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Thomas Fazi
Lavoro e fiscal compact, l’altra strada per l’Europa
21 Marzo 2014
Articoli del 2014
Quando la sinistra rompe i recinti che la dividono e ragiona sulla base dei principi che la uniscono riesce a tracciare prospettive programmatiche convincenti. Il
Quando la sinistra rompe i recinti che la dividono e ragiona sulla base dei principi che la uniscono riesce a tracciare prospettive programmatiche convincenti. Il

manifesto, 21 marzo 2014
Fer­mare l’austerità, espan­dere la demo­cra­zia, con­trol­lare la finanza. Que­ste le parole d’ordine emerse dal forum «Ano­ther Road for Europe», orga­niz­zato mer­co­ledì al Par­la­mento euro­peo dalla Rete euro­pea degli eco­no­mi­sti pro­gres­si­sti (euro-pen), di cui fanno parte Sbi­lan­cia­moci!, Euro­Me­mo­ran­dum, Eco­no­mi­stes Atter­rés fran­cesi, Trans­na­tio­nal Insti­tute e molti altri.

Pochi giorni prima del Con­si­glio euro­peo di ieri e a qual­che mese dalle ele­zioni, movi­menti e sin­da­cati hanno pre­sen­tato alle forze poli­ti­che euro­pee e nazio­nali – tra cui Gianni Pit­tella, vice-presidente del Par­la­mento euro­peo; il socia­li­sta fran­cese Liêm Hoang Ngoc, autore della recente mozione dell’Europarlamento con­tro la troika; Ste­fano Fas­sina del Pd; Giu­lio Mar­con e Gior­gio Airaudo di Sel; Monica Fras­soni dei Verdi e Jür­gen Klute del Gue [Sinistra Europea - n.d.r.] – le loro pro­po­ste per uscire dalla crisi. Rispetto al primo forum di due anni fa, sor­prende quanto si sia col­mata la distanza tra movi­menti e poli­tici, con que­sti ultimi che ormai fanno pro­prie molte delle argo­men­ta­zioni dei primi.

Segno della gra­vità della situa­zione, e di una sem­pre più dif­fusa presa di coscienza (anche tra i social­de­mo­cra­tici) del fatto che il Tita­nic Europa – come lo defi­ni­sce Ste­fano Fas­sina – sta cor­rendo dritto verso l’iceberg, e che l’unica sal­vezza per il con­ti­nente è un radi­cale cam­bio di rotta, che includa una revi­sione pro­fonda dell’architettura stessa dell’Ue, e che non può limi­tarsi a nego­ziare qual­che punto di per­cen­tuale di mar­gine sul rap­porto deficit/Pil del 3%, su cui Renzi sem­bra aver incen­trato tutta la sua stra­te­gia euro­pea. Tro­vando comun­que delle impor­tanti con­ver­genze isti­tu­zio­nali. «Biso­gna ridi­scu­tere il fiscal com­pact, per­met­tere ai paesi in crisi di supe­rare il limite del 3% e aprire un dibat­tito sulla revi­sione dei cri­teri fiscali di Maa­stri­cht». A dirlo non è un atti­vi­sta di Attac ma Gianni Pit­tella, vice-presidente del Par­la­mento euro­peo, che aggiunge: «Serve un grande piano di inve­sti­menti pub­blici euro­pei per rilan­ciare la cre­scita e la domanda».

Tutti d’accordo sulla neces­sità di nuovi inve­sti­menti, ma c’è chi pun­tua­lizza che non si esce dalla crisi sem­pli­ce­mente rilan­ciando lo stesso modello che di que­sta crisi è in parte la causa. «La cre­scita è impor­tante», chiosa Luciana Castel­lina, «ma altret­tanto impor­tante è dire quale cre­scita: le poli­ti­che indu­striali devono ser­vire anche per riqua­li­fi­care la pro­du­zione (soprat­tutto quella ener­ge­tica) in chiave soste­ni­bile, rio­rien­tare la domanda e creare lavoro».

La cen­tra­lità del lavoro nella ripresa euro­pea è stata riba­dita da Ronald Jans­sen della Con­fe­de­ra­zione euro­pea dei sin­da­cati (Etuc): «La pres­sione com­pe­ti­tiva sui salari sta aggra­vando la reces­sione, ucci­dendo la domanda e spin­gendo l’Europa verso la defla­zione. Biso­gna smet­tere di vedere il lavoro come un fat­tore di com­pe­ti­ti­vità ma come uno stru­mento di cre­scita e di sta­bi­lità, a par­tire dall’introduzione di uno stan­dard euro­peo sul sala­rio minimo e dalla difesa del modello sociale euro­peo».

Se il rilan­cio del lavoro è cen­trale per argi­nare la defla­zione e ridurre le disu­gua­glianze, altret­tanto lo sono le poli­ti­che mone­ta­rie della Bce, che devono essere radi­cal­mente rifor­mate per far ritor­nare l’inflazione almeno al 2% e per­met­tere alla banca cen­trale di offrire liqui­dità agli stati e agire da pre­sta­trice di ultima istanza sul debito dei sin­goli paesi e sugli euro­bond emessi col­let­ti­va­mente dall’eurozona, cru­ciali per sta­bi­liz­zare il debito pub­blico.
Pur rico­no­scendo l’importanza degli euro­bond, Ste­fano Fas­sina e altri hanno sot­to­li­neato però che il debito pub­blico ha rag­giunto livelli inso­ste­ni­bili in molti paesi (a par­tire dalla Gre­cia), e che l’istituzione di mec­ca­ni­smo di ristrut­tu­ra­zione del debito – uno dei punti cen­trali del pro­gramma euro­peo di Tsi­pras – è un pas­sag­gio ormai ine­lu­di­bile. Se cre­diti e debiti sono due facce della stessa meda­glia, lo sono anche i sur­plus e defi­cit com­mer­ciali che sono alla base degli squi­li­bri della bilan­cia dei paga­menti inter-europea. Per que­sto – come ha spie­gato Jordi Angu­sto di Eco­no­Nue­stra, gruppo di eco­no­mi­sti ete­ro­dossi spa­gnoli – «è sui­cida pen­sare di ridurre gli squi­li­bri com­mer­ciali sem­pli­ce­mente costrin­gendo i paesi in defi­cit a tagliare i salari e ridurre la domanda, aggra­vando così la reces­sione. Ser­vono dei mec­ca­ni­smi che costrin­gano anche i paesi in sur­plus a fare la loro parte, sti­mo­lando la domanda interna». Ri-regolamentazione della finanza (a par­tire dalla rein­tro­du­zione dei con­trolli di capi­tale), ricon­qui­sta degli spazi di demo­cra­zia (a livello sia euro­peo che nazio­nale) e l’opposizione al Trat­tato tran­sa­tlan­tico di libero com­mer­cio (Ttip) alcuni degli altri temi trat­tati. Molto, insomma, il lavoro da fare. Soprat­tutto in vista delle ele­zioni di mag­gio. Anche per scon­giu­rare l’ipotesi di una “grande coa­li­zione” tra social­de­mo­cra­tici e con­ser­va­tori nel nuovo Euro­par­la­mento, che non potrebbe che decli­narsi sulla base di una tra­gica con­ti­nuità con quelle poli­ti­che che stanno tra­sci­nando l’Europa nel baratro.
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