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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

giovedì 27 marzo 2014

Quo vadis Roma?

«Dalla modernità post-bellica, che includeva le nuove periferie, alla neoliberista «stagione dei sindaci» (Veltroni e Rutelli), fino all'oggi dei tessuti disgregati in una miscela esplosiva». L'ottava puntata dell'inchiesta sulle città italiane. Il manifesto, 27 marzo 2014

Su Roma, a par­tire dal secondo dopo­guerra, sono state svolte diverse e impor­tanti nar­ra­zioni. La prima, tra il 1943 e il 1955, è quella dei film neo­rea­li­sti di Visconti, Germi, De Sica, De San­tis. Una Roma post-bellica, una città pro­vin­ciale che coin­ci­deva con la sua parte sto­rica ancora non colo­niz­zata dai turi­sti. Qual­che anno dopo, tra il 1950 e il 1960, il genio pro­fe­tico di Paso­lini è riu­scito a rap­pre­sen­tare la grande tra­sfor­ma­zione di que­gli anni: la fine di un mondo con­ta­dino e il dramma del sot­to­pro­le­ta­riato urbano, entrambi in via di can­cel­la­zione dalla sto­ria con l’avvento delle prime mani­fe­sta­zioni di moder­nità. La let­te­ra­tura socio­lo­gica e antro­po­lo­gica poneva intanto la sua atten­zione su quello straor­di­na­rio mondo di immi­grati dal sud e con­ta­dini inur­bati che si accam­pava a ridosso delle mura e che dava vita a ine­dite tipo­lo­gie urba­ni­sti­che: bor­gate, bor­ghetti, barac­ca­menti. Sono da ricor­dare le ana­lisi di Fer­ra­rotti e Macioti, le foto di Pinna, le testi­mo­nianze di vita come quella di don Sar­delli all’Acquedotto Felice, le descri­zioni dei grandi scrit­tori romani «d’origine» come Mora­via o Elsa Morante, quella degli scrit­tori d’adozione come Caproni, Gadda, Gatto, Penna, Bertolucci.

La città, per la prima volta, si esten­deva oltre le sue sto­ri­che mura, inva­deva l’agro, la cam­pa­gna romana; nasce­vano le nuove peri­fe­rie che acco­glie­vano il nuovo ceto impie­ga­ti­zio, soprat­tutto coloro che, in città, lavo­ra­vano nelle aziende muni­ci­pa­liz­zate o nelle fer­ro­vie. Da allora nar­ra­zioni impor­tanti come quelle sopra citate non ce ne sono più state. Quelle peri­fe­rie, allora lon­tane, quasi sco­no­sciute, una volta evo­cate sono entrate a far parte della sto­ria moderna di Roma, le si sono — potremmo dire — «appic­ci­cate addosso» come una pelle: non c’è una Roma antica e una Roma moderna — diceva Paso­lini — ma solo una, antica e moderna con­tem­po­ra­nea­mente. Nelle peri­fe­rie sto­ri­che l’emarginazione, il senso di dise­gua­glianza veniva ela­bo­rato — ricorda Wal­ter Tocci — tra­mite un altrove tem­po­rale, un’utopia di buona società, da rag­giun­gere attra­verso l’emancipazione. In sostanza, le peri­fe­rie sto­ri­che non erano luo­ghi di dispe­ra­zione, di soli­tu­dine, di disin­canto; piut­to­sto luo­ghi cari­chi di spe­ranza, dell’attesa di un riscatto. In esse tro­vava con­senso e faceva pro­se­liti il «vec­chio» Par­tito Comu­ni­sta che tra i suoi obiet­tivi poli­tici com­pren­deva il pro­getto del riscatto di que­sto popolo con­tro il potere e il domi­nio delle grandi fami­glie di pro­prie­tari di ter­reni e immo­bi­liari poi.

La seconda grande trasformazione

Nel 1993 diventa sin­daco Fran­ce­sco Rutelli e dopo di lui, nel 2001 Wal­ter Vel­troni. In que­gli anni, in Ita­lia, si assi­ste al feno­meno chia­mato «rina­sci­mento urbano». Da Roma a Napoli, da Salerno a Cata­nia, si inau­gura la sta­gione dei sin­daci che, eletti diret­ta­mente dai cit­ta­dini, danno vita a ini­zia­tive urbane che fanno nascere la spe­ranza che cam­bia­menti signi­fi­ca­tivi nella vita quo­ti­diana sono pos­si­bili. Roma si appre­sta a pro­get­tare il nuovo piano rego­la­tore che sosti­tuirà quello pre­ce­dente del 1961.

Il quin­di­cen­nio rosso, dal ’93 al 2008, verrà ricor­dato per il ten­ta­tivo di (pre­sunta) moder­niz­za­zione di una città con­si­de­rata in ritardo rispetto ai pro­cessi di rin­no­va­mento avve­nuti in altre città euro­pee ed extraeu­ro­pee (Lon­dra, Bar­cel­lona, Bil­bao, e per­fino Dubai). Ma cos’era real­mente que­sta moder­niz­za­zione così tanto invo­cata e cosa sot­ten­deva que­sta cate­go­ria (ideo­lo­gica) del ritardo? Que­sta idea — la moder­niz­za­zione — si rivela ben pre­sto un com­plice potente dell’ideologia libe­ri­sta poi­ché essa viene ali­men­tata dal dogma della con­cor­renza inter­na­zio­nale, dall’esaltazione della velo­cità, dal mito della deci­sione effi­cace, dal fetic­cio dello svi­luppo, dall’eliminazione di ogni con­flitto rite­nuto un sabo­tag­gio della sta­bi­lità poli­tica. La com­pe­ti­zione eco­no­mica tra le città spinge inol­tre que­ste ultime a «rifarsi il trucco» per ade­guarsi alle regole dell’economia finanziaria.

La cele­bra­zione di Grandi Eventi serve a imbel­let­tare la città come fosse una vetrina, men­tre prende piede e si afferma un modello cul­tu­rale basato sull’individualismo pro­prie­ta­rio, il suc­cesso per­so­nale, la com­pe­ti­zione che fa per­dere valore alla coe­sione sociale e alla respon­sa­bi­lità comu­ni­ta­ria. Tutto quello che non serve alla santa cre­scita (per­sone, cul­ture, tra­di­zioni, virtù) viene but­tato via, diventa spaz­za­tura, ritardo, appunto, per­ché le nuove regole sta­bi­li­scono che gli inve­sti­menti andranno solo dove la tec­no­lo­gia sosti­tui­sce le forme tra­di­zio­nali di vita e la velo­cità annulla le rela­zioni sociali e rende inu­tili i luo­ghi pub­blici. Per altri versi non viene fre­nato il sac­cheg­gio del ter­ri­to­rio ini­ziato molti anni prima e che ora agi­sce attra­verso una mol­ti­pli­ca­zione della ric­chezza immo­bi­liare in una città la cui cre­scita demo­gra­fica si è arre­stata sin dagli anni Set­tanta con due milioni e set­te­cen­to­mila abi­tanti. Le nuove regole libe­ri­ste impon­gono che per moder­niz­zare la città occorre sta­bi­lire accordi con i pri­vati quasi sem­pre con van­tag­gio tutto a favore di que­sti ultimi. La sen­sa­zione è che a que­sta cre­scita di ric­chezza immo­bi­liare fa da con­tro­canto un sem­pre più impo­ve­ri­mento urbano in ter­mini di mar­gi­na­lità, soli­tu­dine, coe­sione sociale, servizi

Nel 2008, anno della scon­fitta cla­mo­rosa del can­di­dato sin­daco Rutelli, esce il libro di Wal­ter Siti, Il con­ta­gio. Un libro che svela, più di qual­siasi ana­lisi poli­tica, il «risen­ti­mento» degli abi­tanti delle peri­fe­rie che da tempo, ave­vano vol­tato le spalle alla sini­stra. Le peri­fe­rie con­si­de­rate un tempo lo zoc­colo duro del par­tito comu­ni­sta, ora si sono tra­sfor­mate in ghetti dove nes­suno si salva. Ma la por­tata della tra­sfor­ma­zione antro­po­lo­gica è ben più vasta di quella che appare. Abban­do­nata ogni ideo­lo­gia, le bor­gate romane si sono ade­guate ai valori bor­ghesi del con­sumo e del pos­sesso dell’ultimo gad­get a ogni costo, ai sogni del suc­cesso, alla dif­fi­denza reci­proca tra per­sone, men­tre la bor­ghe­sia del cen­tro tende sem­pre più a imi­tare que­sti modelli, peri­fe­riz­zan­dosi. L’ipotesi rifor­mi­sta alla base del modello vel­tro­niano — il famoso Modello Roma — non trova alcuna acco­glienza, anzi suscita indif­fe­renza e osti­lità («mai visto un bor­ga­taro rifor­mi­sta» è la bat­tuta che si legge nel libro si Siti).

Una città diseguale

Un dato pre­oc­cu­pante che emerge dalla cro­naca di ogni giorno è la cre­scita della dise­gua­glianza e della povertà. Esse for­mano una miscela esplo­siva insieme alla sot­toi­stru­zione, micro­cri­mi­na­lità, dif­fu­sione di droga, disoc­cu­pa­zione intel­let­tuale, com­merci ille­citi. Sem­pre più la città appare la disca­rica della glo­ba­liz­za­zione che fran­tuma i rap­porti sociali, crea gruppi anta­go­ni­sti, spinge verso l’individualismo pre­da­to­rio. Sono que­sti gli obiet­tivi che la nuova giunta gui­data da Igna­zio Marino dovrebbe met­tere ai primi posti: la lotta con­tro la povertà, le dise­gua­glianze, l’esclusione, l’isolamento per favo­rire la rina­scita di un senso civico, la coe­sione sociale, l’appartenenza, la respon­sa­bi­lità sociale. Credo che que­sto possa essere fatto a par­tire dalla gene­ra­zione dei gio­vani offrendo loro pro­getti e oppor­tu­nità di lavoro per venire incon­tro ai loro biso­gni eco­no­mici ma anche ai loro desi­deri di con­vi­via­lità, di frui­zione cul­tu­rale, di scam­bio di espe­rienze e per arric­chire il capi­tale sociale e cul­tu­rale della nostra città (si veda il pro­getto delle «Case Zanardi» per Bolo­gna). Se non dalla città da dove dovrebbe nascere il rin­no­va­mento auspi­cato? Non sono le città i labo­ra­tori sociali dove si può ela­bo­rare un diverso con­cetto di dif­fe­renze, di cul­tura del limite, di spi­rito civico e di par­te­ci­pa­zione all’uso del tempo e dello spa­zio quo­ti­diano? In una parola, forse è pro­prio a par­tire dalla città che potrebbe essere resti­tuita la spe­ranza di un cam­bia­mento della poli­tica che si pro­pa­ghi all’intero ter­ri­to­rio, all’intero paese.
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