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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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mercoledì 26 marzo 2014

Un manuale delle buone pratiche

Come uscire dalla crisi? Più risposte sono possibili, dipende dal punto di vista da cui ci si pone la domanda: questo libro collettivo non assume quello delle banche, ma quello delle persone. Il manifesto, 26 marzo 2014


«Come si esce dalla crisi?» è una domanda, e la rispo­sta dipende dalla pro­spet­tiva di chi osserva. Alcuni stu­diosi misu­rano gli effetti delle crisi (eco­no­mica, sociale ed ambien­tale) sulle fami­glie ita­liane, forti di sta­ti­sti­che che infor­mano che il numero di quelle povere con­ti­nua a cre­scere (oltre il 14% della popo­la­zione, cioè oltre 8,5 milioni di per­sone, con altre 12 milioni «a rischio»), e che i gio­vani ita­liani hanno sem­pre meno pos­si­bi­lità di incon­trare un lavoro (la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile è esplosa oltre il 40 per cento). Altri stu­diosi, invece, con­cen­trano l’attenzione sulla crisi finan­zia­ria del sistema del cre­dito, sco­prendo ban­che «in sof­fe­renza», nono­stante i cospi­cui aiuti rice­vuti in que­sti ultimi anni (su tutti, oltre mille miliardi di euro otte­nuti a un tasso irri­so­rio dalla Banca cen­trale euro­pea, di cui 255 toc­cati a quelle ita­liane), e una costante e con­ti­nua ero­sione degli impie­ghi, ovvero delle risorse che le ban­che pre­stano all’economia reale.

Tra que­sti ultimi stu­diosi e impren­di­tori appar­ten­gono gli uomini che hanno gover­nato e gover­nano il paese e l’economia ita­liana negli ultimi anni (da Ber­lu­sconi a Tre­monti, da Monti a Grilli, da Letta a Sac­co­manni, da Renzi a Padoan): sono quelli che imma­gi­nano di uscire dalla crisi a par­tire dalle ban­che, e si affan­nano per miglio­rare i ratio patri­mo­niali dei big del cre­dito a tutti i costi, anche un richiamo for­male della Com­mis­sione euro­pea, com’è avve­nuto nel caso della «riva­lu­ta­zione» delle quote della Banca d’Italia, che potrebbe gene­rare una plu­sva­lenza miliar­da­ria per i due primi gruppi ban­cari ita­liani, Uni­cre­dit e Intesa Sanpaolo.

Pre­fe­ri­scono, invece, la prima rispo­sta gli uomini e le donne che che da quasi vent’anni pro­muo­vono, ani­mano e coor­di­nano cam­pa­gne volte a garan­tite un con­trollo della finanza nazio­nale e inter­na­zio­nale, dalla «più antica» sulla Tobin Tax fino all’ultima «Per una nuova finanza pub­blica e sociale», che — com’è chiaro a chi segue la rubrica set­ti­ma­nale omo­nima su «l mani­fe­sto» — ha due focus sul debito degli enti locali e su Cassa depo­siti e pre­stiti. Si chia­mano — tra gli altri — Fran­ce­sco Gesualdi, Marco Ber­sani, Andrea Bara­nes, Anto­nio Tri­ca­rico, e oggi fir­mano insieme una valida (pic­cola) enci­clo­pe­dia delle ana­lisi pro­dotte dai movi­menti sulla finanza. Nel libro, pub­bli­cato da una casa edi­trice indi­pen­dente, le edi­zioni Ale­gre, Come si esce dalla crisi non è più una domanda, ma un’affermazione (pp. 256, euro 15).

Per­ché i pal­lia­tivi non ser­vono: è il momento di agire. Di navi­gare lascian­dosi gui­dare da alcune stelle polari. La prima è que­sta: «Se lo scopo delle pri­va­tiz­za­zioni (tutte le pri­va­tiz­za­zioni) era lo svi­luppo del mer­cato finan­zia­rio, a sua volta la pri­va­tiz­za­zione del set­tore ban­ca­rio era il pre­sup­po­sto stra­te­gico delle suc­ces­siva pri­va­tiz­za­zioni». L’Italia, in que­sto, si rivelò straor­di­na­ria­mente dispo­ni­bile. A ricor­dalo la Corte dei Conti in una rela­zione del 2010 che poneva l’accento sugli effetti di quasi vent’anni di pri­va­tiz­za­zioni. Come infatti spiega Ste­fano Risso nel suo con­tri­buto, nei primi anni Novanta «in Fran­cia la pro­prietà pub­blica del sistema ban­ca­rio passò dal 36%al 32%, in Ger­ma­nia dal 61,9% al 52% e in Ita­lia dal 74,5% allo 0%”».

La seconda stella polare è indi­cata da Tri­ca­rico: «Il primo — e unico per pro­fon­dità — mer­cato glo­bale creato negli ultimi 40 anni è stato quello dei capi­tali, in seguito alla libe­ra­liz­za­zione mone­ta­ria del 1971–73, quindi a quella dei movi­menti di capi­tale negli anni 80, quella ban­ca­ria e dei ser­vizi finan­ziari degli anni 90 e all’ingegneria finan­zia­ria negli ultimi 15 anni, che ha creato l’immenso sistema ban­ca­rio ombra».

Per ripren­dere il con­trollo del sistema del cre­dito e sot­trarlo all’eccesso di «finan­zia­riz­za­zione» degli ultimi anni, però, non basta la «sepa­ra­zione dei risparmi delle per­sone dalla finanza spe­cu­la­tiva». Lo Stato — sug­ge­ri­sce Roberto Errico, tra gli ani­ma­tori del «Forum per una nuova finan­zia pub­blica e sociale», ma anche dipen­dente del Monte dei Paschi di Siena — dovrebbe pren­dere misure che «supe­rino l’attuale spinta alla con­cen­tra­zione del set­tore finan­ziari (…), atti che com­pren­de­reb­bero innan­zi­tutto incen­tivi al ridi­men­sio­na­mento, alla rilo­ca­liz­za­zione ed al deli­sting (fuo­riu­scita) dai mer­cati di Borsa di alcuni isti­tuti di cre­dito, al fine di creare un gruppo omo­ge­neo di ban­che pic­cole e legate ai ter­ri­tori di provenienza».

È a par­tire da que­sto che sarà pos­si­bile discu­tere in modo serio di una pos­si­bile sepa­ra­zione tra ban­che com­mer­ciali ed atti­vità finan­zia­rie delle stesse. Che è solo uno degli anti­doti alla crisi, una delle (tante) misure neces­sa­rie per argi­nare la finanza — e le sue derive — che ven­gono pas­sate in ras­se­gna nei saggi rac­colti nel libro. Uno stru­mento, non il fine, che è spie­gare «come si esce dalla crisi» a par­tire dalla pra­ti­che (cam­pa­gne, azioni) messe in campo dalla società civile: dall’analisi del debito pub­blico, che in qual­che modo dev’essersi for­mato, e che uno Stato o un ente locale potrebbe rifiu­tarsi di pagare — almeno in parte -, ai limiti neces­sa­ria da porre ai para­disi fiscali e ai Paesi a fisca­lità age­vo­lata, pas­sando per una tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie, che renda meno attraenti que­sti «inve­sti­menti impro­dut­tivi». Un manuale, dun­que, per pas­sare dalla teo­ria all’azione, certi di una cosa: i soldi (per uscire dalla crisi) ci sono, per­ciò baste­rebbe la volontà poli­tica di indi­riz­zare al meglio il loro uso.
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