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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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giovedì 24 aprile 2014

Chiedono ’cos’è Tsipras’: un potente antidepressivo

«E' come se il bara­tro fra società e isti­tu­zioni si fosse repli­cato negli ordini sim­bolici che ci abi­tano, per­ché la deriva auto­ri­ta­ria delle riforme di Renzi e Ver­dini è forte di un desi­de­rio dif­fuso di delega asso­luta, non più di rap­pre­sen­tanza. Di affi­da­mento. Pro­vare il pro­dotto nuovo, vedere se que­sto fun­ziona». Il manifesto, 23 aprile 2014 (m.p.r.)


Porto a scuola un bel po’ di spil­lette della lista Tsi­pras. So che, anche solo per ami­ci­zia, due o tre euro per cia­scuna dai col­le­ghi li rac­colgo. Fanno sim­pa­tia quelli che ancora si impe­gnano in que­ste cose. Però in sala docenti una mi guarda e mi chiede chi è Tsi­pras. E va bene, si sa che la domanda cir­cola. A spie­garle un po’ di Syriza, mi accorgo che viene fuori una sorta di sini­stra arco­ba­leno e sono felice quando mi salva la fine della ricrea­zione. Ma la domanda inquie­tante la pone un altro col­lega che mi chiede ’Che cosa è Tsipras’

Pensa forse a una sigla, un acro­nimo di quelli miste­riosi, una medi­cina. Penso che esi­stono diverse Ita­lie una accanto all’altra. Forse anche una den­tro l’altra. Per­so­nali schi­zo­fre­nie culturali. Mal­grado tutto, quando si sta con ragazze e ragazzi il mondo sem­bra avere ancora un colore caldo, una pos­si­bi­lità di con­di­vi­sione, per­lo­meno delle domande, delle incer­tezze. Già il segno di un senso. Comune. Poi esci dall’aula e quell’altro senso comune ti fa sen­tire azze­rato, impo­tente, dispo­ni­bile a tutto, ad ingo­iare qua­lun­que deci­sione, basta che sia veloce, ope­ra­tiva. La “poli­tica” avrebbe perso legame con il popolo per­ché non decide, non fa. Non importa cosa. L’importante che sia azione — non teo­ria, non discorso.

Negli spazi rav­vi­ci­nati della nostra vita tra­sfor­ma­zioni mole­co­lari si sen­tono e sono signi­fi­ca­tive, mi sem­bra. L’essere uomini, l’essere donne, madri e padri nuovi — in cerca di un modo decente di essere se stessi, con tutti i casini che abbiamo den­tro. Per me è un fatto poli­tico che salva dal cata­stro­fi­smo. Ma è come se il bara­tro fra società e isti­tu­zioni si fosse repli­cato negli ordini sim­bo­lici che ci abi­tano, per­ché la deriva auto­ri­ta­ria delle riforme di Renzi e Ver­dini è forte di un desi­de­rio dif­fuso di delega asso­luta, non più di rap­pre­sen­tanza. Di affi­da­mento. Pro­vare il pro­dotto nuovo, vedere se que­sto fun­ziona. C’è biso­gno di crederci.

Pos­siamo anche par­lare con ragazzi in crisi maschile di come ci sia un altro modo pos­si­bile di essere uomini. Che la crisi del patriar­cato potrebbe essere una libe­ra­zione per noi tutti, mai all’altezza dei modelli vin­centi da incar­nare. Che appar­te­nere a un genere non è la con­danna a vita a un modello, ma un tes­suto di rela­zioni, padri e fra­telli orfani di Padre Asso­luto, con cui costruire libe­ra­mente la pro­pria sin­go­la­rità. E tut­ta­via fra qual­che set­ti­mana molti nostri stu­denti vote­ranno per la prima volta e si tro­ve­ranno a sce­gliere fra Ber­lu­sconi, Grillo e Renzi. Che fanno cul­tura anche se uno non vota. Modelli maschili pro­prie­tari, neo­feu­dali o popu­li­sti. Comun­que fuori da una dimen­sione oriz­zon­tale, rela­zio­nale, della poli­tica. L’uomo solo al comando, che regala Ici o euro in busta paga, che manda tutti a casa o torna al suo mondo — che non è quello dei poli­tici. E intanto si cir­conda di gio­vani ragazze, per­fetto gad­get com­mer­ciale di rap­pre­sen­tanza per il popolo.

Ma il pub­blico resta comun­que inquieto oggi. Accanto a quello che ti domanda ’Che cos’è Tsi­pras’, come pen­sasse a un nuovo far­maco, trovi un sacco di col­le­ghe e col­le­ghi che ti cer­cano, le spil­lette vanno a ruba. Dav­vero una spe­cie di anti­de­pres­sivo. Ce l’hai due tsi­pras? Addi­rit­tura qual­cuno ti dà 20 euro e dice, men­tre cer­chi il resto, Tieni tutto, qual­cosa voglio fare, non mi occupo di poli­tica da una vita. Certo, dà i soldi ma non viene alle riu­nioni, non par­te­cipa in qual­che modo. Perché? Io penso a un pro­blema di sen­ti­mento. Come se certi desi­deri si fos­sero “pri­va­tiz­zati”, ras­se­gnati alla soli­tu­dine, alla nostal­gia del futuro di un tempo. E non aves­sero più agi­bi­lità politica.

Su que­sto le tre aziende elet­to­rali lea­der hanno ragione. Hanno capito meglio da tempo. Non si tratta di pro­grammi o ana­lisi o com­pe­tenze. Chi lo cono­sce il pro­gramma di Renzi, chi chiede il suo pro­getto di società. E chi si è mai vera­mente fidato di Ber­lu­sconi. Le cose che scri­vono gli eco­no­mi­sti di sini­stra o i costi­tu­zio­na­li­sti sono ana­lisi note­voli. Spie­gano che c’è un’altra pos­si­bile uscita dalla crisi. Aprono quindi un oriz­zonte. Ma non mi sem­bra que­sto il punto. Il punto è dove tro­viamo l’energia, la spe­ranza per andare in quella dire­zione. Senza, niente e nes­suno si muove. C’è un altro desi­de­rio, un sen­ti­mento su cui poter rico­struire una cosa fati­cosa come la demo­cra­zia? Qual­cosa che dia senso non solo acca­de­mico o giu­ri­dico alla difesa della Costituzione?

Non si può fare solo appello alla razio­na­lità eco­no­mica con­tro l’emotività delle illu­sioni da mer­cato elet­to­rale: si rischia per­fino di restare impi­gliati nell’economicismo che si vor­rebbe denun­ciare. Peral­tro tipico della sini­stra. Forse dovremmo impa­rare dai miei stu­denti — pure tutt’altro che bril­lanti — che quando “lot­tano” mi sem­bra cer­chino di essere felici. Banal­mente, ma tutto som­mato anche poli­ti­ca­mente. Si pren­dono i loro spazi per stare insieme, cono­scersi, far sal­tare ritmi e soli­tu­dini della mega­mac­china sco­la­stica. Essere sin­go­lari senza essere soli.

Penso che dal 26 mag­gio, se l’esperienza dell’antidepressivo greco va anche solo benino, si dovrebbe ripar­tire da qui: dagli spazi di un’altra poli­ti­cità. Se ci si met­terà a con­tare quanti sono pas­sati di Sel o Prc o d’altro, è finita di nuovo. Ci saranno eletti, sezioni e comi­tati, non locande per viag­gia­tori, accam­pa­menti leg­geri. Luo­ghi poli­tici dell’anima. Dalla crisi isti­tu­zio­nale, che esprime la sua antro­po­lo­gia politico-commerciale, non ci si salva solo sul ter­reno poli­tico isti­tu­zio­nale. Secondo me si può con­tare su un’altra antro­po­lo­gia, seb­bene quasi sem­pre fuori scena. Ma si deve salire di un grado, oppure scen­dere. Comun­que occu­pare una dimen­sione meta-politica, sub-democratica. Fatta di rela­zioni oriz­zon­tali, ricerca comune, rico­no­sci­mento e insieme inven­zione di sé e del mondo.

Come nei gio­chi dei bam­bini e delle bam­bine. Nel fac­ciamo che ero, per noi adulti fati­co­sis­simo: la feli­cità incon­sa­pe­vole e impe­gna­tiva dell’essere già qui e ora, altrove. Nell’immaginario che viviamo. Che può far esplo­dere il mate­riale che intri­sti­sce — se vis­suto con almeno un po’ di gioia rivoluzionaria.
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