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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

venerdì 21 marzo 2014

Lavoro e fiscal compact, l’altra strada per l’Europa

Quando la sinistra rompe  i recinti che la dividono e ragiona sulla base dei principi che la uniscono riesce a tracciare prospettive programmatiche convincenti. Il manifesto, 21 marzo 2014
Fer­mare l’austerità, espan­dere la demo­cra­zia, con­trol­lare la finanza. Que­ste le parole d’ordine emerse dal forum «Ano­ther Road for Europe», orga­niz­zato mer­co­ledì al Par­la­mento euro­peo dalla Rete euro­pea degli eco­no­mi­sti pro­gres­si­sti (euro-pen), di cui fanno parte Sbi­lan­cia­moci!, Euro­Me­mo­ran­dum, Eco­no­mi­stes Atter­rés fran­cesi, Trans­na­tio­nal Insti­tute e molti altri.

Pochi giorni prima del Con­si­glio euro­peo di ieri e a qual­che mese dalle ele­zioni, movi­menti e sin­da­cati hanno pre­sen­tato alle forze poli­ti­che euro­pee e nazio­nali – tra cui Gianni Pit­tella, vice-presidente del Par­la­mento euro­peo; il socia­li­sta fran­cese Liêm Hoang Ngoc, autore della recente mozione dell’Europarlamento con­tro la troika; Ste­fano Fas­sina del Pd; Giu­lio Mar­con e Gior­gio Airaudo di Sel; Monica Fras­soni dei Verdi e Jür­gen Klute del Gue [Sinistra Europea - n.d.r.] – le loro pro­po­ste per uscire dalla crisi. Rispetto al primo forum di due anni fa, sor­prende quanto si sia col­mata la distanza tra movi­menti e poli­tici, con que­sti ultimi che ormai fanno pro­prie molte delle argo­men­ta­zioni dei primi.

Segno della gra­vità della situa­zione, e di una sem­pre più dif­fusa presa di coscienza (anche tra i social­de­mo­cra­tici) del fatto che il Tita­nic Europa – come lo defi­ni­sce Ste­fano Fas­sina – sta cor­rendo dritto verso l’iceberg, e che l’unica sal­vezza per il con­ti­nente è un radi­cale cam­bio di rotta, che includa una revi­sione pro­fonda dell’architettura stessa dell’Ue, e che non può limi­tarsi a nego­ziare qual­che punto di per­cen­tuale di mar­gine sul rap­porto deficit/Pil del 3%, su cui Renzi sem­bra aver incen­trato tutta la sua stra­te­gia euro­pea. Tro­vando comun­que delle impor­tanti con­ver­genze isti­tu­zio­nali. «Biso­gna ridi­scu­tere il fiscal com­pact, per­met­tere ai paesi in crisi di supe­rare il limite del 3% e aprire un dibat­tito sulla revi­sione dei cri­teri fiscali di Maa­stri­cht». A dirlo non è un atti­vi­sta di Attac ma Gianni Pit­tella, vice-presidente del Par­la­mento euro­peo, che aggiunge: «Serve un grande piano di inve­sti­menti pub­blici euro­pei per rilan­ciare la cre­scita e la domanda».

Tutti d’accordo sulla neces­sità di nuovi inve­sti­menti, ma c’è chi pun­tua­lizza che non si esce dalla crisi sem­pli­ce­mente rilan­ciando lo stesso modello che di que­sta crisi è in parte la causa. «La cre­scita è impor­tante», chiosa Luciana Castel­lina, «ma altret­tanto impor­tante è dire quale cre­scita: le poli­ti­che indu­striali devono ser­vire anche per riqua­li­fi­care la pro­du­zione (soprat­tutto quella ener­ge­tica) in chiave soste­ni­bile, rio­rien­tare la domanda e creare lavoro».

La cen­tra­lità del lavoro nella ripresa euro­pea è stata riba­dita da Ronald Jans­sen della Con­fe­de­ra­zione euro­pea dei sin­da­cati (Etuc): «La pres­sione com­pe­ti­tiva sui salari sta aggra­vando la reces­sione, ucci­dendo la domanda e spin­gendo l’Europa verso la defla­zione. Biso­gna smet­tere di vedere il lavoro come un fat­tore di com­pe­ti­ti­vità ma come uno stru­mento di cre­scita e di sta­bi­lità, a par­tire dall’introduzione di uno stan­dard euro­peo sul sala­rio minimo e dalla difesa del modello sociale euro­peo».

Se il rilan­cio del lavoro è cen­trale per argi­nare la defla­zione e ridurre le disu­gua­glianze, altret­tanto lo sono le poli­ti­che mone­ta­rie della Bce, che devono essere radi­cal­mente rifor­mate per far ritor­nare l’inflazione almeno al 2% e per­met­tere alla banca cen­trale di offrire liqui­dità agli stati e agire da pre­sta­trice di ultima istanza sul debito dei sin­goli paesi e sugli euro­bond emessi col­let­ti­va­mente dall’eurozona, cru­ciali per sta­bi­liz­zare il debito pub­blico. 

Pur rico­no­scendo l’importanza degli euro­bond, Ste­fano Fas­sina e altri hanno sot­to­li­neato però che il debito pub­blico ha rag­giunto livelli inso­ste­ni­bili in molti paesi (a par­tire dalla Gre­cia), e che l’istituzione di mec­ca­ni­smo di ristrut­tu­ra­zione del debito – uno dei punti cen­trali del pro­gramma euro­peo di Tsi­pras – è un pas­sag­gio ormai ine­lu­di­bile. Se cre­diti e debiti sono due facce della stessa meda­glia, lo sono anche i sur­plus e defi­cit com­mer­ciali che sono alla base degli squi­li­bri della bilan­cia dei paga­menti inter-europea. Per que­sto – come ha spie­gato Jordi Angu­sto di Eco­no­Nue­stra, gruppo di eco­no­mi­sti ete­ro­dossi spa­gnoli – «è sui­cida pen­sare di ridurre gli squi­li­bri com­mer­ciali sem­pli­ce­mente costrin­gendo i paesi in defi­cit a tagliare i salari e ridurre la domanda, aggra­vando così la reces­sione. Ser­vono dei mec­ca­ni­smi che costrin­gano anche i paesi in sur­plus a fare la loro parte, sti­mo­lando la domanda interna». Ri-regolamentazione della finanza (a par­tire dalla rein­tro­du­zione dei con­trolli di capi­tale), ricon­qui­sta degli spazi di demo­cra­zia (a livello sia euro­peo che nazio­nale) e l’opposizione al Trat­tato tran­sa­tlan­tico di libero com­mer­cio (Ttip) alcuni degli altri temi trat­tati. Molto, insomma, il lavoro da fare. Soprat­tutto in vista delle ele­zioni di mag­gio. Anche per scon­giu­rare l’ipotesi di una “grande coa­li­zione” tra social­de­mo­cra­tici e con­ser­va­tori nel nuovo Euro­par­la­mento, che non potrebbe che decli­narsi sulla base di una tra­gica con­ti­nuità con quelle poli­ti­che che stanno tra­sci­nando l’Europa nel baratro.
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