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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

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sabato 18 gennaio 2014

Un nuovo libro: ”La sinistra e la città”: ma è il programma della Moratti per Milano!

Una recensione molto critica del libro di Roberto Della Seta ed Edoardo Zanchini (Donzelli). La discussione, ovviamente, è aperta.  www.bookdetector.it, gennaio 2014

Perché, come, quando si è consumato il divorzio tra la sinistra italiana e l’urbanistica? Questa è la domanda angosciosa che gli autori, entrambi attivi nella sfera politica (Pd e Legambiente) pongono nel libro, convinti della necessità di un’urgente riconciliazione. La questione è in effetti della massima urgenza, ed è senz’altro un bene che qualcuno l’abbia posta: perché è vero che la sinistra ha espulso la città dai programmi e dal vocabolario, mentre la destra se ne è appropriata, spingendo da un lato per la deregulation urbanistica a favore della speculazione immobiliare e dall’altro per una regolazione ossessiva dei dispositivi di sicurezza. Gli effetti di questo spostamento di campo e di segno sono diseguaglianza e segregazione, città sempre più estese sul territorio ma sempre più nettamente divise tra riserve per ricchi e spazi residuali per i poveri.

Ma, come spesso succede a chi forgia da sé tanto i quesiti che le risposte, a una buona domanda fanno seguito delle analisi e delle proposte desolanti. Semplificando, si può dire che il libro si compone di un racconto appassionante della stagione eroica dell’impegno politico sulla città (i gloriosi decenni che vanno dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta), una ricostruzione della triste decadenza di ogni valore (la corruzione e la miopia dei governi di centrosinistra da allora a oggi) e un’esortazione finale alle buone pratiche talmente insulsa e contraddittoria da invalidare quanto di buono si poteva leggere nelle prime pagine, ma soprattutto ogni speranza di un rinnovato engagement di certa sinistra sui temi urbani. Della Seta e Zanchini raccontano la storia delle grandi battaglie – soprattutto romane ma non solo – contro gli sventramenti, in difesa dell’Appia Antica, e poi contro l’abusivismo, la rendita fondiaria e lo strapotere delle società immobiliari negli anni Cinquanta e Sessanta come il prodotto di una straordinaria alleanza tra intellettuali e politici di centrosinistra. Le virulente polemiche su “Il mondo”, la fondazione di Italia Nostra, il periodo olivettiano all’Inu (Istituto Nazionale di urbanistica) che posero le basi della tutela ambientale e del patrimonio storico artistico sono frutto di una cultura di matrice prevalentemente liberale: Borgese, Cederna, Pannunzio, Cattani, Iannello, Bucalossi non erano certo comunisti, eppure quello che li univa nella lotta politica al PCI era la coscienza della necessità di combattere non solo lo scempio della bellezza, ma anche dell’uguaglianza. 

Ma poi, negli anni Ottanta, prevale all’interno dell’area del centrosinistra il trasversale “partito del cemento”. Alle rivoluzionarie, ma fallite, riforme urbanistiche contro la rendita di Sullo, Mancini e Bucalossi seguono non solo i famigerati condoni edilizi, ma anche e soprattutto i governi Prodi, D’Alema e Amato che hanno devastato quel che restava della buona politica urbanistica d’antan. Indifferenti ai problemi della casa, del paesaggio, senza una presa di posizione chiara sulle infrastrutture e sui temi ambientali, hanno però sposato le ragioni della rendita immobiliare, vincolando ad essa lo sviluppo economico.

Fin qui siamo d’accordo, ma come è potuto succedere? Gli autori, chiusi in una prospettiva locale e assurdamente atemporale, sembrano totalmente concentrati sull’insipienza e la disonestà degli attori politici. Non sarà che fino agli anni Settanta c’era il welfare, esteso anche all’organizzazione della città? Che in buona parte del mondo occidentale, grazie allo spauracchio comunista e alle lotte dei lavoratori, venivano elaborate politiche redistributive, e quindi limitanti le prerogative della proprietà privata, anche da parte di governi e partiti conservatori, politiche che negli anni successivi sono state stigmatizzate e cancellate dall’ideologia neoliberista? E che le “sinistre” mondiali hanno aderito poi con entusiasmo ai suoi principi, da Clinton a Blair ai nostri esponenti locali? 

E invece no, per tornare a “scommettere sulla città” la sinistra oggi dovrebbe secondo Della Seta e Zanchini puntare di nuovo sulla bellezza (come Renzi con la bufala della piazza di cotto?) e la riqualificazione urbana contro il consumo di suolo, ma abbandonando i vecchi pregiudizi contro i privati e la fissazione dell’esproprio. Bisogna guardare alle best practices, i casi di “successo urbano”, per attrarre creativi e capitali: e dunque competere sulla scena globale, entrare nel ranking delle smart cities e della sostenibilità, fare più pubblico con più privato. Come no. È la fotocopia del programma della Moratti per Milano, prima della crisi.
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