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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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VENEZIA

giovedì 27 marzo 2014

Quo vadis Roma?

«Dalla modernità post-bellica, che includeva le nuove periferie, alla neoliberista «stagione dei sindaci» (Veltroni e Rutelli), fino all'oggi dei tessuti disgregati in una miscela esplosiva». L'ottava puntata dell'inchiesta sulle città italiane. Il manifesto, 27 marzo 2014

Su Roma, a par­tire dal secondo dopo­guerra, sono state svolte diverse e impor­tanti nar­ra­zioni. La prima, tra il 1943 e il 1955, è quella dei film neo­rea­li­sti di Visconti, Germi, De Sica, De San­tis. Una Roma post-bellica, una città pro­vin­ciale che coin­ci­deva con la sua parte sto­rica ancora non colo­niz­zata dai turi­sti. Qual­che anno dopo, tra il 1950 e il 1960, il genio pro­fe­tico di Paso­lini è riu­scito a rap­pre­sen­tare la grande tra­sfor­ma­zione di que­gli anni: la fine di un mondo con­ta­dino e il dramma del sot­to­pro­le­ta­riato urbano, entrambi in via di can­cel­la­zione dalla sto­ria con l’avvento delle prime mani­fe­sta­zioni di moder­nità. La let­te­ra­tura socio­lo­gica e antro­po­lo­gica poneva intanto la sua atten­zione su quello straor­di­na­rio mondo di immi­grati dal sud e con­ta­dini inur­bati che si accam­pava a ridosso delle mura e che dava vita a ine­dite tipo­lo­gie urba­ni­sti­che: bor­gate, bor­ghetti, barac­ca­menti. Sono da ricor­dare le ana­lisi di Fer­ra­rotti e Macioti, le foto di Pinna, le testi­mo­nianze di vita come quella di don Sar­delli all’Acquedotto Felice, le descri­zioni dei grandi scrit­tori romani «d’origine» come Mora­via o Elsa Morante, quella degli scrit­tori d’adozione come Caproni, Gadda, Gatto, Penna, Bertolucci.

La città, per la prima volta, si esten­deva oltre le sue sto­ri­che mura, inva­deva l’agro, la cam­pa­gna romana; nasce­vano le nuove peri­fe­rie che acco­glie­vano il nuovo ceto impie­ga­ti­zio, soprat­tutto coloro che, in città, lavo­ra­vano nelle aziende muni­ci­pa­liz­zate o nelle fer­ro­vie. Da allora nar­ra­zioni impor­tanti come quelle sopra citate non ce ne sono più state. Quelle peri­fe­rie, allora lon­tane, quasi sco­no­sciute, una volta evo­cate sono entrate a far parte della sto­ria moderna di Roma, le si sono — potremmo dire — «appic­ci­cate addosso» come una pelle: non c’è una Roma antica e una Roma moderna — diceva Paso­lini — ma solo una, antica e moderna con­tem­po­ra­nea­mente. Nelle peri­fe­rie sto­ri­che l’emarginazione, il senso di dise­gua­glianza veniva ela­bo­rato — ricorda Wal­ter Tocci — tra­mite un altrove tem­po­rale, un’utopia di buona società, da rag­giun­gere attra­verso l’emancipazione. In sostanza, le peri­fe­rie sto­ri­che non erano luo­ghi di dispe­ra­zione, di soli­tu­dine, di disin­canto; piut­to­sto luo­ghi cari­chi di spe­ranza, dell’attesa di un riscatto. In esse tro­vava con­senso e faceva pro­se­liti il «vec­chio» Par­tito Comu­ni­sta che tra i suoi obiet­tivi poli­tici com­pren­deva il pro­getto del riscatto di que­sto popolo con­tro il potere e il domi­nio delle grandi fami­glie di pro­prie­tari di ter­reni e immo­bi­liari poi.

La seconda grande trasformazione

Nel 1993 diventa sin­daco Fran­ce­sco Rutelli e dopo di lui, nel 2001 Wal­ter Vel­troni. In que­gli anni, in Ita­lia, si assi­ste al feno­meno chia­mato «rina­sci­mento urbano». Da Roma a Napoli, da Salerno a Cata­nia, si inau­gura la sta­gione dei sin­daci che, eletti diret­ta­mente dai cit­ta­dini, danno vita a ini­zia­tive urbane che fanno nascere la spe­ranza che cam­bia­menti signi­fi­ca­tivi nella vita quo­ti­diana sono pos­si­bili. Roma si appre­sta a pro­get­tare il nuovo piano rego­la­tore che sosti­tuirà quello pre­ce­dente del 1961.

Il quin­di­cen­nio rosso, dal ’93 al 2008, verrà ricor­dato per il ten­ta­tivo di (pre­sunta) moder­niz­za­zione di una città con­si­de­rata in ritardo rispetto ai pro­cessi di rin­no­va­mento avve­nuti in altre città euro­pee ed extraeu­ro­pee (Lon­dra, Bar­cel­lona, Bil­bao, e per­fino Dubai). Ma cos’era real­mente que­sta moder­niz­za­zione così tanto invo­cata e cosa sot­ten­deva que­sta cate­go­ria (ideo­lo­gica) del ritardo? Que­sta idea — la moder­niz­za­zione — si rivela ben pre­sto un com­plice potente dell’ideologia libe­ri­sta poi­ché essa viene ali­men­tata dal dogma della con­cor­renza inter­na­zio­nale, dall’esaltazione della velo­cità, dal mito della deci­sione effi­cace, dal fetic­cio dello svi­luppo, dall’eliminazione di ogni con­flitto rite­nuto un sabo­tag­gio della sta­bi­lità poli­tica. La com­pe­ti­zione eco­no­mica tra le città spinge inol­tre que­ste ultime a «rifarsi il trucco» per ade­guarsi alle regole dell’economia finanziaria.

La cele­bra­zione di Grandi Eventi serve a imbel­let­tare la città come fosse una vetrina, men­tre prende piede e si afferma un modello cul­tu­rale basato sull’individualismo pro­prie­ta­rio, il suc­cesso per­so­nale, la com­pe­ti­zione che fa per­dere valore alla coe­sione sociale e alla respon­sa­bi­lità comu­ni­ta­ria. Tutto quello che non serve alla santa cre­scita (per­sone, cul­ture, tra­di­zioni, virtù) viene but­tato via, diventa spaz­za­tura, ritardo, appunto, per­ché le nuove regole sta­bi­li­scono che gli inve­sti­menti andranno solo dove la tec­no­lo­gia sosti­tui­sce le forme tra­di­zio­nali di vita e la velo­cità annulla le rela­zioni sociali e rende inu­tili i luo­ghi pub­blici. Per altri versi non viene fre­nato il sac­cheg­gio del ter­ri­to­rio ini­ziato molti anni prima e che ora agi­sce attra­verso una mol­ti­pli­ca­zione della ric­chezza immo­bi­liare in una città la cui cre­scita demo­gra­fica si è arre­stata sin dagli anni Set­tanta con due milioni e set­te­cen­to­mila abi­tanti. Le nuove regole libe­ri­ste impon­gono che per moder­niz­zare la città occorre sta­bi­lire accordi con i pri­vati quasi sem­pre con van­tag­gio tutto a favore di que­sti ultimi. La sen­sa­zione è che a que­sta cre­scita di ric­chezza immo­bi­liare fa da con­tro­canto un sem­pre più impo­ve­ri­mento urbano in ter­mini di mar­gi­na­lità, soli­tu­dine, coe­sione sociale, servizi

Nel 2008, anno della scon­fitta cla­mo­rosa del can­di­dato sin­daco Rutelli, esce il libro di Wal­ter Siti, Il con­ta­gio. Un libro che svela, più di qual­siasi ana­lisi poli­tica, il «risen­ti­mento» degli abi­tanti delle peri­fe­rie che da tempo, ave­vano vol­tato le spalle alla sini­stra. Le peri­fe­rie con­si­de­rate un tempo lo zoc­colo duro del par­tito comu­ni­sta, ora si sono tra­sfor­mate in ghetti dove nes­suno si salva. Ma la por­tata della tra­sfor­ma­zione antro­po­lo­gica è ben più vasta di quella che appare. Abban­do­nata ogni ideo­lo­gia, le bor­gate romane si sono ade­guate ai valori bor­ghesi del con­sumo e del pos­sesso dell’ultimo gad­get a ogni costo, ai sogni del suc­cesso, alla dif­fi­denza reci­proca tra per­sone, men­tre la bor­ghe­sia del cen­tro tende sem­pre più a imi­tare que­sti modelli, peri­fe­riz­zan­dosi. L’ipotesi rifor­mi­sta alla base del modello vel­tro­niano — il famoso Modello Roma — non trova alcuna acco­glienza, anzi suscita indif­fe­renza e osti­lità («mai visto un bor­ga­taro rifor­mi­sta» è la bat­tuta che si legge nel libro si Siti).

Una città diseguale

Un dato pre­oc­cu­pante che emerge dalla cro­naca di ogni giorno è la cre­scita della dise­gua­glianza e della povertà. Esse for­mano una miscela esplo­siva insieme alla sot­toi­stru­zione, micro­cri­mi­na­lità, dif­fu­sione di droga, disoc­cu­pa­zione intel­let­tuale, com­merci ille­citi. Sem­pre più la città appare la disca­rica della glo­ba­liz­za­zione che fran­tuma i rap­porti sociali, crea gruppi anta­go­ni­sti, spinge verso l’individualismo pre­da­to­rio. Sono que­sti gli obiet­tivi che la nuova giunta gui­data da Igna­zio Marino dovrebbe met­tere ai primi posti: la lotta con­tro la povertà, le dise­gua­glianze, l’esclusione, l’isolamento per favo­rire la rina­scita di un senso civico, la coe­sione sociale, l’appartenenza, la respon­sa­bi­lità sociale. Credo che que­sto possa essere fatto a par­tire dalla gene­ra­zione dei gio­vani offrendo loro pro­getti e oppor­tu­nità di lavoro per venire incon­tro ai loro biso­gni eco­no­mici ma anche ai loro desi­deri di con­vi­via­lità, di frui­zione cul­tu­rale, di scam­bio di espe­rienze e per arric­chire il capi­tale sociale e cul­tu­rale della nostra città (si veda il pro­getto delle «Case Zanardi» per Bolo­gna). Se non dalla città da dove dovrebbe nascere il rin­no­va­mento auspi­cato? Non sono le città i labo­ra­tori sociali dove si può ela­bo­rare un diverso con­cetto di dif­fe­renze, di cul­tura del limite, di spi­rito civico e di par­te­ci­pa­zione all’uso del tempo e dello spa­zio quo­ti­diano? In una parola, forse è pro­prio a par­tire dalla città che potrebbe essere resti­tuita la spe­ranza di un cam­bia­mento della poli­tica che si pro­pa­ghi all’intero ter­ri­to­rio, all’intero paese.
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