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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 29 marzo 2014

Lavoro.Due ingenue domande


Storia e Teoria economica moderna  insegnano: «Il livello dell’occupazione non si deter­mina sul mer­cato del lavoro: il mer­cato del lavoro non è come il mer­cato del pesce». il manifesto, 29 marzo 2014


La sto­ria eco­no­mica (dopo la crisi del ’29), e la teo­ria eco­no­mica moderna (cioè la Teo­ria gene­rale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di J.M. Key­nes, del ’36), mostrano e dimo­strano che la vec­chia teo­ria eco­no­mica (la teo­ria neo­clas­sica dei primi anni del Nove­cento, ma ancora oggi ege­mone) non for­ni­sce ricette effi­caci per i nostri pro­blemi. Il livello dell’occupazione non si deter­mina sul mer­cato del lavoro: il mer­cato del lavoro non è come il mer­cato del pesce. Il prezzo e la quan­tità del pesce ven­duto e com­pe­rato è deter­mi­nato dall’incontro tra domanda e offerta, dove è bene che non vi siano impe­di­menti arti­fi­ciali; men­tre una mag­giore “fles­si­bi­lità” del mer­cato del lavoro, che non è una merce come le altre, si tra­duce in più bassi salari e dun­que in un aumento dei pro­fitti e delle ren­dite, ma non anche in mag­giore occupazione.

Tut­ta­via nella pre­messa al decreto sul Jobs Act (chi sa per­ché in ame­ri­cano) si dice: «Rite­nuta la straor­di­na­ria neces­sità ed urgenza di sem­pli­fi­care le moda­lità attra­verso cui viene favo­rito l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro ecc.». Per­ché non si stu­dia un po’ di più?

Con­di­zione neces­sa­ria affin­ché cre­sca l’occupazione (con­di­zione sì neces­sa­ria ma oggi non anche suf­fi­ciente) è invece che cre­sca la pro­du­zione. Su que­sto punto c’è ormai ampio con­senso, anche se da più di dieci anni si era già avver­tito che il pro­blema dell’economia ita­liana è un pro­blema di cre­scita; però si indica sol­tanto nei vin­coli euro­pei l’impedimento a una mag­giore spesa pub­blica; e si invo­cano prov­ve­di­menti quali la bene­fi­cenza e i tagli delle pre­bende come pos­si­bile solu­zione. Bene­fi­cenza e tagli sacro­santi, ma con­diti con la dema­go­gia della soli­da­rietà e dell’equità.

Ini­qua è invece la distri­bu­zione del red­dito oggi in Ita­lia, e que­sta è una delle cause della crisi. Tut­ta­via l’aliquota mar­gi­nale mas­sima dell’Irpef è oggi pari al 43% per i red­diti oltre i 75 mila euro, men­tre è noto a tutti che molti e di molto sono i red­diti più ele­vati: il 5% dei con­tri­buenti più ric­chi con­cen­tra il 22,7% del red­dito com­ples­sivo; e tut­ta­via l’elusione e l’evasione fiscale non ven­gono com­bat­tute con gli stru­menti che in realtà sono disponibili.

Secondo il sobrio arti­colo 53 della Costi­tu­zione: «Tutti sono tenuti a con­cor­rere alle spese pub­bli­che in ragione della loro capa­cità con­tri­bu­tiva. Il sistema tri­bu­ta­rio è infor­mato a cri­teri di progressività». Per­ché non si rispetta la Costituzione?
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