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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 28 gennaio 2014

Retromarcia del bullo

Ogni giorno ci domandiamo se è peggio essere comandati dal Caimano direttamente o attraverso il suo pupazzo. Il manifesto, 27 gennaio 2014



Ver­dini e Ber­lu­sconi li ha ascol­tati volen­tieri, ma le osser­va­zioni cri­ti­che dei mag­giori costi­tu­zio­na­li­sti ita­liani no: quelle lo hanno fatto inner­vo­sire. Mat­teo Renzi ha preso male l’appello dei giu­ri­sti con­tro il suo pro­getto di riforma elet­to­rale; lo hanno fir­mato da Azza­riti a Car­las­sare, da Fer­ra­joli a Fer­rara, da Rodotà a Vil­lone e il mani­fe­sto lo ha pub­bli­cato dome­nica. «Un mani­polo di scien­ziati del diritto», li ha defi­niti sprez­zante il segre­ta­rio del Pd, usando il lin­guag­gio che gli serve a inten­dersi con il Cava­liere.
Cava­liere che per le sue «por­cate» elet­to­rali o ad per­so­nam del resto faceva lo stesso. Tirava avanti comun­que, per poi sbat­tere rego­lar­mente con­tro la Corte Costi­tu­zio­nale. A quel punto, però, quelle leggi ave­vano già fatto danni. Per l’Italicum si intra­vede un destino simile. In effetti è ancora una legge fir­mata Berlusconi.

Chi avesse preso sul serio gli infi­niti discorsi di Renzi sull’importanza del «merito», con­trap­po­sto al par­lar vano della poli­tica, avrebbe di che sor­pren­dersi ascol­tan­dolo adesso inso­len­tirsi per le cri­ti­che nel merito dei giu­ri­sti. «Se non si fa que­sta legge elet­to­rale ci tocca il governo con Ber­lu­sconi», spiega spic­cio il segre­ta­rio. A guar­dare sotto la spoc­chia les­si­cale que­sto è il suo unico argo­mento. Cioè, una riforma che ampli­fica i disa­stri della legge Cal­de­roli, ignora le osser­va­zioni della Con­sulta e regala a una mino­ranza un pre­mio spro­po­si­tato è una neces­sità poli­tica? Tac­cia allora chi si pre­oc­cupa dei prin­cipi costi­tu­zio­nali. Ma se al sin­daco di Firenze inte­ressa que­sto e basta, vin­cere il famoso giorno dopo le ele­zioni, o meglio ancora quello prima, se il rispetto della volontà popo­lare è solo una fisima degli «scien­ziati del diritto», allora ha pos­si­bi­lità infi­ni­ta­mente mag­giori. Ver­dini è un buon gio­ca­tore ma Ber­lu­sconi è un po’ appan­nato, per­ché Renzi non se la gioca a poker?

La Corte Costi­tu­zio­nale ha appena scritto che «le assem­blee par­la­men­tari si fon­dano sull’espressione del voto e quindi della sovra­nità popo­lare». Renzi risponde pro­po­nendo un senato di ammi­ni­stra­tori locali non eletti ma coop­tati e una camera dove appli­cando l’Italicum all’ultimo son­dag­gio viene fuori che con il 22% dei voti al primo turno, e tutti i suoi alleati sotto la soglia, Forza Ita­lia può pren­dere il 52% dei seggi.

Un pre­mio del 30% che tra­sforma in cigno anche il Por­cel­lum, che in fondo non è andato oltre un più 25% (comun­que troppo per la Con­sulta). Così almeno era la legge che il segre­ta­rio del Pd ha pre­sen­tato al suo par­tito, accom­pa­gnan­dola con un peren­to­rio «pren­dere o lasciare». Un ulti­ma­tum che ha già dovuto riti­rare. Le soglie assurde che pos­sono lasciar fuori par­titi con due milioni e mezzo di voti si vanno abbas­sando. L’editto che riscrive l’aritmetica tra­sfor­mando per legge il 35% in mag­gio­ranza si può cor­reg­gere. Anche quel Ghino di Tacco tro­vava i suoi osta­coli e Renzi, bul­li­smi a parte, deve ras­se­gnarsi a ridurre almeno un po’ il suo danno.

Ma il danno resta. Soprat­tutto per­ché alla crisi della rap­pre­sen­tanza, al mon­tare dei popu­li­smi e all’esplosione dell’astensionismo, Renzi con­ti­nua a rispon­dere con la droga tutta ita­liana del mag­gio­ri­ta­rio spinto. Non cam­bia verso, torna indie­tro. Ci riporta all’inizio del tun­nel ber­lu­sco­niano. Disprezza le ragioni del diritto e della Costi­tu­zione, que­sto è chiaro. Ma con la poli­tica non va meglio.
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