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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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domenica 30 marzo 2014

Le 99 vite di Pietro Ingrao

«Oggi è la festa dell’ex presidente della camera. Dirigente nel «gorgo» comunista, poeta, curioso profeta del futuro. Da Lenola a Montecitorio, e poi il Pci e il Crs. Un provinciale cittadino del mondo, «costretto» a schierarsi contro le ingiustizie del Novecento e del capitalismo. Un maestro per molte generazioni». Il manifesto, 30 marzo 2014

I com­pleanni di Pie­tro Ingrao sono sem­pre occa­sione di rifles­sione sulla sua bio­gra­fia e sul suo pen­siero poli­tico. Quest’anno, com­pleanno numero 99 il 30 marzo, si è deciso di pro­muo­vere alcune ini­zia­tive nei luo­ghi della for­ma­zione del gio­vane Pie­tro: Lenola, città nativa; For­mia, dove fre­quentò il Liceo clas­sico Vitru­vio e sco­prì l’antifascismo degli inse­gnanti Gioac­chino Gesmundo e Pilo Arbe­telli uccisi alle Fosse Ardea­tine; Fondi (i primi rap­porti con alcuni intel­let­tuali); Roc­ca­gorga (si occupò della costru­zione di una Casa del popolo negli anni cin­quanta); Gaeta (le vacanze al mare, i ricordi di gio­ventù). Su que­sti luo­ghi molto amati dal festeg­giato scrive lo stesso Ingrao nei primi capi­toli dell’autobiografia (Volevo la luna, Einaudi, 2006) ricor­dando radici mai recise.

In qual­che occa­sione l’ex pre­si­dente della Camera, scher­nen­dosi, ci ha tenuto a sot­to­li­neare la sua for­ma­zione “pro­vin­ciale” indi­can­dola come un limite. In effetti, è arduo dire cosa sia l’«ingraismo» e a quali rife­ri­menti cul­tu­rali fac­cia rife­ri­mento (i con­ve­gni di que­ste set­ti­mane potreb­bero aggiun­gere ele­menti utili a capire).

Il fascino della per­so­na­lità di Ingrao – altro che pro­vin­cia­li­smo – sta nella sete di cono­scere, capire, appro­fon­dire senza arren­dersi a una visione acco­mo­dante e tec­ni­ci­stica della poli­tica. Per lui, quest’ultima non può pri­varsi di una dose di crea­ti­vità e uto­pia per ridi­se­gnare assetti sociali e ine­diti valori (basti ricor­dare la rifles­sione ingra­iana sui «nuovi beni» che pre­cede la vul­gata sui «beni comuni»). Da qui prende le mosse l’ingraismo, spe­ci­fica variante del comu­ni­smo italiano.

L’Ingrao poli­tico è stato spesso defi­nito uto­pi­sta e visio­na­rio per­ché la poli­tica resta per lui ten­sione morale e pro­getto, oltre che comu­ni­ca­zione con gli altri e un po’ pro­fe­zia del tempo futuro: non solo tec­nica o ammi­ni­stra­zione dell’esistente. Que­ste pecu­lia­rità ingra­iane non pia­ce­vano ai suoi «nemici» nel par­tito, a ini­ziare da Gior­gio Amen­dola fino ai «miglio­ri­sti» della cor­rente di Gior­gio Napo­li­tano. Resta tut­ta­via un mistero spie­garsi le ori­gini del pen­sare l’agire poli­tico così par­ti­co­lare da parte di un intel­let­tuale di Lenola, pro­fonda pro­vin­cia ita­liana, con scarsa cono­scenza della realtà inter­na­zio­nale, che in gio­ventù aveva una forte voca­zione per cinema e poe­sia.

Lo stesso Ingrao ha più volte ricor­dato come siano stati gli eventi tra­gici del Nove­cento (il fasci­smo, la guerra civile spa­gnola, la seconda guerra mon­diale) a sospin­gerlo oltre l’intimismo intel­let­tuale che avrebbe pre­fe­rito rispetto a un eccesso di vita pub­blica. Ingrao appar­tiene alla gene­ra­zione che è stata “costretta” a fare poli­tica. Del fascino gio­va­nile per la parola faranno fede pun­ti­glio­sità e per­fe­zio­ni­smo che sono restati al poli­tico negli scritti e nelle interviste.

Dopo la morte di Pal­miro Togliatti nel 1964, Ingrao ini­zia a par­lare insieme ad altri di «nuovo modello di svi­luppo» per supe­rare l’orizzonte della «demo­cra­zia pro­gres­siva» che non poteva por­tare il Pci al governo causa con­ven­tio ad exclu­den­dum. A spin­gerlo in quella dire­zione può essere stata la pro­fonda cono­scenza della società agri­cola (tor­nano le radici di Lenola e din­torni) che si andava tra­sfor­mando in realtà mar­gi­nale nell’Italia che diven­tava società pre­va­len­te­mente indu­striale. Il nome di Ingrao – inno­va­tore per eccel­lenza, con­ser­va­tore solo quando si trattò di scio­gliere il Pci – è spesso legato all’analisi pun­tuale delle tra­sfor­ma­zioni del capi­ta­li­smo ita­liano, alla sol­le­ci­ta­zione della demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva, allo stu­dio siste­ma­tico del potere decen­trato degli enti locali, alla riforma delle isti­tu­zioni e – negli anni Ottanta – alla crisi degli stati nazione e all’affacciarsi sulla scena dell’Europa poli­tica come ipo­tesi (Masse e potere del 1977, la con­ver­sa­zione con Romano Ledda Crisi e terza via del 1978, Tra­di­zione e pro­getto del 1982 sono libri che trac­ciano un per­corso). Il Crs da lui pre­sie­duto prima e dopo l’incarico di pre­si­dente della camera (1976–1979) è stato inol­tre fucina di discus­sioni, ricer­che e for­ma­zione di varie gene­ra­zioni di studiosi.

Chi ha amato da gio­vane cinema e poe­sia prima di diven­tare uno dei mas­simi diri­genti del Pci, deve aver guar­dato al fare poli­tica in modo tota­liz­zante come un limite, pur accen­tan­done la disci­plina (la «ragione di par­tito»). E deve aver con­ser­vato la curio­sità intel­let­tuale per altre forme di pen­siero e di lin­guaggi che non fos­sero la poli­tica. Nono­stante la lau­rea in giu­ri­spru­denza, che gli tor­nerà utile quando diri­gerà il Cen­tro riforma dello Stato (Crs) a ini­ziare dal 1975 e si occu­perà di decen­tra­mento e forme della demo­cra­zia, nel pen­siero di Ingrao è più il pro­getto che la norma la prin­ci­pale preoccupazione.

Con la forza delle idee, ha lasciato un’impronta sulle discus­sioni più vitali degli ultimi cinquant’anni della sini­stra ita­liana. Forse è stata la for­ma­zione cul­tu­rale fatta di approcci plu­rali e non orto­dos­sa­mente mar­xi­sta a favo­rire la ricerca imper­niata sul moni­to­rag­gio di cul­ture – com­presa quella cat­to­lica – e movi­menti che chie­de­vano al Pci di rin­no­varsi e di stare al passo coi tempi. È stato ad esem­pio pro­prio Ingrao, con il Crs, a pro­muo­vere i primi con­ve­gni sulla sini­stra euro­pea e il pos­si­bile destino dell’Europa. Ne sono la riprova gli Annali di poli­tica euro­pea pub­bli­cati dal Crs dal 1988 al 1993 insieme al con­ve­gno sul «caso sve­dese» pro­mosso addi­rit­tura nel 1983 in cui si discusse delle con­qui­ste social­de­mo­cra­ti­che del wel­fare di Stoccolma.

L’Ingrao stu­dioso e inno­va­tore non può quindi essere sepa­rato dall’Ingrao diri­gente di primo piano del Pci. Quello che ha diretto l’Unità per dieci anni (1947–1957), che nel 1966, all’XI Con­gresso del Pci (il primo dopo la morte di Togliatti), pose il pro­blema del plu­ra­li­smo interno e della liceità del dis­senso legan­dolo a un’altra let­tura delle moder­niz­za­zioni che attra­ver­sa­vano l’Italia (il suo applau­di­tis­simo inter­vento è pas­sato alla sto­ria per quel «non mi avete con­vinto», con­tiene però una vera e pro­pria ana­lisi alter­na­tiva a quella impe­rante in que­gli anni nel par­tito e andrebbe riletto in quella chiave). È stato pre­si­dente del Gruppo del Pci per due legi­sla­ture (1964–1972), prima di salire sullo scranno più alto di Montecitorio.

Nac­quero a ini­ziare dagli anni Ses­santa varie gene­ra­zioni di «ingra­iani», alcuni della prima die­dero vita a il mani­fe­sto e si sepa­ra­rono dall’antico mae­stro rima­sto fedele al par­tito (il «gorgo», dirà oltre trent’anni dopo in un semi­na­rio ad Arco della sini­stra comu­ni­sta interna ed esterna al Pci che si poneva il pro­blema di cosa fare dopo la «svolta» di Achille Occhetto). Una fedeltà riba­dita al par­tito fino al 1993, quando decise di abban­do­nare il Pds. Prima ancora c’era stato il rifiuto a ripe­tere l’esperienza di pre­si­dente della camera (Ingrao disse no alla pro­po­sta fat­ta­gli da Enrico Ber­lin­guer) per­ché aveva voglia di tor­nare a stu­diare immer­gen­dosi nell’attività di ricerca del Crs. I limiti dell’Ingrao poli­tico sono l’altra fac­cia delle spe­ci­fi­cità dell’Ingrao intel­let­tuale che abbiamo ricor­dato fin qui. Non è mai stato un poli­tico puro, forse ha perso alcune occa­sioni per ren­dere più inci­siva la sua azione nel Pci.

Nell’ultimo ven­ten­nio Ingrao non ha mai smesso di pen­sare, scri­vere, par­lare, par­te­ci­pare alle mani­fe­sta­zioni con­tro la guerra in Kosovo, Afgha­ni­stan, Iraq. È sem­pre stato un punto di rife­ri­mento per la sini­stra critica.

Negli anni Novanta ha pro­vato a ricon­giun­gersi con il mani­fe­sto, par­te­ci­pando prima all’esperienza del Cer­chio qua­drato (inserto set­ti­ma­nale curato da Ida Domi­ni­janni) e poi alla seconda serie della rivi­sta men­sile diretta da Lucio Magri. Del resto, tra le sue auto­cri­ti­che c’è sem­pre stata quella di non essersi oppo­sto nel 1969 alle radia­zioni dal Pci di Luigi Pin­tor, Ros­sana Ros­sanda, Aldo Natoli, Luciana Castel­lina, Valen­tino Par­lato, Lucio Magri, Eli­seo Milani, Filippo Maone e tanti altri. Con Ros­sanda ha scritto nel 1995 il libro Appun­ta­menti di fine secolo segna­lando la quan­tità di pro­blemi irri­solti che il Nove­cento con­se­gnava al secolo nuovo.

A ini­ziare dal 1986, sen­ten­dosi chissà libero dal ruolo di diri­gente di par­tito, Ingrao pub­blica final­mente i suoi libri in versi. Si ripe­terà quando la scom­parsa del Pci gli porrà il pro­blema di usare un altro lin­guag­gio – più com­plesso e meno certo di quello della poli­tica – per capire le novità legate al crollo del Muro di Ber­lino. Il dub­bio dei vin­ci­tori (1986), L’alta feb­bre del fare (1994) e Varia­zioni serali (2000) sono le sue anto­lo­gie poe­ti­che. Nel primo volume Ingrao fa i conti con uto­pia, scon­fitta, e dub­bio. Nel secondo, le domande riguar­dano il «fare» come limite. Le poe­sie di Varia­zioni serali sono infine elo­gio dell’esi­tare. Se c’è un filo che lega que­sta ideale tri­lo­gia, va ricer­cato nella sot­to­li­nea­tura delle emo­zioni indi­vi­duali alla ricerca di senso: un’attenzione a temi che pur­troppo la poli­tica ignora. Il vec­chio Pie­tro ritorna attento come in gio­ventù ai segni seman­tici delle parole, ad ambi­guità e incom­piuto. Con que­sta scelta ci stu­piva ancora una volta come quando in una inter­vi­sta – già ultraot­tan­tenne – svelò l’interesse per la video­mu­sic che lega forme e ritmi diversi della comunicazione.

C’è un dolore in que­ste gior­nate di festa per il com­pleanno numero 99. È l’assenza di Laura Lom­bardo Radice (quest’anno avrebbe com­piuto 101 anni), la sua amata com­pa­gna, che un libro curato da Chiara Ingrao (Sol­tanto una vita, 2005) ci ha resti­tuito nella sua com­ples­sità bio­gra­fica. A fare com­pa­gnia a Pie­tro ci sono i figli Chiara, Renata, Guido, Bruna e Cele­ste, i nipoti e i pro­ni­poti. E ci sono i tanti che vogliono bene a Ingrao e pro­vano a ispi­rarsi a quel sin­go­lare metodo del pen­sare e fare che è l’«ingraismo».
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