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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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lunedì 10 marzo 2014

Troppi immobili, pochi macchinari

Nel nostro paese «Un capitale produttivo composto da più case ed uffici, ma meno macchinari e mezzi di trasporto, è apparso poco capace nel creare nuova ricchezza». Corriere Economia, 10 marzo 2014

Dopo oltre due anni, il segno più è nuovamente nelle statistiche dell’economia italiana. Uscito dalla recessione, il Paese torna, con fatica, a percorrere un sentiero di sviluppo. Messa da parte la contabilità della crisi, è, però, naturale chiedersi quanto tempo impiegheremo per recuperare il terreno perso. Dare una risposta a questa domanda non è semplice. Per provare ad immaginare, può essere utile ripercorrere brevemente quanto accaduto negli ultimi anni.

Viviamo una preoccupante caduta della propensione ad investire. Prima della crisi, il nostro Paese destinava alla realizzazione di nuovi investimenti oltre un quinto della ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2013, siamo scesi al 17%, un calo di oltre 4 punti percentuali, che equivalgono a più di 60 miliardi di euro di ricchezza in meno destinati agli investimenti.

Non è, però, corretto attribuire alla crisi tutte le colpe. Il capitale investito nell’economia rappresentato dai macchinari e dai mezzi di trasporto utilizzati dalle imprese per produrre, ma anche dai capannoni, dagli uffici e dalle abitazioni, ha un valore stimato in circa 10.400 miliardi di euro. Nel corso degli anni ne è cambiata la composizione: si è ridotto il peso dei macchinari, mentre è cresciuto quello delle costruzioni, che sono arrivate a rappresentare quasi l’80% del totale. Un capitale produttivo composto da più case ed uffici, ma meno macchinari e mezzi di trasporto, è apparso poco capace nel creare nuova ricchezza.

Nel 2001, per produrre un euro di Pil erano necessari 5,1 euro di capitale investito. Già nel 2007, quando l’Italia ancora non conosceva la recessione, si era saliti a 5,6. La crisi ci ha portato a superare i 6,5 euro. In dodici anni, la capacità del nostro sistema produttivo di creare ricchezza è diminuita di quasi un terzo.

Appare, dunque, comprensibile immaginare per l’Italia tassi di crescita solo moderati, lontani da quelli che le altre economie hanno già raggiunto. Sia il Fondo monetario internazionale sia la Commissione europea prevedono un aumento del Pil reale dello 0,6% quest’anno, per poi accelerare, ma solo leggermente, nel prossimo. Alla fine del 2015, avremmo recuperato una piccola parte di quanto perso durante la crisi. Il nostro prodotto rimarrebbe, infatti, circa 7 punti percentuali al di sotto dei livelli raggiunti nel 2007. La strada da percorrere risulterebbe ancora lunga.

Per tornare a crescere in maniera sostenuta, è necessario riprendere ad investire nel capitale produttivo. Il sistema paese, però, non aiuta. L’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che si manifesta con i 1.200 giorni necessari per chiudere un procedimento in sede civile, o con le oltre 250 ore che ogni anno un imprenditore deve destinare all’adempimento degli obblighi fiscali, frena le imprese dal realizzare nuovi investimenti e limita l’afflusso di capitali dall’estero. Una visione d’insieme, ci dice, però, che il problema della perdita di capitale produttivo nella nostra economia ha un carattere più ampio, che va oltre la seppur importante inefficienza del sistema paese. Ma questa è un’altra storia, che dovrà, prima o poi, essere affrontata.
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