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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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sabato 22 marzo 2014

Il buco nero del Fiscal compact

Per uscire dall'appiattimento della politica  su ideologia e prassi dei Mercati, dall'ipocrisia  degli economisti, «un insieme di saperi costruiti sulle evi­denze della vita quo­ti­diana di milioni di uomini, donne, vec­chi e bam­bini; sui loro biso­gni; sui loro desi­deri; e soprat­tutto sui loro mille talenti». Il manifesto, 22 marzo 2014


Alcuni anni fa – era­vamo già in piena crisi – dopo una tra­smis­sione in cui un noto eco­no­mi­sta di sini­stra, non­ché colum­nist di un impor­tante quo­ti­diano, si era a lungo dif­fuso sulla neces­sità rimet­tere in moto la cre­scita, gli avevo chie­sto: ma dav­vero pensi che l’economia ita­liana possa tor­nare a cre­scere a breve? Mi aveva rispo­sto in modo peren­to­rio: in Ita­lia non ci sarà più cre­scita per almeno dieci anni. Da allora quell’economista–colum­nist ha pub­bli­cato arti­coli su arti­coli su come il paese può ripren­dere a cre­scere; ora, subito, ovvia­mente; non fra dieci anni.

A un altro eco­no­mi­sta–colum­nist che aveva pub­bli­cato, insieme a un terzo col­lega — suc­ces­si­va­mente risuc­chiato nel buco nero della lista “Fer­miamo il declino” di Oscar Gian­nino — un arti­colo molto citato dove soste­neva che per fer­mare lo spread biso­gnava ven­dere subito tutte le imprese di Stato, avevo chie­sto, qual­che mese dopo, se non avesse cam­biato idea. Per­ché quello che si può rica­vare da una ven­dita simile è irri­so­rio rispetto alla mon­ta­gna del debito pub­blico ita­liano. Mi aveva rispo­sto di sì; con­si­de­rava quell’articolo un errore. Da allora ha con­ti­nuato a scri­vere arti­coli su arti­coli per pro­pu­gnare la ven­dita di tutti gli asset di Stato. E per occu­parsi meglio della cosa è diven­tato anche un con­si­gliere di Renzi.

Que­sti epi­sodi, insieme ad altre rifles­sioni, mi hanno con­vinto che gli eco­no­mi­sti main­stream, o la grande mag­gio­ranza, non cre­dono asso­lu­ta­mente in quello che scri­vono. Sanno benis­simo, o sospet­tano for­te­mente, che con le loro ricette, o soprat­tutto a causa di esse, le cose non pos­sono che andare sem­pre peg­gio. Ma allora, per­ché lo fanno? Per­ché non rac­con­tano quello che vera­mente pen­sano? Il fatto è che non rie­scono a uscire dalla gab­bia con­cet­tuale in cui li impri­giona la loro disci­plina, ormai assurta al rango di pen­siero unico, senza più distin­zioni tra destra e sinistra.

Non sanno ragio­nare senza il pun­tello di cate­go­rie che riman­dano a un mondo che non esi­ste e non è mai esi­stito, dove tutto ruota intorno a un mer­cato imma­gi­na­rio, eretto a supremo rego­la­tore del creato, e a cui isti­tu­zioni, poli­tica, cul­tura, ambiente, e la vita stessa di miliardi di esseri umani, non pos­sono fare altro che adat­tarsi (o cer­care di farlo) adot­tando come unica regola di con­dotta una lotta di tutti con­tro tutti. Che loro chia­mano con­cor­renza o com­pe­ti­ti­vità. Però, al ter­mine mer­cato (al sin­go­lare) con il quale desi­gnano per lo più un mec­ca­ni­smo ano­nimo, imper­so­nale, tra­spa­rente, agìto in modo pre­te­rin­ten­zio­nale da milioni o miliardi di indi­vi­dui, hanno da tempo sosti­tuito il ter­mine “mer­cati” (al plu­rale), che allude invece a un potere opaco – ano­nimo solo per­ché i suoi deten­tori agi­scono nell’ombra – con­cen­trato in mano a pochis­sime entità che domi­nano il mondo con la finanza. Ecco spie­gata in modo sem­plice la loro afa­sia su ciò che sta suc­ce­dendo: una gigan­te­sca espro­pria­zione di miliardi di esseri umani per con­cen­trare la ric­chezza in un pugno sem­pre più ristretto di pri­vi­le­giati. Molti di loro, in realtà, lo sanno benis­simo e die­tro a tanta teo­ria non c’è che la difesa dell’ordine esi­stente, per quante cri­ti­che, peral­tro asso­lu­ta­mente mar­gi­nali, gli rivolgano.

Ci sono molti pre­ce­denti sto­rici di un approc­cio con­cet­tuale del genere, che Marx chia­mava ideo­lo­gia; ma uno è più chiaro di tutti. E’ il con­flitto che aveva spinto la Chiesa cat­to­lica e l’inquisizione a man­dare al rogo Gior­dano Bruno e a imporre una ritrat­ta­zione a Gali­leo Gali­lei per difen­dere una con­ce­zione dell’universo con­so­li­data in una dot­trina da cui discen­deva l’immutabilità dell’ordine gerar­chico della società del tempo. Anche allora gli inqui­si­tori di Gali­leo non cre­de­vano a quello che soste­ne­vano: per que­sto si rifiu­ta­vano di guar­dare nel tele­sco­pio che mostrava due satel­liti di Giove che “buca­vano” la sfera cele­ste, met­tendo in forse la sua per­fe­zione cri­stal­lina e, con essa, quella dell’ordine sociale.

Ma oggi a bucare i cieli del pen­siero unico non ci sono solo due pic­coli satel­liti, ma diversi gigan­te­schi buchi neri. Per restare in Europa, il primo è la Gre­cia, il paese-cavia degli espe­ri­menti cor­ret­tivi della Troika, che anche il nostro attuale mini­stro dell’economia, solo tre anni fa, spac­ciava come un’amara medi­cina che avrebbe risa­nato il paese. Il paese non è stato affatto risa­nato; anzi, è stato con­dan­nato al rogo come Gior­dano Bruno. E il suo popolo è ancora in vita solo per­ché sta lot­tando con tutte le pro­prie forze con­tro quei fami­ge­rati memo­ran­dum; cioè con­tro le con­se­guenze di poli­ti­che che, come ci ricor­dava Luciano Gal­lino (la Repub­blica, 15 marzo), vanno con­si­de­rate un vero e pro­prio «cri­mine con­tro l’umanità». Eppure quella medi­cina i soste­ni­tori del pen­siero unico insi­stono a pro­pi­narla; la loro scienza non può sba­gliare; d’altronde a morine è solo il paziente. Ma in quel can­noc­chiale pun­tato sulla Gre­cia, qual­cuno dei nostri eco­no­mi­sti–colum­nist ha pro­vato a guardare?

Un secondo buco nero, che non richiede nem­meno un bino­colo per essere visto, è una meteo­rite che sta per pre­ci­pi­tare sul nostro già deva­stato paese, e su molti altri, per ridurli in poco tempo in cenere come la Gre­cia. Si chiama fiscal com­pact e pre­vede per le finanze dell’Italia, a par­tire dall’anno pros­simo, l’esborso di circa 50 miliardi all’anno, per venti anni di seguito, per resti­tuire una parte cospi­cua del debito pub­blico del nostro paese. Cin­quanta miliardi che si andranno ad aggiun­gere ai quasi 100 che già sbor­siamo ogni anno, sotto forma di inte­ressi, ai cre­di­tori (pri­vati) dello Stato ita­liano; soprat­tutto da quando è stato rea­liz­zato il fami­ge­rato divor­zio tra Governo e Banca d’Italia; la quale, da allora non ha più potuto finan­ziare il defi­cit della spesa pub­blica. Cumu­lando gli inte­ressi che lo Stato ita­liano ha pagato da allora, infatti, e per nes­sun altro motivo, si è andato costi­tuendo quel mostruoso debito pub­blico che oggi viene invece impu­tato a una popo­la­zione sac­cheg­giata e impo­ve­rita, che secondo gli eco­no­mi­sti main­stream sarebbe vis­suta per anni al di sopra delle sue pos­si­bi­lità. Quel divor­zio, peral­tro, ha poi for­nito alla Bce il modello dello sta­tuto che la esclude dal ruolo di pre­sta­tore di ultima istanza; e che è all’origine della mag­gior parte dei colpi inferti alla soli­da­rietà e alla soli­dità dell’Unione europea.

Per que­sto, sia detto di sfug­gita, uscire dall’euro, posto che sia fat­ti­bile, non ci resti­tui­rebbe certo un pre­sta­tore di ultima istanza: un’istituzione che può invece venir rein­tro­dotta solo con una lotta con­dotta a livello euro­peo. Bene, in quel bino­colo nes­sun eco­no­mi­sta–colum­nist sem­bra dispo­sto a guar­dare: cioè a spie­gare da dove lo Stato ita­liano potrà mai tirar fuori tutto quel denaro; ovvero quale tasso di cre­scita sarebbe neces­sa­rio rag­giun­gere – e subito! – per far fronte a un impe­gno simile. Pre­fe­ri­scono discet­tare, incen­sando il nuovo pre­mier come ave­vano fatto con tutti quelli venuti prima di lui, sui due o quat­tro deci­mali di punto per­cen­tuale su cui potrebbe gio­care Renzi per far qua­drare i conti senza far arrab­biare troppo la Com­mis­sione euro­pea. Ma può quel che resta del tes­suto pro­dut­tivo ita­liano, non dico cre­scere, ma reg­gere ancora a lungo, se lo Stato destina ogni anno alla ren­dita un decimo del Pil? Nes­suna rispo­sta in pro­po­sito sem­bra venire dai poli­tici e dagli eco­no­mi­sti che stanno man­dando anche noi al rogo.

Il fatto è che per scru­tare sia le viscere di quei poteri dove si accen­tra ormai quasi metà della ric­chezza della Terra, sia l’universo di una popo­la­zione mon­diale – e nel suo pic­colo, ita­liana — pro­le­ta­riz­zata, impo­ve­rita, sfrut­tata, inde­bi­tata e sospinta ai mar­gini di una vita decente, ci vogliono ben altre disci­pline che non l’economia main­stream, di destra o di sini­stra. Ci vuole una scienza nuova che can­celli dalla fac­cia della terra tutti i quei pre­giu­dizi; una scienza come quella con cui Gali­leo aveva fatto piazza pulita dell’universo tole­maico. O, forse, non una scienza vera e pro­pria, con tutti i palu­da­menti che accom­pa­gnano que­sto ter­mine, ma un insieme di saperi costruiti guar­dando in fac­cia il mondo com’è. Dei saperi costruiti sulle evi­denze della vita quo­ti­diana di milioni di uomini, di donne, di vec­chi e di bam­bini; sui loro biso­gni; sui loro desi­deri; e soprat­tutto sui loro mille talenti. Le forze che si stanno rac­co­gliendo in Europa intorno alla can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras alla Pre­si­denza della Com­mis­sione euro­pea – e che riven­di­cano una revi­sione radi­cale dei trat­tati che rego­lano l’Unione, la remis­sione di una parte sostan­ziale dei debiti e un grande piano di lavori pub­blici per ricon­durre il paese alla soste­ni­bi­lità ambien­tale — pos­sono essere un punto di rife­ri­mento per pre­sen­tare oggi, e far valere sem­pre più domani, una visione del mondo alter­na­tiva e una pro­spet­tiva radi­cal­mente diversa da quella con­ce­zione tole­maica del mer­cato come “riso­lu­tore di ultima istanza” dei nostri pro­blemi che ci sta con­dan­nando tutti al rogo.



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