logo, manca ovvia­mente il biblico levia­tano, sim­bolo di quello Stato onni­pre­sente, lento e oppri­mente, denun­ciato da Tho­mas Hob­bes. Lo scorso mese, un arti­colo di Gio­vanni Valen­tini su Repub­blica è parso evo­carlo, quel mon­strum, a pro­po­sito dell’amministrazione pub­blica della cul­tura: sarebbe soprat­tutto la buro­cra­zia delle soprin­ten­denze ciò che «imbri­glia il recu­pero e la valo­riz­za­zione del nostro patri­mo­nio cul­tu­rale, con­tri­buendo così a con­ge­lare la modernizzazione».

Imme­diata l’alzata di capo degli archeo­logi, che hanno rea­gito lan­ciando un appello attra­verso il sito Patri­mo­nio sos. Tra le tante firme, tro­viamo quella di Rita Paris, con­si­gliere comu­nale eletta nella Lista Civica Marino Sin­daco e respon­sa­bile dell’area archeo­lo­gica del Parco dell’Appia Antica. La incon­triamo nel suo uffi­cio di Palazzo Mas­simo, sede museale che dirige dal 2005.

Qual­cosa non va nelle soprintendenze?

La strut­tura per la quale lavo­riamo deve essere miglio­rata: noi stessi ne par­liamo ormai da anni. Non è tut­ta­via giu­sto descri­vere le soprin­ten­denze come car­roz­zoni otto­cen­te­schi. Innan­zi­tutto, sono pas­sate con suc­cesso a gestire finan­zia­menti, anche con­si­stenti, appli­cando la nor­ma­tiva sui lavori pub­blici, estre­ma­mente com­plessa per stu­diosi costretti a con­fron­tarsi con scavi e restauri alla stre­gua di opere edili quali via­dotti e auto­strade. Ci hanno quindi chie­sto di infor­ma­tiz­zare il nostro patri­mo­nio cono­sci­tivo: l’abbiamo fatto. Allo stesso modo ottem­pe­riamo alla legge 241 sulla tra­spa­renza degli atti: rispet­tiamo in pieno i tempi, rispon­dendo sem­pre all’attenzione pubblica.

Che le soprin­ten­denze siano anti­che, que­sto è un altro discorso. In effetti sono nate ancora prima del mini­stero, quando erano com­prese all’interno della Dire­zione gene­rale per le anti­chità e belle arti, dipen­dente dalla Pub­blica istru­zione. Da allora, sono le soprin­ten­denze di set­tore — archeo­lo­gi­che, storico-artistiche, archi­tet­to­ni­che e pae­sag­gi­sti­che — gli uffici peri­fe­rici pre­senti sul ter­ri­to­rio, che pre­si­diano e con­trol­lano seguendo le forme di pia­ni­fi­ca­zione ela­bo­rate dagli enti locali, dai piani rego­la­tori ai piani ter­ri­to­riali pae­si­stici. Fran­ca­mente, non rie­sco a imma­gi­nare da quale strut­tura pos­sano essere sostituite.

Una grande rivo­lu­zione fu, nel 1993, la legge Ron­chey sui ser­vizi aggiun­tivi: prima custode e bigliet­taio erano la stessa per­sona; adesso bigliet­te­ria, book­shop, e punti di ristoro sono gestiti a parte. Le soprin­ten­denze hanno defi­ni­ti­va­mente rivolto la loro atten­zione agli aspetti gestio­nali e di valo­riz­za­zione della fun­zione pub­blica, con­cen­tran­dosi sulle nuove esi­genze didat­ti­che e comu­ni­ca­tive. I luo­ghi della cul­tura si sono aperti a un mondo diverso, non solo specialistico.

Un luogo comune, tut­ta­via, insi­ste nel riba­dire che siete troppo auto­re­fe­ren­ziali e dovre­ste aprirvi ancora di più all’esterno.

Per quanto riguarda la ricerca di spon­so­riz­za­zioni, non è vero che siamo sol­tanto con­ser­va­tori. Anzi, manca poco che fac­ciamo i butta-dentro: quelli che pur di ren­dere attraenti i nostri musei, pur di avere mag­giori visi­ta­tori si mostrano dispo­ni­bili a orga­niz­zare tipi di eventi che non hanno molto a che vedere con l’archeologia. Non è il caso di Musei in musica, Una notte al museo, la Set­ti­mana della cul­tura, ini­zia­tive che pos­sono attrarre un pub­blico diverso che altri­menti non si sarebbe mai acco­stato all’arte antica. I Rol­ling Sto­nes, però, sono ecces­sivi, anche per­ché il Circo Mas­simo non ha biso­gno di visibilità.

Quali sono, quindi, i limiti e le cri­ti­cità prin­ci­pali delle soprintendenze?

Abbiamo una serie di figure pro­fes­sio­nali entrate con una qua­li­fica direttivo-apicale; se non fai un con­corso, lì ti fermi. La nostra è una strut­tura pira­mi­dale con un diri­gente e diversi diret­tori che hanno degli inca­ri­chi spe­ci­fici presso monu­menti, pezzi di ter­ri­to­rio, musei. Una strut­tura del genere, con tali respon­sa­bi­lità, meri­te­rebbe un rico­no­sci­mento diverso. Lo sti­pen­dio di un diret­tore di museo, invece — Uffizi com­presi — arriva al mas­simo a 1800 euro. È un inca­rico che, come ti viene dato, così ti viene tolto: oggi sei il diret­tore della Gal­le­ria Bor­ghese, domani puoi lavo­rare altrove. Non hai un’indennità di fun­zione a fronte della mole di impe­gni e respon­sa­bi­lità richie­ste, delle com­pe­tenze neces­sa­rie per gestire rap­porti con le isti­tu­zioni nazio­nali e internazionali.

Così non si può con­ti­nuare a lavo­rare: se ancora resi­stiamo, è per­ché abbiamo intro­dotto nel lavoro qual­cosa che va oltre l’idea di con­tratto. È pro­prio la pas­sione, il tra­sporto, l’enorme senso di respon­sa­bi­lità che ha fatto dimen­ti­care a chi ci governa quanto la nostra con­si­de­ra­zione sia ina­de­guata al ruolo svolto. Tutti lavo­riamo nor­mal­mente dodici ore al giorno, distri­can­doci tra aspetti gestio­nali e ammi­ni­stra­tivi, senza dimen­ti­care la ricerca scien­ti­fica: non pos­siamo smet­tere di stu­diare per restare al passo con l’impegno scien­ti­fico che gli acca­de­mici pos­sono affron­tare. Se non studi, non puoi orga­niz­zare una mostra né gestire un museo: non hai la pos­si­bi­lità di redigere un cata­logo, scri­vere le dida­sca­lie, orga­niz­zare atti­vità didattiche.

Sem­brano le stesse richie­ste degli inse­gnanti. E se le soprin­ten­denze le abolissero?

L’età media delle sovrin­ten­denze è di 57 anni. In alcune regioni sono state immesse forze gio­vani; a Roma e nel Lazio no. Da anni ormai non entra un fun­zio­na­rio nuovo al quale tra­smet­tere la nostra espe­rienza, giu­sto per pas­sare la staf­fetta. Nello Stato non c’è car­riera: ci sono degli interni di livelli infe­riori che non cre­scono, altri pro­prio non entrano. Le dichia­ra­zioni del mini­stro, finora, da un lato par­lano del ricorso a pri­vati, dall’altro di una spen­ding review che sicu­ra­mente va ope­rata, ma non certo qui, dove sarebbe quanto meno rischiosa e con­tro­pro­du­cente. Se si tol­gono risorse alle soprin­ten­denze, si impo­ve­ri­sce irri­me­dia­bil­mente il rap­porto dello Stato con i luo­ghi della cul­tura sul territorio.

Una delle obie­zioni più fre­quenti sostiene che lo Stato non possa far­cela a gestire da solo il nostro patri­mo­nio cul­tu­rale. Biso­gne­rebbe con­cede mag­giore spa­zio ai privati?

Dav­vero non si capi­sce cosa si intende oggi per pri­vati, per­ché ci sono sem­pre stati. Già nel ’94 avevo imma­gi­nato una mostra — Dono Hart­wig, ori­gi­nali ricon­giunti e copie tra Roma e Ann Arbor in Michi­gan — che riu­niva fram­menti scul­to­rei del Tem­plum Gen­tis Fla­viae finiti all’inizio del ’900 sul mer­cato anti­qua­rio. L’operazione fu por­tata avanti gra­zie al con­tri­buto di uno spon­sor pri­vato: l’Eni. È fon­da­men­tale, tut­ta­via, sot­to­li­neare quello che sem­bra ovvio: deve essere lo Stato a soprin­ten­dere. Ulti­ma­mente abbiamo avuto con­tri­buti di pri­vati a titolo diverso: nel caso della Pira­mide Cestia e della Fon­da­zione Pac­kard a Erco­lano, si è trat­tato di ero­ga­zioni libe­rali e di atti di mece­na­ti­smo che non hanno chie­sto nulla in cam­bio se non il pub­blico rico­no­sci­mento e rin­gra­zia­mento; nel caso del Colos­seo, si è andati un po’ oltre. Quello che conta, tut­ta­via, è il pro­ce­di­mento: i pri­vati ver­sano i soldi nelle casse dello Stato e, quindi, delle soprin­ten­denze; que­ste, infine, pro­ce­dono a rea­liz­zare i pro­getti atte­nen­dosi rigo­ro­sa­mente alle pro­ce­dure di legge. Nes­sun pri­vato può dire diret­ta­mente: «io voglio occu­parmi dei restauri al Colosseo».

Non pensa che l’opinione pub­blica possa fati­care a com­pren­dere le vostre ragioni?

Al con­tra­rio, penso che a volte i cit­ta­dini siano per­fino più esi­genti di noi, fino a pre­ten­dere di più di quello che si possa effet­ti­va­mente dare. Per esem­pio, anni fa, un limi­tato scavo pre­ven­tivo in occa­sione della costru­zione di un edi­fi­cio in via Padre Seme­ria, all’Eur, aveva resti­tuito alcune testi­mo­nianze anti­che. In seguito, il palazzo non si fece più e lo scavo rimase a lungo in stato di abban­dono, fin­ché noi non chie­demmo il rin­terro per garan­tirne la pro­te­zione: la migliore forma di conservazione.

I cit­ta­dini quasi insor­sero. Insomma, da un lato si accu­sano le soprin­ten­denze di essere da osta­colo al pro­gresso, dall’altro ogni ritro­va­mento archeo­lo­gico fini­sce per sca­te­nare una sorta di orgo­glio locale. Se l’Italia asse­gna all’intero patri­mo­nio cul­tu­rale della nazione uno 0,19%, è ovvio che il governo e gli ammi­ni­stra­tori con­ti­nuino a chie­dere con mag­giore forza il con­tri­buto dei pri­vati. La que­stione sta tutta qui.
Show Comments: OR