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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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domenica 19 gennaio 2014

Umiliante sintonia

Che altro dire! Se non che ha ragione chi dice che il fomdo dell'abisso è sempre più in basso di quanto si potesse pensare. Il manifesto, 18 gennaio 2014


E' sboc­ciato un amore, una «pro­fonda sin­to­nia» fra il Pd e Forza ita­lia. O meglio, fra Mat­teo Renzi e Sil­vio Ber­lu­sconi. Forse non è ancora un accordo, i det­ta­gli sono tutti da defi­nire, e potreb­bero essere la buc­cia di banana su cui far sci­vo­lare il governo verso le ele­zioni. Ma quando una sin­to­nia è «pro­fonda» risulta molto dif­fi­cile per chiun­que — soprat­tutto nella mag­gio­ranza di governo — distur­barla facendo «la voce grossa». Spe­cial­mente quando si hanno per­cen­tuali elet­to­rali a una cifra («non per­met­te­remo il ricatto dei pic­coli par­titi», è l’avvertimento di Renzi).

Dopo più di due ore di fac­cia a fac­cia e una breve dichia­ra­zione ai gior­na­li­sti, il segre­ta­rio del Pd ha dato appun­ta­mento a lunedì quando nella dire­zione del par­tito arri­verà la pro­po­sta di legge elet­to­rale e di riforma costi­tu­zio­nale. Dun­que manca qual­che ora per cer­care un «patto» nella mag­gio­ranza. Tut­ta­via den­tro la par­tita poli­tica ieri se ne è gio­cata un’altra, for­te­mente simbolica.

Nes­suna tele­ca­mera ha mostrato imma­gini dell’incontro (per pudore resi­duo, per ver­go­gna, per paura dell’impopolarità?), che nes­suno poteva imma­gi­nare qual­che set­ti­mana fa, soprat­tutto dopo la cac­ciata di un pre­giu­di­cato dal Par­la­mento: la scelta di Renzi ha di fatto ria­bi­li­tato un lea­der dimez­zato dai guai giudiziari.

Forse il segre­ta­rio del Pd voleva can­cel­lare la sua pro­fonda incoe­renza, facendo dimen­ti­care certe frasi roboanti che appena qual­che mese fa era diven­tate titoli di prima pagina. Dopo la sen­tenza della Cas­sa­zione «per Ber­lu­sconi la par­tita è finita, game over», disse com­pia­ciuto per aver azzec­cato la bat­tuta giu­sta. Ma per i poli­tici la coe­renza non è una virtù e il gio­vane Renzi con­trad­dice cla­mo­ro­sa­mente la sua liqui­da­to­ria bat­tuta rice­vendo il lea­der di Forza Ita­lia addi­rit­tura nella sede del Par­tito demo­cra­tico. Un atto di arro­ganza dun­que verso il suo stesso par­tito, anche se non verso la sto­ria, basti ricor­dare i rap­porti con D’Alema e con Veltroni.

Ma ora la situa­zione è diversa: in nes­sun paese nor­male può acca­dere che a deci­dere le riforme (elet­to­rali e costi­tu­zio­nali) venga chia­mato un per­so­nag­gio che i magi­strati stanno per asse­gnare ai ser­vizi sociali o agli arre­sti domi­ci­liari. E sic­come la forma è sostanza que­sta sfida sim­bo­lica dice molto dell’invulnerabilità da cui Renzi si sente pro­tetto. Un uomo solo al comando dopo il ple­bi­scito delle pri­ma­rie. Che umi­lia almeno una parte dell’elettorato del Pd.

Il brac­cio di ferro tra il segre­ta­rio, il pre­si­dente del con­si­glio e la mag­gio­ranza di governo è arri­vato al punto di mas­sima ten­sione, mol­ti­pli­ca­tore di un con­flitto nel Par­tito demo­cra­tico ancora fra­stor­nato dal cam­bio dei ver­tici e dalla geo­gra­fia mobile delle cor­renti. Per certi versi sem­bra di assi­stere ai vec­chi riti demo­cri­stiani quando il segre­ta­rio Dc attac­cava il governo Dc le cui sorti erano alla fine decise dal gioco delle cor­renti di piazza del Gesù.

Per­ché somi­glia molto ad un gioco demo­cri­stiano que­sta trian­go­la­zione tra Letta, Renzi e Alfano che cer­cano di farsi lo sgam­betto per poi meglio accor­darsi e chiu­dere la par­tita della legge elet­to­rale in modo che sod­di­sfi le esi­genze di tutti. Però quando al tavolo è seduto anche Ber­lu­sconi c’è sem­pre il rischio che decida di ribal­tarlo. E a pen­sarci bene, che a deci­dere sul futuro del nostro Paese sia un pre­giu­di­cato non è umi­liante solo per un par­tito, ma per tutti.
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