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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 24 aprile 2014

Chiedono ’cos’è Tsipras’: un potente antidepressivo

«E' come se il bara­tro fra società e isti­tu­zioni si fosse repli­cato negli ordini sim­bolici che ci abi­tano, per­ché la deriva auto­ri­ta­ria delle riforme di Renzi e Ver­dini è forte di un desi­de­rio dif­fuso di delega asso­luta, non più di rap­pre­sen­tanza. Di affi­da­mento. Pro­vare il pro­dotto nuovo, vedere se que­sto fun­ziona». Il manifesto, 23 aprile 2014 (m.p.r.)


Porto a scuola un bel po’ di spil­lette della lista Tsi­pras. So che, anche solo per ami­ci­zia, due o tre euro per cia­scuna dai col­le­ghi li rac­colgo. Fanno sim­pa­tia quelli che ancora si impe­gnano in que­ste cose. Però in sala docenti una mi guarda e mi chiede chi è Tsi­pras. E va bene, si sa che la domanda cir­cola. A spie­garle un po’ di Syriza, mi accorgo che viene fuori una sorta di sini­stra arco­ba­leno e sono felice quando mi salva la fine della ricrea­zione. Ma la domanda inquie­tante la pone un altro col­lega che mi chiede ’Che cosa è Tsipras’

Pensa forse a una sigla, un acro­nimo di quelli miste­riosi, una medi­cina. Penso che esi­stono diverse Ita­lie una accanto all’altra. Forse anche una den­tro l’altra. Per­so­nali schi­zo­fre­nie culturali. Mal­grado tutto, quando si sta con ragazze e ragazzi il mondo sem­bra avere ancora un colore caldo, una pos­si­bi­lità di con­di­vi­sione, per­lo­meno delle domande, delle incer­tezze. Già il segno di un senso. Comune. Poi esci dall’aula e quell’altro senso comune ti fa sen­tire azze­rato, impo­tente, dispo­ni­bile a tutto, ad ingo­iare qua­lun­que deci­sione, basta che sia veloce, ope­ra­tiva. La “poli­tica” avrebbe perso legame con il popolo per­ché non decide, non fa. Non importa cosa. L’importante che sia azione — non teo­ria, non discorso.

Negli spazi rav­vi­ci­nati della nostra vita tra­sfor­ma­zioni mole­co­lari si sen­tono e sono signi­fi­ca­tive, mi sem­bra. L’essere uomini, l’essere donne, madri e padri nuovi — in cerca di un modo decente di essere se stessi, con tutti i casini che abbiamo den­tro. Per me è un fatto poli­tico che salva dal cata­stro­fi­smo. Ma è come se il bara­tro fra società e isti­tu­zioni si fosse repli­cato negli ordini sim­bo­lici che ci abi­tano, per­ché la deriva auto­ri­ta­ria delle riforme di Renzi e Ver­dini è forte di un desi­de­rio dif­fuso di delega asso­luta, non più di rap­pre­sen­tanza. Di affi­da­mento. Pro­vare il pro­dotto nuovo, vedere se que­sto fun­ziona. C’è biso­gno di crederci.

Pos­siamo anche par­lare con ragazzi in crisi maschile di come ci sia un altro modo pos­si­bile di essere uomini. Che la crisi del patriar­cato potrebbe essere una libe­ra­zione per noi tutti, mai all’altezza dei modelli vin­centi da incar­nare. Che appar­te­nere a un genere non è la con­danna a vita a un modello, ma un tes­suto di rela­zioni, padri e fra­telli orfani di Padre Asso­luto, con cui costruire libe­ra­mente la pro­pria sin­go­la­rità. E tut­ta­via fra qual­che set­ti­mana molti nostri stu­denti vote­ranno per la prima volta e si tro­ve­ranno a sce­gliere fra Ber­lu­sconi, Grillo e Renzi. Che fanno cul­tura anche se uno non vota. Modelli maschili pro­prie­tari, neo­feu­dali o popu­li­sti. Comun­que fuori da una dimen­sione oriz­zon­tale, rela­zio­nale, della poli­tica. L’uomo solo al comando, che regala Ici o euro in busta paga, che manda tutti a casa o torna al suo mondo — che non è quello dei poli­tici. E intanto si cir­conda di gio­vani ragazze, per­fetto gad­get com­mer­ciale di rap­pre­sen­tanza per il popolo.

Ma il pub­blico resta comun­que inquieto oggi. Accanto a quello che ti domanda ’Che cos’è Tsi­pras’, come pen­sasse a un nuovo far­maco, trovi un sacco di col­le­ghe e col­le­ghi che ti cer­cano, le spil­lette vanno a ruba. Dav­vero una spe­cie di anti­de­pres­sivo. Ce l’hai due tsi­pras? Addi­rit­tura qual­cuno ti dà 20 euro e dice, men­tre cer­chi il resto, Tieni tutto, qual­cosa voglio fare, non mi occupo di poli­tica da una vita. Certo, dà i soldi ma non viene alle riu­nioni, non par­te­cipa in qual­che modo. Perché? Io penso a un pro­blema di sen­ti­mento. Come se certi desi­deri si fos­sero “pri­va­tiz­zati”, ras­se­gnati alla soli­tu­dine, alla nostal­gia del futuro di un tempo. E non aves­sero più agi­bi­lità politica.

Su que­sto le tre aziende elet­to­rali lea­der hanno ragione. Hanno capito meglio da tempo. Non si tratta di pro­grammi o ana­lisi o com­pe­tenze. Chi lo cono­sce il pro­gramma di Renzi, chi chiede il suo pro­getto di società. E chi si è mai vera­mente fidato di Ber­lu­sconi. Le cose che scri­vono gli eco­no­mi­sti di sini­stra o i costi­tu­zio­na­li­sti sono ana­lisi note­voli. Spie­gano che c’è un’altra pos­si­bile uscita dalla crisi. Aprono quindi un oriz­zonte. Ma non mi sem­bra que­sto il punto. Il punto è dove tro­viamo l’energia, la spe­ranza per andare in quella dire­zione. Senza, niente e nes­suno si muove. C’è un altro desi­de­rio, un sen­ti­mento su cui poter rico­struire una cosa fati­cosa come la demo­cra­zia? Qual­cosa che dia senso non solo acca­de­mico o giu­ri­dico alla difesa della Costituzione?

Non si può fare solo appello alla razio­na­lità eco­no­mica con­tro l’emotività delle illu­sioni da mer­cato elet­to­rale: si rischia per­fino di restare impi­gliati nell’economicismo che si vor­rebbe denun­ciare. Peral­tro tipico della sini­stra. Forse dovremmo impa­rare dai miei stu­denti — pure tutt’altro che bril­lanti — che quando “lot­tano” mi sem­bra cer­chino di essere felici. Banal­mente, ma tutto som­mato anche poli­ti­ca­mente. Si pren­dono i loro spazi per stare insieme, cono­scersi, far sal­tare ritmi e soli­tu­dini della mega­mac­china sco­la­stica. Essere sin­go­lari senza essere soli.

Penso che dal 26 mag­gio, se l’esperienza dell’antidepressivo greco va anche solo benino, si dovrebbe ripar­tire da qui: dagli spazi di un’altra poli­ti­cità. Se ci si met­terà a con­tare quanti sono pas­sati di Sel o Prc o d’altro, è finita di nuovo. Ci saranno eletti, sezioni e comi­tati, non locande per viag­gia­tori, accam­pa­menti leg­geri. Luo­ghi poli­tici dell’anima. Dalla crisi isti­tu­zio­nale, che esprime la sua antro­po­lo­gia politico-commerciale, non ci si salva solo sul ter­reno poli­tico isti­tu­zio­nale. Secondo me si può con­tare su un’altra antro­po­lo­gia, seb­bene quasi sem­pre fuori scena. Ma si deve salire di un grado, oppure scen­dere. Comun­que occu­pare una dimen­sione meta-politica, sub-democratica. Fatta di rela­zioni oriz­zon­tali, ricerca comune, rico­no­sci­mento e insieme inven­zione di sé e del mondo.

Come nei gio­chi dei bam­bini e delle bam­bine. Nel fac­ciamo che ero, per noi adulti fati­co­sis­simo: la feli­cità incon­sa­pe­vole e impe­gna­tiva dell’essere già qui e ora, altrove. Nell’immaginario che viviamo. Che può far esplo­dere il mate­riale che intri­sti­sce — se vis­suto con almeno un po’ di gioia rivoluzionaria.
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